Le celebrazioni rituali festive della Regla de Ocha (Barbara Balbuena)

Il testo che segue è costituito dagli appunti personali tratti dal libro "Le celebrazioni rituali festive della Regla de Ocha", di Barbara Balbuena Gutierrez; Ed. Centro de Investigacion y Desarrollo de la Cultura Cubana Juan Marinello (2003); La Habana, Cuba

                                                                                  Giuseppe Lago


LA SANTERIA CUBANA E LE SUE FESTIVITA’ RITUALI


La Regla de Ocha o Santeria si basa sul culto degli orishas, le divinità che possono influire nella vita dei credenti nel bene o nel male e di cui bisogna guadagnarsi i favori, adulandoli, servendoli e facendoli felici. Esistono quindi, tutta una serie di riti, suppliche, invocazioni, sacrifici, offerte, sistemi divinatori e cerimonie rituali, dirette a compiacere queste divinità soprannaturali.
Ognuna delle differenti cerimonie rituali eseguite nella Santeria ha un preciso significato e persegue uno specifico obiettivo. Alcune sono a carattere segreto e limitate alla partecipazione di soli olochas e di altre categorie sacerdotali quali babalochas, iyalochas, oriatés o babalawos; tra queste abbiamo le cerimonie d’iniziazione o asiento e quelle funebri, come l’Ituto ed il Levantamiento del plato. Altre cerimonie, pur mantenendo il carattere rituale, hanno carattere collettivo e prendono forma di feste pubbliche, a cui partecipano gli iniziati, i credenti ed anche estranei al culto.
Tra queste ultime, quelle che si realizzano più frequentemente attualmente sono il Wemilere o Tambor de Santo, il Güiro, il Bembé, il Cajon de Santo o Rumba de Santo, il Violín.


·        Comportamento storico e situazione attuale delle danze della Regla de Ocha

La Regla de Ocha, e con essa le sue manifestazioni musicali e danzarie, è stata oggetto di continui cambi e trasformazioni sin dal suo iniziale processo di sincretizzazione e transculturazione e fino ai giorni nostri, a causa dei differenti contesti sociali nel quale si è venuta a trovare: Colonia, Repubblica e Rivoluzione.
Durante la Colonia, le pratiche religiose e culturali in generale, degli schiavi africani, ebbero come scenario sia le zone rurali che quelle urbane. Il sistema delle piantagioni fu un mezzo crudele che impose grandi limitazioni alla conservazione e riproduzione dei valori culturali degli schiavi, sottoposti ad una repressione quasi totale di ogni forma di svago. Musiche e danze erano limitate ad alcune domeniche isolate, limitate a poche ore. Nelle zone urbane invece, i negri, schiavi o liberi, ebbero maggiori opportunità per manifestare le proprie tradizioni, dando il via ad un processo di transculturazione, che diede vita ad un sistema di valori totalmente differente da quello originale, quello creolo.
Centri di resistenza culturale proprio delle città furono i Cabildos de Nación, nei quali si preservavano e tramandavano, inizialmente tra gli schiavi e successivamente tra i loro discendenti creoli, tutta una serie di manifestazioni religiose e danzarie alle quali bisognò apportare delle modifiche che ne avessero permesso la sopravvivenza, nel contesto sociale, economico e geografico nel quale si trovavano. Queste associazioni religioso-mutualistiche svolgevano un compito fondamentale nella conformazione, sopravvivenza e conservazione delle danze, che dopo un lungo processo transculturale divennero cubane. In questo contesto, l’osservazione, l’imitazione e la trasmissione orale furono fattori determinanti nell’apprendimento di gesti e movimenti, da una generazione all’altra, garantendo continuità fino ai giorni nostri di una grossa parte delle danze africane e, nel nostro caso, di quelle di origine yoruba.
Dell’epoca coloniale, per quanto riguarda i movimenti corporali e spaziali delle danze yoruba, abbiamo solo le testimonianze e le descrizioni fatte da cronisti e scrittori dell’epoca, come anche i dipinti e le incisioni. Nonostante le loro limitazioni, queste descrizioni hanno un’importanza fondamentale per paragonare movimenti, abiti e strumenti dell’epoca, con quelli attuali. Si è dedotto che i movimenti ondulanti della parte superiore del busto erano predominanti, i gesti espressivi del volto ed i movimenti degli arti erano ampi e costanti e tra i passi esistevano i salti. Tra i disegni spaziali c’era la doppia fila, con un solista al centro, che avanzava o retrocedeva modi processione, danze singole e danze collettive indipendenti, di soli uomini, sole donne e miste. Gli abiti che identificavano gli orishas erano evidenti e predominava l’utilizzo di colori simbolici come il rosso; si adornavano con cappelli sgargianti e lunghe collane di perline brillanti sul petto, ai polsi ed in vita; gli uomini andavano a dorso nudo con mariwó o banteles. L’ambiente era allegro e coinvolgente e le musiche ed i canti si ripetevano senza pausa fino alla fine della celebrazione.
Le festività dei Cabildos Lucumí, verso la metà del XIX secolo, si svolgevano con una certa frequenza, la domenica, dal pomeriggio fino a notte, all’Avana, fuori le mura e previo autorizzazione delle autorità coloniali. La partecipazione a queste feste era limitata ai membri del Cabildo, agli invitati ed a tutti i bianchi. Le danze, le musiche ed i canti erano la prima attrazione di queste feste, per i membri come per i visitatori, e si svolgevano in ampie sale. Erano gradite offerte monetarie, come lasciapassare per partecipare alle feste.
Si può desumere che durante la Colonia e fino alla fine della tratta degli schiavi, con conseguente rottura dei vincoli con l’Africa, i lucumís conservarono, con relativa originalità africana, sia il culto che l’esecuzione di musiche, canti e danze.
Dopo il 1880, inizia un processo di disintegrazione dei Cabildos de Nación come conseguenza dell’abolizione della schiavitù e per le pressioni della Chiesa Cattolica. Nel 1887, con la promulgazione della Legge di Associazione, i cabildos furono obbligati ad iscriversi come società di mutuo soccorso, dietro l’invocazione di santi cattolici. Le case degli officianti si convertirono in case-tempio dove s’iniziò ad officiare il culto seguendo la linea di tradizione religiosa dei padrini e madrine di santo.
Nella Repubblica, le feste della Santeria si realizzavano nelle case-tempio, e continuò il processo sincretico con l’influenza dello spiritismo di Allan Kardec. Secondo alcuni autori, questa pratica influì su quello che è oggi conosciuto come espiritismo cruzado (incrociato), sviluppatosi principalmente nella parte orientale dell’isola, e nell’esecuzione di disegni spaziali, quali la rueda (cerchio) formata dai credenti, sullo stile della catena di trasmissione delle sedute spiritiche. Altro influsso dello spiritismo si può riscontrare con l’inclusione di messe spirituali nelle feste di santeria, così come nelle cerimonie funebri. Successivamente l’influenza diretta dello spiritismo porterà alla nascita dei Violines.
Siamo all’inizio del XX secolo e già viene utilizzato il termine “afrocubano”, in riferimento al culto yoruba, a dimostrazione del fatto che viene già riconosciuto culto cubano. Più tardi, intorno agli anni cinquanta, si introdurrà il termine “Santeria Cubana”, per denominare i culti di origine yoruba.
In questo periodo, la metà del novecento, le fonti descrivono meglio gli elementi riferiti alla musica ed al culto, mentre il libro di Fernando Ortiz, “Los bailes y el teatro de los negros en el folklore de Cuba”, scritto nel 1951, include le descrizioni delle danze dei singoli orishas, analizzando anche l’Oru del Eyá Aranlá e del Iban Balón.
 Da questo testo si evince come le danze della Santeria mantennero le caratteristiche essenziali della loro cultura d’origine, come sono: l’ondulazione costante del busto, i movimenti in cui intervengono le distinte parti del corpo, la ricchezza dei gesti facciali e corporali in generale, particolarità nell’abbigliamento.
Dopo la Colonia queste danze assimilarono tuta una serie di nuovi elementi, come la varietà di passi e varianti, nuove mimiche, gesti erotici, il simbolismo rituale di tutti gli elementi che la compongono, l’arricchimento dell’abbigliamento e degli attributi utilizzati, così come la netta distinzione delle musiche e dei canti per ogni singolo orisha, compresi i passi basici corrispondenti.
Rimane indubbio, comunque, la conservazione delle linee guida di queste danze con le corrispondenti africane dei secoli passati; ne è una prova la similitudine con le danze del Candomblé del Brasile, aventi la stessa origine della nostra Santeria, i cui passi, dei differenti orishas, sono praticamente identici a quelli dei paritetici cubani. Ciò è la dimostrazione della conservazione che hanno mantenuto le danze della Regla de Ocha rispetto a quelle nigeriane.
E’ ugualmente importante sottolineare che le pratiche della Santeria, nel periodo repubblicano, erano diffuse principalmente nella zona occidentale del paese e, soprattutto all’Avana e Matanzas.
Dal 1959, con l’avvento della Rivoluzione, si aprono nuove strade per lo sviluppo culturale del popolo attraverso lo studio delle radici culturali e la promozione delle attività culturali e folkloriche, grazie principalmente alla nascita di istituzioni e gruppi culturali ed artistici.
Il Conjunto Folklorico Nacional de Cuba, fondato il 7 maggio del 1962, rappresenta un punto di riferimento in questo campo. Diretto da Rogelio Martinez Furé, il conjunto svolse anche attività di investigazione nel primo periodo, avvalendosi di molti collaboratori ed informanti eletti tra i più grandi conoscitori di canti, musiche e danze folkloriche cubane, oltre agli essenziali aiuti di Fernando Ortiz e dell’Istituto di Etnologia e Folklore. Tra i principali informatori dell’epoca ricordiamo Trinidad Torregosa, Jesós Pèrez, Lázaro Ross, Nieves Fresneda, Manuela Alonso, José Oriol Bustamante, Emilio O’Farrill, Luisa Barroso e Zenaida Hernández.
Nel 1965 nasce anche la Escuela Nacional de Danza, che insieme al conjunto ed a tutte le altre associazioni e movimenti, erano, e lo sono tuttora, formate da ballerini, musicisti ed insegnanti che praticavano attivamente il culto. Inizia quindi un interscambio tra la Santeria reale e le organizzazioni folkloriche: quest’ultime attingevano consigli dai vecchi santeros ed incorporavano ballerini nati nelle feste religiose nelle case, nelle quali, viceversa, s’iniziò a riprodurre varianti e passi stilizzati appresi in scena.
Il Conjunto Folklorico Nacional, a capo di tutto il movimento folklorico cubano, se da un lato arricchì le danze della Santeria ricreando movimenti, gesti e perfezionando l’esecuzione, d’altro lato rese più difficile l’apprendimento delle stesse da parte dei ballerini, oltre a renderle troppo scolastiche e fredde e, secondo i vecchi religiosi esagerate e fuori dal contesto religioso.
Attualmente sono pochi i credenti che sanno ballare con la ricchezza di gesti e movimenti caratteristici del periodo precedente; la maggior parte marca il ritmo con il passo basico della rumba o del bolero, in modo molto semplice. Tuttavia nelle danze eseguite da coloro che sono posseduti dal santo, si conserva la diversità dei passi, delle varianti e dei gesti, come la bellezza dei movimenti corporali e spaziali.
Negli anni 90, nel mezzo di una profonda crisi economica, lo stato cubano produsse una certa apertura nei riguardi delle pratiche religiose in generale, favorendo la diffusione e l’incremento dei praticanti la Regla de Ocha; dall’altra parte la carenza di prodotti e generi alimentari del cosiddetto Periodo especial, provocò l’impoverimento dei riti, della bellezza degli altari, dei cibi offerti agli orishas, degli abiti ed attributi utilizzati, mentre divennero più costose le orchestre.
Successivamente a questo periodo di ristrettezze, iniziarono a prodursi differenze economiche tra la popolazione, che continuano ad aumentare nell’attualità; quindi, se alcune case tempio sono rimaste spoglie e povere, altre sono diventate bellissime, con altari stupendi, abiti ricchissimi, alimenti ed offerte in grandi quantità.
Oggi giorno le danze degli orishas, stanno subendo un processo di sinterizzazione dei disegni corporali (movimenti, passi e varianti), che con il tempo, se non avviene un tempestivo cambio di rotta, porterà alla perdita, parziale o totale, del suo ricco sistema espressivo.
Questo processo ha diverse cause e, prima di tutte, la diminuzione delle persone che nelle feste religiose ballano nella forma tradizionale, non perché non sappiano, ma perché non vogliono ed, a cui si sommano, quelle che realmente non sanno ballare e che più di tutti ballano. Ciò impedisce la trasmissione per imitazione ed osservazione delle danze tra i praticanti, a cui si aggiunge lo scarso interesse degli anziani nel trasmetterle. Si può riscontrare tutto ciò  nelle Presentaciones al Tambor, dove gli Iyawó devono ballare davanti l’orchestra la danza specifica dell’orisha di cui stanno divenendo figli. Generalmente non sanno neanche fare il passo basico, limitandosi ad improvvisare i movimenti e ad eseguire il passo basico della rumba o del bolero, che ormai si è convertito nel passo basico della Santeria.
Solo i santeros più vecchi conservano ancora la conoscenza e la pratica delle danze della Santeria con la ricchezza e la diversità che le hanno sempre caratterizzato, ma spesso, non gli viene permesso di essere posseduti, per le possibili brutte conseguenze  che il trance può causare.
Nelle feste gli akpowes (i cantanti) si lamentano sempre più del fatto che quasi nessuno conosce i canti, influendo negativamente sulle danze, visto che i canti, insieme alle musiche, intervengono direttamente nel grado emozionale e di concentrazione dei ballerini religiosi.
Un altro aspetto grave è quello della spettacolarizzazione delle feste, nelle quali si arriva addirittura a filmare il posseduto,a contrattare ballerini professionisti o organizzare finte feste per attirare i turisti stranieri; questi fatti pur se censurati dalla comunità religiosa, rischiano di snaturare il significato di queste danze, facendogli perdere l’efficacia rituale e la funzione di supplica.


·        Motivazioni

Le feste sacre vengono organizzate dai fedeli per rendere omaggio agli orishas, non seguendo però, un calendario fisso. La prima celebrazione che realizza il credente dopo il suo asentamiento (ingresso) nella Regla de Ocha, è quella conosciuta El dia del medio. Questa cerimonia fa parte dei riti dell’iniziazione e si svolge il secondo giorno dei sette dedicati ai differenti riti che formano il Leri Ocha, il suo obiettivo principale è di rallegrare l’iyawó e salutare e rendere omaggio all’orisha; per i santeros equivale a congratulare un re incoronato.
La Presentación al tambor è un’altra cerimonia rituale che deve fare l’iyawó per essere autorizzato a ballare di fronte i tamburi sacri, i batá di añá. Viene realizzato nel contesto di un Wemilere o Tambor de Santo, o una celebrazione di un conoscente. In quest’ultimo caso è usuale la presentazione di più iyawós nella stessa festa, caso che costituisce una grande attrazione ed allegria per i presenti. Anticamente la presentazione al tamburo si faceva nello stesso giorno del dia del medio, mentre oggi viene fatta successivamente, causa sempre il costo dei musicisti, e rendendo la cerimonia dell’asiento più cara. Ciò nonostante è molto importante che tutti gli iniziati vengano presentati, dinanzi la comunità religiosa, al añá, poiché l’iniziato che non abbia fatto questo rito alla morte non può ricevere gli onori funebri e, lo spirito che non riceve gli onori non avrà mai il riposo eterno. Nelle cerimonie funebri il tamburo da utilizzare deve essere quello di fundamento.
Dopo l’iniziazione (Leri Ocha o Kari Ocha) e prima del compimento dell’anno, il santero deve realizzare, secondo la tradizione, una celebrazione rituale festiva, innanzitutto all’orisha del padrino di asentamiento e, poi, un’altra al suo. Se disgraziatamente il babalocha (padrino) muore prima di aver fatto questa festa, l’olocha (il santero) dovrà fare tre feste, la prima al santo del padrino del defunto e poi le due feste già menzionate.
L’anniversario dell’iniziazione, il cosiddetto cumpleaños del santo, è una delle cause più frequenti per la realizzazione di una festa, celebrato con molta allegria dalla famiglia rituale. L’asiento è una cerimonia rituale che costituisce un matrimonio mistico tra orisha e santero, in cui entrambi assumono degli obblighi di protezione e mutuo soccorso. Durante l’iniziazione, simbolicamente si cessa di vivere nella vita profana e si rinasce in quella religiosa, per cui, una volta terminati i riti, l’iyawó è considerato un neonato e, a partire da questa data che inizia a contare gli anni all’interno della vita religiosa. Da quel momento il santero inizia un cammino che lo potrà portare ad un posto di prestigio e riconoscimento all’interno della religione, essendo l’età religiosa un parametro fondamentale per occupare una posizione gerarchica nella Regla de Ocha.
Vengono realizzate feste anche nelle date del calendario che corrispondono al giorno del proprio santo, che si riferiscono molte volte, alle ricorrenze dei corrispondenti santi cattolici: il 4 dicembre, Santa Barbara-Changó; il 17 dicembre, San Lazzaro-Babalú Ayé; il 2 febbraio, la Vergine della Candelaria-Oyá; il 13 o 27 aprile, Yewá; il 22 maggio, Obbá; il 24 o 29 giugno, Oggún; l’8 o il 12 settembre, la Vergine della Carità del Cobre-Ochún; il 7 settembre, la Vergine della Mercedes-Yemayá; e così via. Generalmente, in queste occasioni, si realizzano le così chiamate veladas de santo, in cui si aspetta la mezzanotte in cui inizia il giorno in questione e realizzate, principalmente, per i santi maggiori.
Sono molto frequenti anche feste in giorni corrispondenti alle ricorrenze cattoliche e quelle della Ocha, che durano dai due ai tre giorni, soprattutto quando la divinità festeggiata è il patrono della casa-tempio principale, più antica o dal prestigio maggiore, nelle diverse località del paese. Si può festeggiare anche il giorno di nascita del Cabildo, che spesso coincide con il giorno del santo patrono del Cabildo stesso o del santo del suo fondatore.
Altre occasioni per dare una festa sono la necessità di compiere una promessa fatta agli orishas per ottenere salute e prosperità per lui stesso o per tutta la famiglia, per uscire da una situazione difficile, risolvere un problema con la legge e qualsiasi problema personale e familiare. Lo stesso può essere fatto anche senza aver fatto nessuna promessa, solo come segno di ringraziamento.
Gli orishas sono soliti consigliare o esigere dai propri figli, come obbligazione o tributo per una qualsiasi causa, la realizzazione di una festa in suo onore. La richiesta può giungere attraverso un caballo de santo (il posseduto) o una consulta oracular o registro (leggere il futuro). Con la possessione si stabilisce una comunicazione più diretta tra credenti e divinità, in quanto quest’ultime parlano con i santeros ed allo ugualmente attraverso determinate odu, letras (profezie), contenute nei tre sistemi di predizione utilizzati nella Regla de Ocha-Ifá: cocos, biacqué o ogbi; diloggun o caracoles; ifá (okuelé o cadena de ifá e gli ikines).
Quando per una qualsiasi ragione si è offesi la divinità, il padrino o la madrina, i santeros possono fare una festa per chiedere perdono. Il rompimento di una qualsiasi promessa o il non compimento dei doveri religiosi, può essere pagato con la morte o l’infelicità, per cui i santeros devono cercare, ad ogni costo, di riparare alla situazione. Allo stesso modo esiste un codice morale ed etico all’interno della famiglia rituale, dove si esige il rispetto dei mayores (gli anziani nella religione) e della gerarchia. Le iyalochas (madri di santo o madrine) ed i babalochas (padri di santo o padrini), rappresentano il genitore per il santero affiliato ad essi, vincolo che vale per tutta la vita. Sono coloro che metteranno in pratica le istruzioni dell’oracolo, facendo da mediatori ed interpreti tra fedeli ed orishas. Offendere o non fare quello che comandano i sacerdoti, equivale a non rispettare gli stessi orishas.
Si possono infine, fare feste di limpieza (purificazione), o sia per fare ebbó.


·        I troni o altari

Quando si effettua una celebrazione rituale nella Santeria, si prepara un trono o altare in onore all’orisha al quale è dedicata la celebrazione. Viene posto generalmente in un angolo del Igbodú, se si trova in una ilé ocha (casa dei santi) con sufficiente spazio per dedicare una stanza agli orishas ed ai ricettacoli contenenti i poteri, il cosiddetto aché, delle divinità, i loro spiriti rappresentati da pietre (otan), diverse per ogni orisha a seconda del materiale, della forma, colore e numero. I vasetti di ogni santo (zuppiera di porcellana, tinozza di terracotta, pentolone di ferro), si distinguono per il colore simbolico dell’orisha e si colloca in una vetrina quando non si fa nessun rito. Altri si collocano in altri punti della stanza, nei ricettacoli corrispondenti; se invece lo spazio è poco, l’altare si prepara nella sala.
Ovunque si ponga l’altare, sarà una delle attrattive principali della festa, non solo per la bellezza che lo caratterizza, ma soprattutto per il carattere liturgico che racchiude. Su di esso sarà seduto, su di un piedistallo posto in alto, l’orisha a cui la festa è dedicata, mentre un po’ più in basso vi saranno tutti gli altri santi posseduti dal santero, esclusi i guerreros, che si mettono rasente il pavimento. Tutte le soperas vengono messe vicino al rispettivo santo, mentre è solito procurare un trance solo il santo a cui la festa è dedicata, con gli altri rappresentati da fazzoletti ognuno del colore del rispettivo santo, iniziando sempre da Obatalá.
I troni si adornano mettendo come fondo, sulla parete alle spalle, dei veli, sciolti o raccolti, sempre nei colori rappresentanti le divinità. Si usano anche fazzoletti ed altri attributi simbolici: corone (adé), maniglie (idé), collanine dei santi (ileke), ventagli (agbegbe), code piumate (iruke) ed uncini (ogó). Le forme, i colori ed i materiali utilizzati saranno sempre in dipendenza degli orishas che rappresentano. La decorazione dei troni di Elegguá, Babalú Ayé ed Oggún hanno come elementi indispensabili rami ed erbe, simulando il monte, loro habitat. Molto caratteristici negli altari di Elegguá, i palloncini gonfiati, di diversi colori ed appesi ai rami. Un altro elemento sono i fiori corrispondenti ai santi: mariposas per Obatalá, principe negro per Changó, girasole per Ochún, e così via.
Sul pavimento di fronte l’altare si collocano diversi piatti con dolci, frutta e pane, che prendono il nome di plaza e rappresentano le offerte fatte agli orishas e che dopo, alla fine della celebrazione, si dividono tra gli invitati. In questo caso è un ebbó che fa il santero e serve da limpieza, in quanto sono alimenti sacri e benefici per la salute. In molte occasioni, sono i posseduti che dividono il cibo, altrimenti lo farà la madrina o il santero stesso. Se la festa si svolge per purificare la salute di un familiare o del santero, il cibo viene gettato al monte o nella foresta. Anche i dolci fatti in casa e la frutta, secondo il tipo, appartengono ad un orisha in particolare: riso con latte e dolce di cocco appartengono ad Obatalá, crema di cioccolato e boniato (patata americana) ad Oyá, la farina dolce, il platano e lo zapote (o mamey) a Changó, le caramelle ad Elegguá, eccetera.
Di fronte al trono si mette una stuoia su cui gli Iguoros, stesi a terra, faranno moforibale (il saluto rituale ai santi ed agli anziani della famiglia) e prima di alzarsi chiameranno l’attenzione dell’orisha suonando il suo strumento preferito: un campanello (adjá) d’argento o metallo bianco per Obatalá e di metallo giallo (agogó) per Ochún, un maraca (acheré) bianca e rossa per Changó o azzurra e bianca per Yemayá. Quindi lasceranno un’offerta in denaro in un vasetto posto sulla stessa stuoia, in genere un piatto bianco o una brocca coperta con un panno del colore dell’orisha festeggiato.
Tutti i partecipanti sono obbligati a visitare il trono e gli olochas dovranno salutare gli orishas prima di qualsiasi richiesta. Esistono due modi per prostrarsi davanti un altare, in base al sesso del santo di cui si è figli. Gli olochas che hanno asentado un santo maschio si stendono diritti davanti al trono con le braccia lungo il corpo ed i palmi verso l’alto, mentre coloro che hanno un santo femmina si stenderà prima a destra e poi a sinistra, mantenendosi la testa tra le mani. Mentre un santero esegue il saluto, il resto dei presenti s’inchina e tocca a terra con una mano in segno di rispetto. Se le richieste ed i saluti del santero che si trova ai piedi del trono vengono fatti a voce alta, gli altri rispondono, mentre toccano con la mano a terra, aché.
I troni hanno una grande importanza nella celebrazione delle feste, poiché da esso i reyes ed i principes osservano tutto. E’ davanti il trono che si fanno le richieste e si rende grazia, si porgono le offerte, si ringrazia e si fanno le promesse.
Secondo la studiosa ed insegnante di danze folkloriche cubane, Barbara Balbuena Gutierrez, i troni della Regla de Ocha hanno subito molto l’influenza degli Altares de la Cruz (altari della croce), giunti dalla Spagna, in particolare dall’Andalucia, sin dai primi anni della colonizzazione. L’Altare de la Cruz fu una delle feste popolari che si radicò meglio a Cuba, nelle città come nelle campagne, e praticata per circa quattro secoli. Si possono riscontrare tratti molto simili in entrambe le feste, dal carattere religioso fino all’utilizzo di canti, preghiere e danze, ma gli elementi fondamentali da considerare sono i componenti dell’altare: la forma a scaloni, l’uso di veli e tende, i candelabri, vasi di fiori, immagini dei santi, l’uso di piante ornamentali, ecc.. Secondo alcune testimonianze di partecipanti a queste celebrazioni, per lo più contadini delle province orientali dell’isola, l’altare subì delle modifiche nei primi decenni del novecento, con l’utilizzo di sole tovaglie bianche, dolci e frutta sull’altare, fiori, immagini di santi, candele e l’esclusione di oro e gioielli.
In ogni modo l’altare della Santeria cubana costituisce un esempio eclatante di sincretismo folklorico tra le due principali culture che hanno formato quella cubana: la spagnola e la africana.


·        Struttura delle feste

Le feste di Santeria si svolgono in base ad un preciso ordine di cerimonie ed avvenimenti corrispondenti a tradizione ed mito religioso, unici elementi che spiegano le cause ed il motivo delle azioni da realizzare.
La struttura della festa dipende anche dal fatto che in alcune zone dell’isola, alcune divinità sono sentite maggiormente che in altre, con un conseguente allungamento dei tempi delle cerimonie, che possono arrivare a durare anche due o tre giorni. In questo caso la successione degli eventi, come la durata, può variare; invece, nelle feste di un solo giorno, le più frequenti l’ordine dei riti è il seguente:

1.      La messa spirituale;
2.      Il Ñangaré;
3.      Il sacrificio degli animali (la matanza);
4.      Dar coco ai santi;
5.      Oru del Igbodú, Oru seco o Oru de adentro (interno);
6.      Il pranzo rituale;
7.      Oru de eyá aranlá, ibán baló o Oru de afuera (esterno);
8.      La cena rituale.


1.      La Messa spirituale

La messa spirituale è un preambolo di quello che succederà nella festa e viene effettuata due o tre giorni prima della celebrazione, per “mettere a conoscenza” il morto e per, eventualmente, fare una qualche azione religiosa prima dell’inizio della celebrazione. La messa si realizza in onore degli antenati della famiglia rituale e sanguigna di colui che da la festa, ed è costituita da una preghiera agli eggún (morti) “per innalzarli e dargli luce”.
Questa preghiera include delle pratiche spirituali, elevando canti, orazioni, recite ed implorazioni ai morti. Vengono utilizzati diversi elementi ed azioni religiose quali, fiori, erbe, incenso, tabacco, profumo, cascarilla, candele, aguardiente o rum, spargimento di acqua, purificazioni e così via. Si prepara una bóveda espiritual (cripta spirituale) su una tavola coperta da un mantello bianco e dove si mettono, minimo, sette bicchieri d’acqua, rappresentanti comisiones (comitati di spiriti) o spiriti specifici. Le comisiones sono formate da gruppi di spiriti posseduti dal santero o formante parte del suo cordón (quadro spirituale); per esempio, gli spiriti della casa, familiari del santero, il gruppo gitano, il gruppo degli intellettuali, morti congos, indios ecc.. Al centro, tra i bicchieri, si mette una coppa d’acqua con una croce di legno al suo interno, rappresentante il Santissimo e circondata da un rosario. Dietro o dentro ogni bicchiere si mettono fiori diversi per ogni comision: fiori bianchi per il Santissimo, principe mero per i morti congos, girasole agli indios, ecc.. Anche nella cripta si mette una boccetta di colonia ed una candela accesa, ad illuminare la strada ai morti.
Il santero che organizza la festa si siede al centro, di fronte la cripta, mentre il resto dei partecipanti (familiari rituali e sanguigni e tre o quattro spiritisti o santeros invitati) si posizionerà a semicerchio nella sua stessa direzione. La messa  inizia con l’intervento dei presenti, che rendono noti i consigli e le predizioni dei morti alla persona da questi indicata. Si attende di ricevere il consenso, le raccomandazioni e le precauzioni da seguire perché la celebrazione prosegua senza intoppi: si stabilisce se è necessario distribuire delle bevande alcoliche e la durata della festa. Si fanno preghiere, si canta e si montan los muertos (si viene posseduti dai morti), che possono consigliare una messa in chiesa, accendere candele o offrire dei fiori. E’ molto importante avere pronte erbe forti quali vencedor, vencebatalla, salvia, marpacifico, ecc., da utilizzare nel caso che appaia un morto oscuro, da trattare in modo particolare o per realizzare una purificazione.
Le messe spirituali che si fanno nelle feste della Santeria hanno caratteristiche diverse, a seconda della tradizione esistente nelle diverse province e località del paese. In alcuni casi è un membro della famiglia a dirigere la messa ed officiare come medium, posseduto da un antenato che parla con gli altri familiari, ma chiunque dei presenti può entrare in trance.
Queste messe sono molto importanti, senza le quali non si può realizzare nessuna festa; costituisce un obbligo spirituale nella Regla de Ocha, in base al concetto che ikú logbi ocha, el muerto parió al santo (il morto ferma il santo), secondo il quale all’inizio di ogni celebrazione, le prime preghiere vanno rivolte ai morti della casa e dopo agli orishas (iniziando sempre da Elegguá).
I morti (eggún) sono capeggiati da Odudua, l’orisha del mundo subterráneo (gli inferi). Comprendono gli antenati del padrino, dei suoi parenti, di tutti i defunti iniziati nella religione da lui, così come altri che possono accompagnarlo ed aiutarlo. Nella concezione religiosa dei santeros esistono spiriti malefici, morti oscuri o mala muerte, cioè tutti coloro che in vita furono malvagi o che morirono in modo accidentale e tragico, essendo quindi invidiosi dei vivi e cercando di procurargli del male. Questi esseri possono essere manipolati magicamente per fare del male, per questo motivo, tra gli altri, si realizzano diverse cerimonie per calmarli e farli felici.
Ai morti si offre tutto ciò che si sa gli fosse piaciuto quando in vita e vengono messi nelle latrine, dove essi vivono. Per questo non mancherà mai nelle feste della Ocha un piatto con cibo, un bicchiere di vino, acqua o caffè ed una candela accesa, nel bagno della casa.

2.      Il Ñangaré

All’alba del giorno che si terrà la festa, verso le cinque o le sei, si realizza il ñangaré, rito de salutacion, ovvero il saluto ad Olorun, il padrone del cielo, il sole. Per i santeros il sole, è opera di Olofi, manifestazione di Dio e forza vitale dell’esistenza; segno del giorno, padrone della luce, dell’aria, dell’alito e del soffio della vita. Il rito si realizza per ricevere la forza e l’aché (il dono) del primo raggio di sole e per salutare e rendere grazia al cielo e ad Olofi, ovvero Dio.
Il ñangaré viene realizzato nel cortile della casa e vi partecipano i membri della famiglia rituale e sanguigna di colui che da la festa, mentre colui che la dirige è, generalmente, un obá o un babalawo. Si eseguono canti e preghiere rituali, senza che però, intervenga nessun strumento musicale; ci si mette ad est, faccia al sole, con le braccia aperte in avanti ed i palmi verso l’alto, si dedica un pensiero di riconoscimento e si fa una richiesta.

3.      Il sacrificio degli animali (la matanza)

Quando la festa ha un carattere maggiormente sociale e si realizza in una data di particolare importanza, include tra i suoi riti il sacrificio di animali, ossia la matanza. Questo rito è molto importante nella Regla de Ocha in quanto, si ritiene che il sangue infonda nuova forza e che possegga aché; il sangue è un elemento vitale e offrendo il sangue animale è come se si offrisse quello umano.
La matanza è diretta da un obá o da un babalawo e viene realizzata nell’Igbodú (la stanza sacra), dove si trovano i recipienti degli orishas che riceveranno il sangue. Gli animali offerti devono essere in salute e scelti con particolare riguardo, mentre devono essere introdotti nella stanza già purificati. Si uccidono animali a quattro zampe se si tratta di una sacrificio maggiore, oppure dei piumati quando si realizza un sacrificio minore; il rito è suddiviso in tre parti: l’invocazione agli orishas, la presentazione dell’animale e la sua immolazione.
Una volta ucciso l’animale e aver spruzzato il suo sangue sulle divinità, viene cucinato ed offerto ai membri della musica ed agli altri invitati. Il sacrificio concede a coloro che lo eseguono lunga vita e prosperità. Conclusa la matanza si esegue il reposo a los santos (riposo dei santi), cerimonia che consiste nel far riposare i recipienti degli orishas per alcune ore, coperti con le piume dei volatili sacrificati o la testa e le viscere di quelli a quattro zampe ed a seconda del santo in questione.

4.      Dar coco ai santi

Dopo il riposo dei santi ed all’incirca tra le undici e le dodici del giorno, si realizza il rito conosciuto come dar coco a los santos o dar coco a la estera, che consiste nel consultare gli orishas, informarli su ciò che si è fatto fino a questo momento e chiedere se manca qualcosa prima d’iniziare la festa. In questo rito si utilizza il sistema di veggenza Biaqué, Obí o los cocos, eseguito sulla stuoia di fronte l’altare.
Il sistema che utilizza il cocco è il più semplice tra i sistemi per indovinare utilizzati nella Regla de Ocha. Serve per avere risposte rapide ed essenziali, un semplice si o no alla domanda che si pone, la quale deve riguardare un solo argomento, la cui risposta non lasci dubbi interpretativi. Si utilizzano quattro pezzi della massa del cocco, che gettati sulla stuoia possono apparire in cinque diverse posizioni, a seconda che la parte bianca (la massa) o quella scura (la cascara, la buccia) siano rivolte verso l’alto. Le cinque diverse posizioni costituiscono le cinque letras (lettere), odu o profezie del sistema in questione:

            ALAFIA:         Le quattro parti bianche verso l’alto;
            ITAGUA:        Tre parti bianche ed una scura verso l’alto;
            EYEIFE:         Due parti bianche e due scure verso l’alto;
            OKANA:         Tre parti scure ed una bianca verso l’alto;
            OYEKUN:      Le quattro parti scure verso l’alto.

Le prime tre lettere sono positive, le ultime due sono negative. Per ognuna delle lettere si esprimono differenti orishas. Il tiro avviene all’in piedi e dall’altezza delle ginocchia, quindi con il busto piegato in avanti; prima del tiro si eseguono preghiere ed invocazioni agli orishas ed ai morti.
Il rito viene eseguito da un obá, una iyalocha o una babalocha di fiducia, la madrina o il padrino di colui che offre la festa, quindi tutte persone con una certa esperienza. Si chiede agli orishas se i riti sono stati eseguiti correttamente e se sono piaciuti; se la risposta è negativa si chiederà ciò che bisogna fare, in caso di risposta positiva il rito si conclude. Sulla stuoia dovrà restare l’ultimo tiro con una risposta positiva in segno di approvazione finale dell’orisha. Dopo questo rito si accendono due candele ai santi, messe in un piatto ai piedi del trono, sulla stuoia e di fronte la divinità ringraziata. Oltre a queste due candele, ne vengono accese altre due, una ai morti, insieme al loro cibo, in un angolo della casa ed una alla cripta spirituale; tutte e quattro le candele dovranno restare accese per tutta la durata della festa.

5.      Oru del Igbodú, Oru seco o Oru de adentro (interno)

E’ nell’Igbodú (stanza sacra) e di fronte al trono dove inizia l’Oru del Igbodú, o Oru al trono o ancora, Oru de adentro, il rito di propiziazione alle divinità, a carattere privato e quindi eseguito prima dell’arrivo degli invitati alla festa. Si tratta di una supplica, che precede l’inizio dell’atto solenne che dopo inizierà in pubblico, con la quale si chiede agli orishas la loro approvazione e partecipazione alla festa.
Partecipano direttamente a questo rito i musicisti che suoneranno agli orishas, i quali si siedono di fronte al trono ed interpretano una serie di toques (tocchi: dal gesto di toccare le percussioni per farle suonare) soli o, toques e canti, secondo un ordine preciso. Quando si eseguono solo musiche percussive, senza canti e danze, il rito prende anche il nome di Oru seco.
L’ordine rituale dell’Oru del Igbodú dipende dalla tradizione dell’orchestra della zona in cui ci si trova. Si può suonare prima agli orishas maschi e poi a quelli femmine o viceversa, lasciando per ultima la divinità a cui si sta dedicando la festa. La durata di questo rito è di minimo una ora.

6.      Il pranzo rituale

Il pranzo costituisce un rito di aggregazione, un pasto collettivo che mette in comunione tutti i membri del gruppo, costituito dalla famiglia religiosa e sanguigna del santero che da la festa, dai musicisti e da qualsiasi altro invitato o persona che si trovi in quel momento nella casa. Inizia tra l’una e le due del pomeriggio, subito dopo l’Oru del Igbodú.
SI mangiano le carni cucinate degli animali sacrificati nella matanza, le quali costituiscono un ebbó per coloro che le mangiano; a queste si aggiungono potaje de frijoles negros (minestrone di fagioli neri), riso bianco o congrí (riso e fagioli), verdure, tuberi ed ortaggi quali boniato, yuca, malanga, platano, insalata, dolci fatti in casa ed altri piatti speciali degli orishas, da bere vino o bevande analcoliche in genere. Nel caso di una celebrazione in onore a Babalú Ayé, è indispensabile il Chequeté, vino sacro e tradizionale confezionato con zucchero nero, arance agre e mais tostato e che rappresenta l’orisha.
I piatti verranno a tutti in parti uguali ed in accordo con quello che i santeros presenti possono o non possono mangiare, secondo le proibizioni stabilite dai rispettivi orishas a cui sono affiliati, partendo da coloro che hanno il santo hecho (hanno ricevuto il santo) e quindi in ordine di anzianità nella religione.
La disposizione della tavola, l’utilizzo di alcuni oggetti e la disposizione dei presenti, sarà differente in base alla tradizione della casa ed al tipo di festa che si celebra; di solito a capo tavola si siedono i membri più anziani o, in alcuni casi, coloro che hanno asentados (sono affiliati) gli orishas Elegguá ed Oyá.
In ogni caso al termine del pranzo si raccolgono i piatti facendoli procedere in senso orario fino alla persona che dirige la cerimonia, il quale raccoglierà tutto in una bacinella. Il cibo rimasto sarà offerto ai morti e, solitamente, si mette sul marciapiede fuori la porta della casa.

7.      Oru de eyá aranlá, ibán baló o Oru de afuera (esterno)

Dopo aver riposato un pó, dopo il pranzo, l’orchestra prende posto nella sala (Eyá Aranlá) o nel cortile (Ibán Baló), all’incirca tra le tre e le quattro del pomeriggio, dove si esegue un Oru più lungo, che include canti, musiche e danze e che costituisce la festa pubblica. Il rituale è più aperto poiché vi partecipano tutti gli invitati, fedeli o profani, anche se ballano davanti i tamburi sacri solo coloro che sono autorizzati a farlo, in questo caso gli iniziati alla Ocha. Questo rito viene chiamato indistintamente Oru de Eyá Aranlá, Oru de Ibán Baló o Oru de afuera e, cosi come per l’Oru del Igbodú, si svolge secondo un ordine rituale determinato, anche se molto più ampio e vario, poiché si producono un maggior numero di canti e musiche alle divinità.
Nell’Oru de afuera, l’ordine rituale dei canti, delle musiche e dei balli viene interrotto quando arriva un olocha, il quale deve essere salutato con un canto ed una musica dell’orisha che questi ha asentado. L’olocha dovrà quindi, salutare i tamburi, nello stesso modo come si fa per il trono, in dipendenza del sesso del suo santo. Si attende inoltre, che lascino un’offerta di denaro in una brocca posta sul pavimento, davanti l’orchestra, il che rappresenta un riconoscimento all’importanza della musica nelle feste della Santeria.
L’oggetto fondamentale delle musiche, dei canti e dei balli che eseguono i partecipanti, profani o devoti che siano, è provocare il fenomeno della possessione o trance. L’orisha (o gli orishas) baja, scende dal cielo, e prende possesso del corpo di un caballo de santo e, attraverso esso, comunica direttamente con i fedeli. La relazione è a carattere familiare, la divinità balla davanti i suoi figli, riceve i saluti ed ascolta le loro lamentele o richieste, da consigli ed indica come comportarsi, concede la grazia o commina punizioni, mangia e beve i cibi che gli vengono offerti e comunque, fanno tutto quello che vogliono, senza che nessuno glielo impedisca.
In base al santo a cui si sta suonando e cantando, balleranno i figli di quel santo, i quali risponderanno in coro all’akpwón (il cantante). Proprio grazie all’emozione collettiva che si crea tra akpwón, coro ed orchestra, si produce il fenomeno della possessione, che scaturisce nel momento in cui si accentuano i ritmi, i tamburi diventano più veloci, si concentrano i canti ed il coro ripete incessantemente; in questo momento, il climax (il culmine, l’estasi), che l’orisha prende possesso di un fedele.
Con la possessione, il credente balla con più forza e bellezza; il possesso viene portato nell’igbodú, gli si fanno togliere le scarpe e lo si veste con gli abiti e gli attributi corrispondenti all’orisha in questione o, in mancanza di questi, con qualsiasi cosa del colore dell’orisha, e poi esce a comunicare con i suoi figli. Se una donna viene posseduta da un orisha maschio, la si veste con i pantaloni e con le cose che portano i santi uomini, viceversa, se è un uomo ad essere posseduto da un orisha donna, non viene vestito con la gonna.
Gli abiti degli orishas sono di una bellezza straordinaria ed hanno una rilevanza nel rito straordinaria. Ogni orisha ha il suo abito caratteristico, il quale pur essendo simile a quello degli altri, varia per le decorazioni, la combinazione dei colori ed i materiali utilizzati, nonché per gli attributi che utilizza.
Dopo il fenomeno del trance, i canti e le musiche proseguono nell’ordine scelto dal cantante, o dal padrone di casa a seconda degli invitati che giungono, fino all’esecuzione dei canti e delle musiche di chiusura, diverse a seconda del tipo di festa e dell’orchestra.

8.      La cena rituale

Una volta terminato l’Oru de afuera, si dividono tra tutti gli invitati i dolci e gli altri generi alimentari posti davanti l’altare, i quali essendo considerati sacri, costituiscono un ebbó o una limpieza (purificazione), per chi li aveva offerti, come per chi li mangia. Alcune volte sono i posseduti che eseguono questa ripartizione, senza utilizzare piatto o bicchieri, ma mettendolo nelle mani nude dei presenti.
Spesso alla fine della festa si offre una cena, abitudine che va poco a poco diminuendo, sia per le ristrettezze economiche di tutta la popolazione, sia per il gran numero di persone che accorrono a queste feste, il che renderebbero impossibile una equa ripartizione tra tutti gli invitati.
Comunque nelle case in cui questa cena viene ancora data, essa segue le stesse regole del pranzo, mentre in altre case la cena viene preparata in alternativa al pranzo.



DEFINIZIONE E CARATTERIZZAZIONE DELLE FESTE


·        Il Wemilere o Tambor de santo

E’ la festa più importante della Regla de Ocha per rendere onore alle divinità. Il termine wemilere deriva dalla parola yoruba wa-ni-ilé-ere, ovvero “prendere parte alle convulsioni della casa delle immagini”, alludendo al carattere convulsionario di queste feste. Oggi però, il termine utilizzato per indicare questo tipo di festa è tambor de santo, batá o semplicemente tambor.
Questa festa ha una durata di circa quattro o cinque ore dopo il mezzogiorno, a Matanzas inizia verso le sei e prosegue fino a mezzanotte, a La Habana inizia alle due e termina alle sei o sette di sera, seguendo la tradizione e costituendo l’orario più frequente.
Nel wemilere si realizzano tutte le cerimonie descritte nel capitolo precedente. Durante il Oru seco sono eseguiti i toques senza canto agli orishas e ci si veste di bianco con cappello bianco. L’ordine di esecuzione dei toques è quasi sempre il seguente:

1.      Elegguá
2.      Elegguá
3.      Oggún
4.      Ochosi
5.      Obaloke
6.      Inle
7.      Babalú Ayé
8.      Babalú Ayé
9.      Osain
10. Osu
11. Obatalá
12. Dadá
13. Oggé
14. Aggayú
15. Orula
16. Ibeyis
17. Orishaoko
18. Changó
19. Yegguá
20. Oyá
21. Ochún
22. Yemayá
23. Obba
24. Oddua

In totale 24 toques nei quali s’invocano 22 orishas, in quanto per Elegguá e Babalú Ayé ne vengono eseguiti due ciascuno. Quest’ordine non è rigoroso e spesso si varia, restando fissi Elegguá come primo e l’orisha a cui è dedicata la festa per ultimo.
Nel Oru de afuera invece l’ordine è questo:

1.      Elegguá
2.      Oggún
3.      Ochosi
4.      Orishaoko
5.      Inle
6.      Babalú Ayé
7.      Obatalá
8.      Dadá
9.      Oggué
10. Aggayú
11. Ibeyis
12. Changó
13. Obba
14. Yegguá
15. Oyá
16. Yemayá
17. Ochún
18. Orula

Mentre nella seconda parte si esegue una chiusura con 14 brevi toques, in quest’ordine:

1.      Elegguá
2.      Changó
3.      Yeguá
4.      Oyá (senza canto)
5.      Oyá (senza canto)
6.      Babalú Ayé (senza canto)
7.      Babalú Ayé (senza canto)
8.      Yeguá
9.      Osain
10. Yemayá
11. Elegguá
12. Elegguá
13. Elegguá
14. Olokun

Oggi questa chiusura si è ridotta a un assolo dei batá, mentre un posseduto lancia un secchio d’acqua per strada, con il quale simboleggia di buttare il male fuori. Durante la festa i partecipanti offrono denaro ai musicisti e al cantante solista, oltre che ai posseduti.

o   Gli strumenti, le musiche e i canti

I tamburi utilizzati nel wemilere sono i batá, tre tamburi che posseggono un segreto, aña, per il quale sono oggetto di culto da quando sono costruiti. Sono consacrati inizialmente e gli viene dato un nome, poi ricevono il sangue di un animale per alimentarsi. Coloro che suonano i batá de fundamento sono chiamati omoaña, cioè figli di aña, che è anche un orisha. Essi devono seguire delle pratiche rituali ogni volta prima di suonare con questi tamburi, come astenersi dal fare sesso per le 72 ore prima. Il più grande si chiama iyá, ovvero madre, è il più grave e si colloca al centro, è adornato da campanelle sul bordo; il medio si chiama itótele e prende posto a destra; il più piccolo, okonkolo a sinistra. Il grande e il medio sono cosparsi al centro con una sostanza resinosa chiamata fagdela o idá, con funzione sia rituale che sonora. La tensione si regola con dei tiranti di pelle a forma di N, la pelle dove si batte la mano si chiama avó, la parte grande enú o boca, la parte piccola chachá o culata. Sono accordati con una piccola mazza di legno chiamata igguí. Ai tre tamburi si aggiunge spesso un acheré suonato dal cantante, chiamato akpwón.
I batá si costruiscono con legno di mogano, quercia, avocado, mandorlo o cedro, quest’ultima la preferita. I tre tamburi devono essere ricavati dallo stesso albero, anche se è molto difficile riuscirci. La pelle utilizzata è di capra o cervo. Si suonano a mano nuda o con la cosiddetta chancleta o suela, un pezzo di pelle dura a forma di mano e generalmente utilizzato a Matanzas. I batá si suonano appesi al collo o seduti e si appoggiano a terra, su una stuoia, solo quando si realizzano dei sacrifici.
Esistono dei batá famosi, alcuni dei quali si dice sono in attività da più di cento anni.
Oltre ai batà de fundamento si utilizzano altri che sono solo giurati, ma non possono essere suonati ai morti o Eggun, o per la presentazione del iyawó al tambor.
I nomi dei toques sono spesso dati in base al suono onomatopeico di batá o con nome di origine yoruba. I canti sono antifonali e dalla grande bellezza melodica, i testi alludono alla mitologia e narrano storie e avventure degli orishas. Essi insieme ai toques propiziano la possessione dei presenti da parte degli orishas.

o   Canti e recite del wemilere

Testi recitati:

1.      Elegguá (toque: Lalumbanché)
Akpwón:        Barasuayo
                       Ominiala wana mamaqueña irawo e
                       O barasuayo equee echu odara
                       Ominiala wana mamaqueña irawo e
Coro:             (uguale)

2.      Oggún (toque: kobú kobú)
Akpwón:        Mariwo ye ye yé
                       Mariwo ye ye yeo ogún ashó alawedé oké
Coro:             (uguale)
Akpwón:        Monimowó nimowó
                       Monimowó nimowó
Ogún ochó alawedé oké
Coro:             (uguale)

3.      Changó (toque: tui tui)
Akpwón:        Awama ko guaye o
                       Alagdó laqui laqui
                       Agó orisa aleyo
Burutakua mowi
Awan wan lo orú
Okán geri gei
Okán lowuo
Ikú olodumare
Ayóbi oyó
Ayóbi oyó
Changó ayobi niya
Eyí la che bora
Eluo koke
Okán lowo lanti lanti
Oba osoo aché eré
            Coro:              Oba ibó si are aré o
                                   Oba ibó si are aré o
                                   Ero amalá ibó era o
                                   Oba osó aché eré

Canti:

1.      Oyá (toque: bayubakante)
Akpwón:        Ijé ije kuá
Ijé ije kuá
Oyansile confoyao
Sawadé alá kuerú mariwó
Oyade
            Coro:              (uguale)

2.      Ochún (toque: itewere)
Akpwón:        Ite were were
                       Ita osuo
Itewere were
Ite were were
Ita osuo
Itewere were
Ita iyá
Ocha ki nigba
Ita osú
Cheque cheque
Ita iyá
Ite were were
            Coro:              (uguale)

3.      Yemayá (toque: oyakotá)
Akpwón:        Sokuotaniwó awa asesú
                       Ewimá achelé olomide
Coro:             (uguale)
Akpwón:        Odá asesú
Coro:             Oní Yemayá
                       Agota kuelebó
                       Awá asesú
                       Were were achó lewé
Akpwón:        Were were achó lewé
Coro:             Were were achó lewé

4.      Obatalá (toque: kukurú kukurú)
Akpwón:        Babá fururu ere reo
                       Okañeñe elé yibo
                       Elerifao basibasawo
                       Eyiborere basibao
                        Enuaye yawaloro
                       Eyawaloro elece okán
Coro:             (uguale)

o   Le danze del wemilere

Le danze degli orishas sono una delle principali attrazioni della festa. Si tratta di balli rituali che rappresentano le divinità, con la più grande quantità di movimenti corporali rispetto a qualsiasi altro genere di danza cubana. Nel wemilere la danza è la ragione principale della festa, costituendo il mezzo di comunicazione con gli orishas. Ogni danza rappresenta un orisha imitando ciò che rappresentano (il mare, il fiume, le malattie, il vortice, ecc.), le attività preferite (guerra, caccia, lavoro, gioco, ecc.), lo stato d’animo (allegria, rabbia, tenerezza, paura, ecc.), la personalità (brusca, sensuale, maternale, giocosa, ecc.).
Queste danze sono altamente espressive poiché ogni gesto, passo e movimento ha un significato e comunica un messaggio. La difficoltà delle danze della santeria si spiega non solo per la grande varietà di passi e movimenti, ma anche per la loro coordinazione degli stessi con le differenti parti del corpo. Il movimento complessivo del danzatore è strettamente legato ai ritmi prodotti dal congiunto di batá, per cui ad ogni cambio di ritmo e all’inizio di ogni canto, cambiano passi e gesti. Come esistono toques specifici per ogni orisha, esistono determinati passi, figure e gesti. I nomi dei passi corrispondono a frasi o parole utilizzate nei canti o allo stesso nome del toque, essendo quindi, per la maggior parte di origine yoruba.
Durante le feste esistono momenti in cui si danza collettivamente e ogni partecipante danza in modo indipendente, danze di gruppo, avanzando e retrocedendo in linea di fronte ai batá, danze in circolo che ruotano in senso contrario all’orologio e altre in circolo con un danzatore al centro. Nel wemilere predomina la danza libera e collettiva di fronte ai batá.
La postura utilizzata nelle danze agli orishas può essere sintetizzata in alcune caratteristiche generali: le gambe leggermente flesse e ben appoggiate a terra, il busto leggermente in avanti, il movimento complessivo di spalle, braccia e petto, i giri sul posto eseguiti piegando il busto nella direzione in cui si sta girando. In definitiva queste danze sono caratterizzate dai movimenti ondulanti del busto, insieme alle braccia.
Diversamente succede con la danza dei posseduti, i quali eseguono i gesti specifici dell’orisha che li ha mandati in trance, con passi e figure ampi ed esagerati, che occupano tutto lo spazio a disposizione. Nel cadere in trance si perde l’equilibrio e poi s’inizia con la danza, il resto dei partecipanti si fanno da parte e lasciano la scena al cosiddetto caballo, si inginocchiano e toccano il pavimento con le dita, baciano quindi le dita, mostrando rispetto e venerazione per la presenza della divinità.
La danza collettiva ritmica e ondulate, il ritmo dei batá che va accelerando, l’atmosfera mistica religiosa, i canti ripetuti all’infinito, sono le cause principali che provocano la caduta in trance. Questo stato di alterazione psicofisica, causa il cambio di personalità del posseduto con quella della divinità, che nel corpo umano esegue azioni che fanno capire la sua presenza, come toccare il fuoco, mettere la mano nell’acqua bollente, mangiare scarafaggi, leccare le ferite di qualche presente, e cosi via; azioni che nessun umano cosciente avrebbe mai eseguito. Durante il trance il posseduto parla spesso in lingua yoruba, incomprensibile per la maggior parte e tradotta da una madrina o santero di fiducia che accompagna il caballo de santo alle celebrazioni, con il compito di soccorrerlo e asciugargli il sudore. Al termine del trance la persona non ricorda niente e chiede dove si trova e cosa gli è successo.


·        Le feste di Güiro

Festa in onore degli orishas ma senza il carattere sacro del wemilere. Il nome deriva dall’utilizzo del conjunto di chequeré o agbé, popolarmente conosciuti come güiros, per accompagnare l’esecuzione della festa. I toques de güiro sono frequenti a La Habana (Marianao, Regla, Guanabacona, Centro Habana e Habana vieja), come a Matanzas, mentre nella provincia di Villa Clara è diventata la preferita dei fedeli.
Per la festa s’innalza un altare in onore della divinità da celebrare, eseguendo le stesse azioni e con le stesse finalità del wemilere. Durante l’esecuzione del Oru del Igbodú si eseguono in onore degli orishas sia i toques che i canti e non sono i primi come nel batá, a causa che il ritmo dei güiros è uno e sono i canti a identificare le diverse divinità. L’apice della festa si raggiunge nel Oru pubblico, con la danza collettiva e la possessione.
Ci sono anche casi in cui si utilizzano batá e güiros nella stessa festa, i primi per la parte intima e i secondi per quella pubblica, sempre nel rispetto di vecchie tradizioni.

o   Strumenti, toques, canti e danze

Gli chequeré o agbé, comunemente chiamati güiro, sono realizzati per l’appunto dal frutto secco e svuotato della pianta di güiro. Gli strumenti sono poi vestiti con una maglia di tela nella quale sono legati dei semi di mate e che, quando sono scossi, producono un suono.
Il conjunto è formato da tre strumenti di differenti dimensioni: il più piccolo è chiamato Salidor (o anche cachimbo, omelé, un golpe, uno, repicador), perché inizia il ritmo; il medio è chiamato Dos golpes (o anche mula, segundo, dos, marcador); il maggiore Caja. Il suonatore di güiro è detto güirero.
Del conjunto fanno parte anche la Guataca (pezzo di ferro simile ad una zappa suonato con un bastoncino metallico) o un cencerro, ed una o due tumbadoras, solo eccezionalmente tre. Questi strumenti non hanno carattere rituale e non richiedono suonatori consacrati.
I canti e i toques de güiro sono più rapidi e vivaci, meno ricchi in quanto generalmente è uno per tutti gli orishas. Diventa fondamentale il ruolo del akpwón, unico che permette di identificare la divinità a cui è dedicato il toque, oltre ai gesti caratteristici dei vari orishas realizzati mentre si canta. Esistono canti specifici per il güiro ai quali sono sommati quelli del wemilere.
Il carattere informale di questa festa influisce sulle danze, che sono più semplici pur avendo lo stesso ruolo di provocare il trance. Data la maggiore rapidità della musica, anche le danze saranno più rapide, il ritmo è uno ma costantemente rivitalizzato da lunghi scuotimenti della Caja. Per il resto sia i passi che la postura sono gli stessi che per il wemilere.


·        Le feste di Bembé

Il toque de bembé è la festa della santeria più diffusa lungo il territorio nazionale e si realizza generalmente nelle zone rurali e nelle cittadine delle altre provincie. Il termine bembé è stato spesso utilizzato erroneamente per indicare il wemilere, provocando confusione anche tra gli studiosi.
Nel bembé sono utilizzati tamburi ad una membrana e i conjunti musicali possono essere diversi per conformazione e numero di strumenti. Nelle provincie centrali e orientali il wemilere è poco frequente, per cui il bembé diventa la cerimonia principale, rivestendo lo stesso valore del wemilere a La Habana e Matanzas.
Resta comunque una cerimonia rituale nella quale avviene la possessione per mezzo del ritmo delle percussioni, oltre al ripetersi di tutte le fasi religiose previste nelle altre feste.
Lo stesso termine bembé indica una festa con tamburi e danze di origine africana, per cui tutti coloro che non conoscono i vari tipi di feste ogni qual volta vedono danze e musiche percussive le chiamano bembé.
Nel bembé si realizzano la maggior parte delle azioni delle feste viste in precedenza: la preparazione dell’altare, la cerimonia privata e poi quella pubblica. Durante la danza collettiva mancano spesso gli abiti per vestire i posseduti da santo e si utilizzano fazzoletti del colore del orisha che possiede.
La festa di bembé dura molto più che le altre feste, iniziando a mezzogiorno e terminando la mattina dopo.

o   Strumenti, toques, canti e danze

Nelle feste di bembé si utilizzano conjunti molto diversi tra loro a seconda delle tradizioni locali e delle disponibilità di strumenti. Generalmente si utilizzano tamburi di grandi dimensioni, ad una sola membrana e suonati con una bacchetta. Dal più grande al più piccolo si chiamano Caja o Llamador, Segundo e Salidor; ad essi si unisce una maraca o acheré e una campana o una guataca. Queste percussioni non esigono la consacrazione rituale.
Il ritmo dei consunto di bembé è molto dinamico e accentuato. Esiste un solo ritmo e a guidare è la guataca. I canti sono molto più brevi che nelle altre feste e spesso includono vocaboli spagnoli. Esistono canti specifici di bembé oltre ad essere utilizzati quelli del wemilere.
Le danze sono sempre le stesse, tuttavia realizzandosi in zone rurali e periferiche spesso i passi sono più semplici anche se con movimenti più accentuati e aperti.


·        Il Cajon de Santo

E’ una festa, celebrata da più di 60 anni, che prende il nome dai cassoni di legno utilizzati come strumenti percussivi per accompagnare i canti e le danze, e nata per sostituire i batá quando questi irreperibili o senza che nessuno sapesse suonarli, ma principalmente per un fattore economico, essendo un conjunto di batá molto caro da affittare.
Questa festa ha un valore rituale inferiore alle precedenti anche prevede le stesse fasi delle altre feste, eccetto il saluto alle percussioni.  Oggi questa festa è sempre meno usata, visto la maggiore capacità dei credenti di poter pagare un conjunto di batá o gli altri strumenti di solito utilizzati nella santeria, considerato l’aumento della popolazione religiosa e il desiderio crescente di effettuare cerimonie più complesse.
Oggi questa festa è sempre più spesso chiamata Rumba de santo, essendo appunto il genere musicale della rumba ad occupare il posto d’onore e sempre di meno quelli in cui si riproducono toque batá come alle origini.

o   Strumenti, toque, canti e danze

Inizialmente nel cajon de santo erano utilizzate tre vere e proprie casse di legno, di quelle utilizzate per contenere e trasportare merce; esso è utilizzato anche in altri paesi delle Antille, Colombia, Perù, Brasile e Bolivia e si pensa anche in Africa. Fernando Ortiz considera il cajon il primo strumento mulatto. La sua cassa è a forma di parallelepipedo con diversi orifizi di risonanza, oppure a forma di tronco piramidale capovolto. Le dimensioni del cajon sono molteplici e spesso sono decorati con immagini di orishas. Il conjunto di tre cajones utilizzato nella omonima festa ai santi sono chiamati, dal più grande al più piccolo, caja, segundo e tercero. Si suonano a mano nuda con il musicista seduto sullo stesso strumento o su una sedia. Oggi si utilizzano solo due cajones, il più grande è chiamato maleta o caja e il più piccolo quinto o quintico, il primo è suonato stando seduti sullo stesso, mentre l’altro seduti su una sedia con la percussione posta tra le gambe. Ad essi si aggiungono una guagua o catá, una guataca e la clave.
Il conjunto di cajones si utilizza anche nelle celebrazioni spiritiche  chiamate Cajon pa’muerto, nate negli anni 70 nel quartiere di Atares. In essa si suonano ritmi di rumba ma più frequentemente di palo, i canti sono a ritmi di yambú o guaguancó, mentre il ritornello, o parte più movimentata, si accompagna a ritmo di palo. Quando entra in scena uno spirito congo s’intonano canti e ritmi di palo e makuta. Queste feste hanno lo scopo d’invocare e rallegrare gli spiriti o i morti.
Spesso si è creata confusione tra il cajon de santo e il cajon pa’muerto, pur essendo la prima una cerimonia della Regla de Ocha e la seconda un rito spiritico,; attualmente il secondo tipo di festa è il più diffuso.
L’utilizzo della rumba nel cajon de santo ha contribuito a far ritenere questa festa come profana; musicalmente si cantavano sul yambú e sul guaguancó canti creati ad hoc con le leggende degli orishas. Questi canti hanno una struttura che si può dividere in due parti: la Diana, un lungo racconto di carattere espositivo che narra la vita del santero e degli orishas e nella quale interviene solo il akpwón; il Capetillo, ovvero un montuno rapido e nel quale si ripete un ritornello intonato dal akpwón e ripetuto dai presenti. La lingua utilizzata è lo spagnolo.
Nel cajon de santo si utilizzano le danze del wemilere e il ballo di rumba, quest’ultimo preferito nell’attualità. Nella prima parte del canto, la diana, si balla in gruppo eseguendo il solo passo base, mentre durante il capetillo si balla in coppia o liberamente.


·        Il Violín

I violini sono utilizzati prima di tutto nelle feste spirituali, per cantare alla Vergine Maria, e solo in seguito anche nelle feste della santeria, per lo più da santeros che erano anche espiritistas. Questa celebrazione esisteva già negli anni cinquanta e un decennio dopo prende piede anche nella santeria. I primi Violines agli orishas erano dedicati solo ad Ochún e un po’ più tardi anche a Yemayá; il suono dei violini è associato dai santeros all’acqua e per questo inizialmente essi erano suonati solo a questi orishas. Attualmente il violin è offerto anche a Obatalá e Elegguá, e avvolte anche ad altri orishas, essendo il suo obiettivo quello di calmare e pacificare le divinità.
Nel violin rispetta l’ordine riproduce le stesse fasi delle altre feste.

o   Strumenti, toques, canti e danze

I violini utilizzati, specialmente nel secolo scorso, erano spesso costruiti dagli stessi musicisti, da un’abitudine dei neri visto che già in Africa utilizzavano violini fatti in casa. La composizione del conjunto musicale varia in base alla richiesta e la disponibilità, non esistendo un gruppo tipo. Le più utilizzate sono composte da tre violini, chitarra, tumbadora, güiro e cencerro, ma si può trovare anche una viola con due violini, oppure quattro violini e avvolte un piano elettrico.
Le musiche suonate sono molte: canzoni, boleros, canti infantili, antiche canzoni popolari, canti spirituali, della santeria e del Palo, spesso effettuando mix tra canzoni popolari e testi creati per le divinità. Si suonano, rumba, guaracha, son, cha cha cha ecc. Di solito si inizia con un ritmo lento per terminare con una specie di montuno con alternanza di coro e solista.
Di conseguenza le danze eseguite in un violin sono quelle corrispondenti ai diversi generi musicali suonati.

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