El Monte (Lydia Cabrera)


EL MONTE


IL MONTE

Persiste nel negro cubano, con tenacia meravigliosa, la credenza nella spiritualità del Monte. Nei monti e nelle foreste cubane vivono, come nelle selve africane, le stesse divinità ancestrali, i poderosi spiriti che ancora oggi, allo stesso modo che durante i giorni della tratta, più teme e venera, seguendone le ostilità e le benevolenze da cui dipendono i loro successi o disfatte.

Il negro che si addentra nella foresta, entrando per intero nel “cuore del Monte”, non dubita del contatto diretto che stabilisce con forze soprannaturali che, nei propri domini, lo circondano: ogni spazio del Monte, per la presenza invisibile o avvolte visibile di spiriti e divinità, è considerato sacro. Il Monte è sacro perché vi risiedono le divinità. “I Santi stanno più nel Monte che nel cielo”.

Generatore della vita, “siamo figli del Monte perché la vita iniziò li; i Santi nascono dal Monte ed anche la nostra religione nasce dal Monte”, mi dice il mio vecchio yerbero Sandoval, discendente eggwddós, “Tutto si trova nel Monte” – i fondamenti del cosmo – “e tutto bisogna chiederlo al Monte, che ci mette a disposizione di tutte le cose”. (In queste spiegazioni ed in altre simili, - “la vita è nata dal Monte”, “siamo figli del Monte”, ecc. – per i negri, il Monte equivale alla Terra se visto nel concetto di Madre universale, fonte di vita. “Terra e Monte sono la stessa cosa”).

“Li stanno gli Orishas Elegguá, Oggún, Ochosi, Oko, Ayé, Changó, Alláguna, Eggun (i morti), Eléko, Ikús, Ibbayés” – “E’ pieno di defunti! I morti vanno a stare nella foresta”.

“Nel Monte si trovano tutti gli Eshu”, entità diaboliche, gli Iwi, “gli addalum, gli ayés o aradyés; la Cosa-Mala, Iyóndó”, spiriti oscuri, malefici, “che hanno cattive intenzioni”, “tutta la gente strana dell’altro mondo”, spettrali ed orribili alla sola vista, Anche animali dell’altro mondo, “come Keneno, Kiama o Kolofo, Aróni, che Dio ce ne liberi”. Il chiaroveggente, solitario nella foresta misteriosa, percepisce gli esseri strambi ed impressionanti agli occhi degli esseri umani e demoni silvestri che il negro sente vagare nella vegetazione.

“Ho visto, ve lo giuro sulla mia anima”, mi confida il mio caro maestro José de Calazán Herrera, “la testa di un negraccio peloso come un ragno, dal quale uscivano i piedi dalle orecchie e stava appeso con una zampa ad un ramo”. Non mettiamo in dubbio la reale pelosità  di questa testa intravista in qualche anfratto, formatasi nel mistero della penombra e della paura, né d’altre sue visioni prodotto di chissà quali illusioni, che per un negro credente rapidamente si converte in realtà, come tutto quello che sogna ed immagina. Le menzogne che il negro tanto minuziosamente improvvisa, causa una predisposizione straordinaria all’autosuggestione, - che non dobbiamo perdere di vista per non dubitare della sua sincerità e comprenderle meglio – dolcemente s’impone nella sua anima con il convincimento di un’esperienza reale. Il fatto fantasioso che inventa, basta che lo racconti molte volte perché si trasformi inconsciamente e resta memorizzato nella sua coscienza come un qualcosa che successe realmente, ed anche se la facilità d’autopersuasione, - anche se non tanto esagerata – non è un’esclusiva del negro, attraverso questa ci fa capire molte delle particolarità della sua anima, della sua emotività religiosa, della sua creduloneria; e da ciò, l’influenza persistente ed incalcolabile, che lo stregone e la magia esercitano continuamente nella sua vita.

Dominio naturale degli spiriti, molti dei quali visti con gli occhi ben svegli di alcuni dei miei più seri e convincenti informatori, vecchi e giovani, il Monte, logicamente, è un luogo pericoloso per tutti quelli che ci si avventurano senza prendere le giuste precauzioni. Tutte le cose apparentemente naturali, eccede dai limiti ingannatori della naturalezza: tutto è soprannaturale, verità che siamo soliti ignorare o che abbiamo dimenticato con l’età. La maggior parte degli spiriti, alcuni temibili, che si nascondono in certi alberi o piante, le grandi divinità che abitano e spadroneggiano nel Monte, nelle Ceibas e jagüeyes, sono come tutti gli spiriti e divinità, sia benevole che maligne, estremamente suscettibili. Aggiungerei, con il permesso dei miei istruttori, che tutte le divinità sono estremamente interessate. E’ indispensabile quindi conoscere le loro esigenze, seguire scrupolosamente le regole stabilite dagli stessi spiriti (“il Monte ha le sue regole”) e dagli antenati africani che insegnarono ed iniziarono ai vecchi creoli. Per fare in modo che il Monte sia propizio all’uomo e lo aiuti nei suoi impegni, è importante “sapere entrare nel Monte”. Cedo la parola a Gabino Sandoval, il quale prova a fare chiarezza su questo punto con i giusti esempi: - “Figuratevi che Eggo, il Monte, è come un tempio. Il bianco va in chiesa a chiedere quello che non tiene, o a chiedere che Gesù Cristo o la Vergine Maria o qualsiasi altro membro della famiglia celestiale, gli conservi quello che tiene e glielo rafforzi. Va nella casa del Signore per servirlo ed attendere alle sue necessità… perché senza l’aiuto di Dio, cosa può un uomo? Noi negri andiamo al Monte come se fosse una chiesa, perché è piena di Santi e defunti, a chiedere quello che ci serve per la nostra salute e per le nostre cose quotidiane, quindi: se nella casa altrui bisogna essere rispettosi, nella casa dei Santi non bisognerà esserlo ancora di più? I bianchi non entrano in chiesa come se entrassero in una qualsiasi casa. Cosa penserà il Santissimo di coloro che voltano le spalle all’altare e poi gli chiedono salute, che li aiuti e cosi via? Gesù Cristo si offende e non da ascolto alle richieste, e ciò perché tutto ha una sua forma ed anche i Santi vogliono che si rispettino delle regole. Il Monte è come la chiesa e anche lì ci sono i Santi, le anime e tutti gli spiriti e quindi neanche nella casa del Signore si entra senza rispetto e compostezza, e con maggiore ragione quando si va a chiedere qualcosa”. –
Il Monte racchiude essenzialmente tutto ciò di cui ha bisogno il negro per la sua magia, per la salvaguardia della sua salute e del suo benessere; tutto quello che serve per difendersi da qualsiasi forza avversa, una volta somministrati gli elementi protettivi – o preventivi – più efficaci. Per utilizzare la pianta, il legno o la pietra necessari bisogna rispettosamente chiedere il permesso e principalmente bisogna pagare il “derecho” costituito per lo più da aguardiente, tabacco, denaro ed in certe occasioni con il sangue di un pollo o di un gallo. “Un tronco non costituisce il Monte”, e nel Monte ogni albero, ogni pianta ed ogni erba ha il suo padrone.

“Senza cortesia”, mi assicura Baró, “il Monte non concede niente che possegga virtù”. Non dimentichiamo che il negro personifica ogni cosa: “Se non si saluta il Monte, se non paghi il tributo, si arrabbia".

Il peggiore dei ladroni durante una fuga, non oserà prendere niente per fare una stregoneria senza pronunciare un reverente “con permesso”, e senza pagare lasciare alcune monete di rame, oppure alcuni chicchi di mais, all’invisibile e temuto padrone.

M.C. che va spesso nella foresta con la nuova luna, recita (prima di tutto saluta il vento del Monte):

“Tié tié lo masimene, - buenos dias -. Ndiambo luweña, tié tié. Ndiambo que yo mboba mpaka memi tu cuenda mensu cunansila yari-yari con Sambianpungo mi mboba cuna lembo nsasi lumuna. Nguei tu cuenda. Cuenda macondo, nboba nsimbo Nsasi Lukasa! Pa cuenda mpolo, matari Nsasi…”.

Dio dammi il permesso, il riassunto del testo congo che dice al Monte: “Guarda che ti sto dando in modo che tu mi permetta di raccogliere quello che mi serve per un talismano o alcune essenze, per portarmi una pietra di Nsasi".

Senza questa riverenza, sa che quello che raccoglierà non avrà alcun potere ne anima.

Alberi e piante ricoprono un ruolo molto importante nella religione e nella vita mistica dei negri e dei meticci cubani.

“Non c’è Santo – Orisha – sin Ewe”, né “Nganga, Nkiso ed incantesimo senza Vititi Nfinda". Alberi e piante sono esseri dotati d’anima, d’intelligenza e di volontà, come tutto ciò che nasce, cresce e vive sotto la luce del sole, - come tutte le manifestazioni della natura, come tutte le cose esistenti. – Per lo meno cosi credono a piedi uniti i miei numerosi confidenti.

“Quest’anno il mio marpacifico si è impegnato per non darmi un solo fiore, mi sta castigando.  – si lamenta una donna – E’ successo per colpa di alcuni vicini quando mi hanno chiesto di dargli una foglia ed io senza pensarci gliela diedi; alla pianta ciò non è piaciuto. Vuole che le sue foglie siano pagate ed è giusto. Lei sa che non bisogna dare gratis foglie di marpacifico né di paraiso".

Quando un albero non è precisamente la dimora o il “trono” di una divinità, possiede le virtù che gli ha conferito la divinità a cui appartiene. Tiene il suo “aché”, la sua grazia. Anche la tradizione popolare cristiana, che raccoglie tutte le vecchie tradizioni precedenti ed universali, conosce molte cose sulle piante e su gli alberi miracolosi; alcune piante, per il fatto di essere nate nel Calvario, perché guarirono le piaghe di Nostro Signore o furono seminate dalla stessa Vergine, ricevettero proprietà benefiche da queste mani divine. In altre invece, come per tutte le cose, ci ha messo mano il Diavolo.

Per le facoltà curative, per il potere magico che attribuisce a piante ed erbe, il negro non può prescindere, quotidianamente, dall’utilizzarle ed ad invocare la protezione degli spiriti o forze in loro contenute. Delle Ewe o Vititi nfinda si avvarrà in ogni momento della sua vita. La magia è la grande preoccupazione dei nostri negri ed il dominio delle forze occulte e poderose il suo più grande anelito.

Stregoni sono i nostri negri, molte volte temendo e condannando la magia ortodossa, le cui pratiche e riti sono indirizzati all’ottenimento il bene della comunità. Quindi stregone a vantaggio personale e contro il prossimo, se si presenta l’occasione: stregone forzatamente, a propria difesa. “E’ molto pericoloso vivere qui senza una protezione. Ah, Cuba è così bruja!” E davanti a qualsiasi incidente naturale, alla prima difficoltà che gli si presenta nella vita, apparentemente inspiegabile o… facilmente spiegabile, il negro reagisce con la stessa mentalità primitiva dei suoi antenati, evidenziando com’è impregnata la stregoneria nel tessuto sociale cubano, fino all’inimmaginabile e nonostante la scuola pubblica, l’università ed il cattolicesimo che non hanno alterato le credenze religiose della maggior parte della popolazione. (“Gesù non nasce nel monte su di un cumulo d’erba – dice C. – e per salire al cielo per diventare un dio non muore in un monte, il Calvario? Sempre andava per i monti. Era yerbero!”)

Senza variare i modelli africani di difesa, - o d’attacco – dispone per lottare contro le incessanti stregonerie avverse, di tutta una tecnica preventiva fatta di un incalcolabile numero di formule, d’antidoti, di contro incantesimi, di trabajos, nsalanga, e di ebbós che prendono le loro virtù da alberi, piante o erbe. Con ewe, cosi come chiamano piante ed erbe i discendenti dei lucumis/yorubas, o vititi nfinda, i discendenti dei congos (i negri provenienti dal Congo) – e per questi il termine comprende tronchi, foglie e radici – si allevia un semplice dolore di stomaco o si cura una piaga maligna. Ma soprattutto, per mezzo di ewe e del suo “segreto”, o vititi, si ottiene l’effetto soprannaturale di contare solo sulle proprie forze senza il ricorso a magia o spiriti vari. Con ewe o vititi nfinda si sconfigge un maleficio, si purifica, si limpia una persona da tutti gli incantesimi, si blocca un influsso negativo, si chiude la strada al male, si allontana una disgrazia o una persona sgradita dalla casa, si neutralizza le cattive azioni di un nemico e quello che è più pratico e soddisfacente, lo si manda all’altro mondo.

Alberi ed erbe, nel campo della magia o nel campo della medicina popolare, inseparabile dalla magia, sono adatti a tutte le esigenze. Non bisogna stupirsi se i nostri negri e forse possiamo dire il nostro popolo, ha una grande conoscenza delle virtù curative delle piante che attribuisce ai poteri magici di cui ritiene siano esse dotate. “Curano perché esse stesse sono streghe”.

Importante è curare un dolore, però molto meglio è liberarsi di un’ombra cattiva, di un’influenza malefica, di un malembo o di un ñeque, che è ciò che produce la malattia.

Ogni calamità ha il suo antidoto o prevenzione in qualche ramo o erba, e certamente per l’intervento di un altro spirito più forte che combatterà e vincerà lo spirito che ha prodotto il male.

Un palomusi o inkunia nfinda – ci attacca con uno spirito e con un altro ci difende il brujo. Causano il bene o il male a seconda dell’intenzione di chi lo taglia ed utilizza.

Il rito, la parola, la combinazione magica, determina dopo l’effetto; e per tutto ci possono essere due effetti: quello positivo e quello negativo. “Se prende quello che si vuole”. “Il palo fa quello che gli si comanda”.

Nei parchi, in onore della verità, della stessa Avana, le piante coltivate non possono concorrere con quelle che crescono naturalmente nelle campagne. Il bicarbonato non ha un prestigio maggiore del decotto di albahaca viola di Oggún o della mejorana di Obatalá. Per i piccoli acciacchi fisici o far risplendere la stella di un destino che si è annuvolato, qualsiasi donna bianca de la tierra, senza che sia necessariamente una iyalocha – sacerdotessa – ci indicherà una serie di erbe che gli ispirano più fiducia che le medicine del farmacista, sia aventi un potere spirituale, sia quelle che secondo la fede e l’esperienza della fede del popolo, combattono meglio la sfortuna, la salsacion.

In ogni erba è contenuta la virtù di un santo, una forza soprannaturale. “Le medicine sono vive nel Monte”, mi disse un vecchio che non riuscì a convincere a farsi curare i reumatismi dal medico, “io conosco l’erba giusta – disse – e presto la andrò a cercare. Porti il suo medico nella foresta per vedere se conosce quale raccogliere per curare un catarro. I miei malanni li curo con le erbe e non con le punture. Il medico non cura niente, quello che guarisce sono le formule magiche”. Quelle del ngángántare o ngángula, agguggú, awó o babalawo. Nel negro capitolino, nonostante la sua innegabile adattabilità al progresso materiale, che qui come in nessun altra parte del mondo siamo soliti confondere orgogliosamente con la cultura, situato sullo stesso piano sociale del bianco, godendo in ogni modo dei benefici del progresso, l’attaccamento all’Africa non è meno forte che nel negro delle campagne, ignorante e retrogrado. La radice piantata a principio del XVI secolo si mantiene forte e vigorosa; ed anche se definitivamente rotta dalla seconda metà del XIX secolo tutte le comunicazioni dirette con l’Africa, i nostri negri, nello spirito, non hanno smesso di essere meno africani. Non hanno potuto rinunciare alle loro credenze ne dimenticare i segreti insegnamenti dei loro progenitori. Continuano fedelmente le loro vecchie pratiche magiche e per ogni cosa continuano a ricorrere al Monte, rivolgendosi alle primitive divinità naturali che adorarono i loro antenati e che gli hanno lasciato vive, alloggiate in pietre, conchiglie, tronchi e radici e a coloro che continuano a rivolgersi a queste divinità in lingua africana, yoruba, ewe o bantú. Coloro che vivono in città e che sanno leggere e scrivere, ascoltano la radio e vanno al cinema, sacrificano ai loro feticci “a su prenda”, le stesse cose che offrono il contadino analfabeta nella sua baracca isolata. Costoro che rispettano la magia e la cura con le erbe, sono i depositari delle tradizioni più pure e rigorose e precisamente perché non è uscito dal Monte e conserva i segreti dei vecchi africani.

Sia nelle capanne che nelle case più confortevoli dell’Avana, il dio Elegguá, rappresentato da una pietra a forma di viso umano, continuerà, ben unto con burro di corojo, a vigilare con i suoi occhi di conchiglia da dietro le porte delle case, soddisfatto almeno una volta al mese con il sangue di un pollo – a meno che non chiederà che sia ucciso un topo (teré) o una jutia (ecuté) –, nella stessa casa dove si legge il vangelo. Sincretismo a cui non sempre si sottrae il bianco, riflesso fedele di un sincretismo sociale che non deve meravigliare nessun conoscitore di Cuba. I santi cattolici sono sempre stati a loro agio con quelli africani e tutt'oggi vivono in armonia, cosi come prima la medicina conviveva con le erbe degli stregoni. Calixta Morales, una delle Iyalochas che fu più onorata all’Avana, diceva: “I Santi sono gli stessi qui ed in Africa. Gli stessi ma con nomi diversi. L’unica differenza sta nel fatto che i nostri mangiano molto e devono ballare, mentre quelli loro si servono con olio ed incenso e non ballano”.

Per quanto riguarda le medicine, sempre d’accordo con quello che dice Ifá o diloggún, il vititi mensu (lo specchio magico del mayombero), sono utilizzate le moderne medicine ma nella propria anima e spinti dalla fede si è sicuri che la grazia la concede l’erba o la pianta indicata dal santero ed indicata da una divinità. Mai smette di essere figlio della madre selva, del monte misterioso, saturo di poderosi fluidi, pieno di forze sacre, che sveglia sentimenti di euforia e timore. Il rimedio del Santo è indiscutibilmente nel Monte: iléiggi, igbó, yukó, obóyuro, ngüei, aráoco, eggó o ninfei come lo chiamano i discendenti lucumis; musito, miangu, dituto, nfindo, finda, kunfinda o anabuttu come lo chiamano i discendenti dei congos. Perché gli alberi (ikí, nkuni, musi) sono le case degli orishas, di mpúngus e spiriti – ngangas – e nelle erbe impregnate di arcane ed essenziali virtù, è presente l’influenza delle divinità o delle divinità in persona, che governano il mondo ed il destino di ogni essere umano.


BILONGO


·        Le malattie: cause occulte e reali. “E’ certo che non sempre si muore quando arriva la propria ora”.

“Dove meno ci si aspetta c’è uno spirito, sono in ogni luogo, non li vediamo ma siamo seguiti da morti e santi ad ogni ora”. I negri sono convinti di vivere circondati da spiriti e che alla loro influenza è dovuto quanto di male o di buono succede. Inutile tentare di dare ad un negro una spiegazione puramente scientifica di un male che lo affligge e della causa naturale che l’ha scaturito.

La malattia (oigú, aro; yari-yari, fwá. Rispettivamente in yorubas e congos), il nemico più temibile per la felicità di un uomo e principalmente del povero, è regolarmente, così come conferma l’esperienza, opera di un qualche bilongo, uemba, o moruba, wanga o ndiambo, di un daño, iká o madyáfara, che s’introduce nel corpo. Bisogna arrendersi all’idea che si tratta della manovra di un nemico che si è avvalso di un’energia maligna ed impalpabile. Insomma di un’anima. Il malato non impiega molto a convincersi ed eventuali dubbi residui sono cancellati facendo visita ad un babalawo, sacerdote indovino della Regla (1) lucumí, oppure dal bokono, della Regla arará-dajomi, o ancora dal mayombero (il kintuala nkisi o nfumo) della Regla conga: più genericamente il brujo, lo stregone. Questo personaggio millenario nel quale si fondono l’indovino, il medico, l’incantatore ed il sacerdote e con cui c’imbattiamo a cuba in ogni dove, rivela rapidamente al povero disgraziato, descrivendogli minuziosamente i tratti fisici e morali, le cattive intenzioni di coloro che lo tengono trabajado o amarrado, insomma stregato ed è l’unica causa di tutti i suoi mali. Inutile dire che queste malattie, prodotte da malefici, più facilmente si curano tanto quanto il prima possibile ci si reca dallo stregone.

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(1)       La parola Regla è intesa in senso religioso e comprende tutti i riti e le pratiche religiose importate dall’Africa. Si dividono in due grandi gruppi: Regla de Ocha (Yoruba) e Regla de Mayombe o Palo Monte (Congos). Semplicemente Regla Lucumí e Rega Conga, corrispondenti in linee generali ai due grandi gruppi etnici che predominarono numericamente a Cuba e che rappresentano vivamente con le loro lingue, musiche e culti le culture yoruba e bantù.
Esistono poi la Regla Espiritista, per lo più nelle province orientali ma sempre più utilizzata anche dai sacerdoti delle due Regole maggiori, la Regla Arará (Arará Dahomey), praticata per lo più a Matanzas, i cui sacerdoti sono scettici a tramandarne i segreti anche ai bianchi.
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Prigioniero di una stregoneria che crede invincibile, solo un’altra stregoneria potrà liberarlo. Nganga contra nganga! E’ come dire energia contro energia. Gli spiriti – funbis – al servizio del brujo, non conoscono riposo. “Kindamba, el que no vela no escapa”, “Guerra Loanda siempre está retoña”. Il mondo tenebroso della stregoneria ha un’attività incessante quanto opprimente, ma per fortuna per tutti gli ayé esiste un rimedio. Chiodo scaccia chiodo e “Mayombe tira y Mayombe contesta”. Quello che un brujo fa un altro lo rompe: “Baston que mata perro blanco mata perro negro”, a meno che il danno non lo abbia creato uno stregone cinese; la magia cinese è considerata la peggiore e la più forte di tutte e a detta dei nostri cari negri solo un altro cinese potrebbe contrastarla. E' terrificante, nessun cinese può annullare un maleficio – la morubba – lanciato da un compatriota, come nel caso della sfortunata Ernestina, figlia di una mulatta e di un cinese, morta da pochi anni nel pieno della gioventù. Del tremendo maleficio che fu vittima innocente, non potette, ne volle liberarla di sicuro, il medico, anche lui nativo di Canton, che portò suo padre al capezzale della moribonda come ultima speranza. Lo stesso bilongo cinese, – indistruttibile – sembra continuare ad avere effetto nella famiglia di Ernestina. Una sua nipote, una bambina molto bella, rendendo il caso ancora più patetico, giace nel suo letto a tratti privata della parola ed incapace di eseguire qualsiasi movimento. La famiglia già convinta dell’impotenza dei medici e del potere dei santeros, si rassegna e non prova neanche a lottare contro l’impossibile: la bambina è stata trabajada da un cinese – lei non lo ignora – e tutte le preghiere che in questi casi si fanno a divinità, santi africani, orishas, vudus e mpúngús, sarebbero inutili.

La stregoneria cinese è talmente ermetica che Calazan Herrera, un grande santeros delle vecchie generazioni, non è mai riuscito a scoprire nessuno dei suoi segreti ne imparare niente di questi. Sa solo che mangiano una pasta di carne di toro tritata in cui vanno messi gli occhi e l’organo genitale del toro; si dice sia ottimo per conservare la vista. Si dice che confezionino una lattuga con un veleno molto forte, che la lampada che accendono a Sanfacón illumina ma non arde, che hanno dietro la porta sempre un recipiente pieno d’acqua incantata che lanciano alle spalle della persona che vogliono dannare ed infine che alimentano molto bene ai loro morti.

Molto temibile è anche la stregoneria praticata nelle isole Canarie, i cui praticanti ci hanno trasferito molte superstizioni. Si dice che le stregonerie di questa gente volino cosi come quelle degli stregoni dell’Angola, anche se non succhiano il sangue. Si danno tre palpate nei muscoli e recitano: “Sin Dios ni Santa Maria. Sin Dios ni Santa Maria. A la zanga no má, con ala vá, con ala viene” e prendono il volo.

“Volano le streghe isolane, lo posso giurare” mi avverte Calazan. “Volano su delle scope, sopra il mare. Mio nonno era delle Canarie, venne a Cuba a lavorare i campi e comprò tre schiavi ed una negra, con la quale ebbe dei figli. Questa negra era conga, di Loanda, quella che fu mia nonna. Mio nonno aveva lasciato una moglie legittima alle Canarie senza più preoccuparsi di lei. Una mattina mia sorella, che aveva sette anni, si svegliò raccontando che una donna che non conosceva, era entrata nella stanza e gli aveva detto di non dimenticarsi di dire a suo padre che lei era venuta. Dice mia madre che quell’uomo si ammalò dalla paura, soprattutto quando ricevette una lettera dalle Canarie in cui la donna raccontava che quella notte era stata nella casa a vedere come se la passava e che non avrebbe voluto fare un danno alla figlia perché era una negretta molto bella e che non aveva colpa di niente. Non tornò più. Certamente mia nonna, sapeva bene cosa avrebbe dovuto fare perché la Canaria non volasse più”.

Non è da meno neanche la stregoneria dei negri haitiani e giamaicani: “Mandano i morti con un candelabro a mortificare il prescelto perseguitandolo ad ogni ora”. Per questo si dice che le vittime degli stregoni giamaicani portano dietro un candelabro.

Nel caso non è prodotta da un kindambazo, da una stregoneria, la malattia, di sicuro è un castigo meritato disposto da oru, il cielo, che presuppone sicuramente una mancanza commessa, un atto d’irriverenza o disobbedienza ad una divinità.

Su questo concetto tanto ingenuo delle malattie e tanto attecchito nei nostri negri, non si può offrire esempio migliore di quanto accaduto alla ormai centenaria Teresa, ai tempi dei fatti ottima sarta per conto di ricche e note famiglie dell’Avana, conosciuta nel cabildo “Changó Terddún” (2), nel “Palenque” (3) di Los Ibelles e nel “Pocito”, con il nome di Omi-Tomí, suo nome segreto lucumí.

E’ bene precisare che tutti gli asientados nella Regla Ocha, in altre parole coloro che hanno superato la prova dell’iniziazione (asiento), che li eleva alla categoria di omo orisha, hijos (figli), eletti del santo ed iyawos (spose), hanno due nomi: quello cristiano ricevuto nella fonte battesimale e quello africano datogli dall’orisha o Angel o nganga o fundamento che ha reclamato la sua testa.



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(2)       I Cabildos – alcuni continuarono ad esistere fino ai principi dell’era repubblicana – erano congregazioni, sempre a carattere religioso, di negri africani e loro discendenti creoli, schiavi e liberi, appartenenti ad una stessa nazione, tribù o località. Nominavano e si sommettevano all’autorità di un capo ed una regina, scelti tra coloro che in Africa avevano avuto rango di capi o principi ed avevano stirpe reale. Così come oggi le giovani iyalochas e babalawo rendono onore e seguono una certa etichetta nei confronti dei più anziani e venerati babas ed iyalochas. Questa gerarchia risulta evidente nella cerimonia più importante della regla lucumi, el asiento, la presa di poteri del re appena nominato.
Negli antichi Cabildos, così come scriveva Fernando Ortiz, gli schiavi cercavano di rivivere nelle loro feste la vita della patria perduta.
Ogni nazione aveva il suo Cabildo. Essi costituivano il tempio religioso, la scuola dell’idioma e delle tradizioni d’ogni gruppo africano ed effettive società di mutuo soccorso. I membri d’ogni Cabildo si obbligavano, in base ad un giuramento religioso ad aiutarsi reciprocamente in tutte le circostanze negative della vita.
Ricordiamo il Cabildo Changó Terddún (Cabildo di Santa Barbara), il quale fu uno dei più grandi e prestigiosi fino a quando non furono ammessi anche i creoli, determinando la nascita di due sotto gruppi: i giovani creoli che volevano comandare ed avevano idee progressiste ed i vecchi della nazione, intransigenti. Fu l’inizio della fine.
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(3)       Intorno al 1880, una proprietà nella giurisdizione di Marianao, chiamata Palenque, si convertì in un quartiere africano, vista la presenza di numerosi lucumì e creoli, tutti ahijados, affigliati dei famosi Los Ibeyes, due santeros gemelli molto importanti e chiamati los Papá Jimaguas, Perfecto e Gumersindo. Erano ricchi, possedevano varie case ed in ogni casa una donna. Godevano di fama ed erano stimati tra i negri del tempo e che erano padrini anche di molti bianchi, anche di un certo livello sociale.
Celebravano tutti gli anni nel Palenque la gran festa di Baloggúe (Oggún): l’orisha era posto in un ramoscello a terra, coperto da ñame. Il Palenque fu naturalmente anche santuario dei Los Ibeyes (Santi Cosma e Damiano), anche se i santi principali erano Baloggúe ed Orishaoko. Tutto era fatto com’era abitudine fare in Africa ed i membri erano solo lucumì. El Pocito, vicino al Palenque ed oggi baluardo Abakúa, era di proprietà dei gangáa, che si congregarono li, una volta abolita la schiavitù. Le feste che celebravano il primo giorno dell’anno erano importanti come quelle in onore di Baloggúe ed Orishaoko nel Palenque.
All’alba del primo dell’anno i gangás andavano con i loro tamburi per le strade, seguiti da frotte di fedeli. Quegli stessi tamburi che erano custoditi gelosamente per il resto dell’anno. Adoravano anche Eleggúa e nelle feste in onore a questo santo partecipavano anche membri d’altre nazioni. Non esiste un settarismo assoluto tra i negri, i quali accettano tutte le religioni e tutti i credi, essendo le differenze tra le loro fedi pochissime.
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Figlia di schiava mina (tribù proveniente dalla Costa degli Schiavi ad ovest del Dahomey), Teresa fu cresciuta come una bambina bianca, in casa e lontano dai negri e dalle loro baracche, con tutte le attenzioni e le premure che le due donne di casa riposero su di lei, le quali erano nubili e nominarono Teresa erede universale di tutti i loro beni.

Divenuta sarta, lavorava anche per conto della mia famiglia e fu lei che per la prima volta mi portò ad un asiento, con l’indimenticabile Calixta Morales, Oddedei, sua grand’amica, di legnaggio reale orilé, lucumì; un’aristocratica sempre vestita di bianco, indossava un collare (collanina) di perle rotte e nel Cabildo di Santa Barbara gli erano riservati onori reali. Questa Iyalocha era molto stimata e tutti riconoscevano come l’ultima grande invocatrice o richiamatrice di santi d’alta scuola, la apwónlá, che da inizio nelle cerimonie della Ocha ai canti rituali: “Quando Oddedei chiamava i santi, non ne rimaneva nemmeno uno nel cielo”.

“Dei negri io non so niente, se da bambina non mi lasciavano avvicinare ai negri, sempre attaccata ai bianchi, come posso sapere queste cose” mi diceva Omi-Tomí quando gli facevo domande sulla mitologia ed i riti dei suoi padri lucumì, discendenza che la inorgogliva “perché lucumì è il meglio dell’Africa”, ripeteva. (Questa alta concezione che gli yorubas avevano con ragione del loro popolo, dava molto fastidio ai congos e loro discendenti). Tuttavia quando si rese conto che nelle mie curiosità sui negri non c’era ombra di disprezzo, mi presento alla grande Oddedei.

Questa passò tutto un pomeriggio osservandomi in silenzi che prolungava con un sorriso di denti piccoli ed attaccati, alla fine mi giudicò positivamente e le due vecchie mi portarono all’asiento di una mulatta che riceveva Ochun per curarsi non so di quale male ribelle e tutto il tempo sedette al mio fianco dandomi spiegazioni su quello che vedevo per la prima volta. In quanto ad Omi-Tomì, Teresa, che non sapeva niente dei negri, dovetti letteralmente portarla via dall’abitazione dove ballava, con i suoi ottanta anni a gamba, con un gruppo di coetanei tutti montati dai santi.


·        Bajar el santo

Dobbiamo fare inevitabilmente una pausa per spiegare il significato della frase montati dai santi, caratteristica fondamentale dei culti afrocubani.
Questo fenomeno – conosciuto anche come subir el santo, caer con santo, estar montado o venir el santo a la cabeza – antico come il mondo e conosciuto da tutti i popoli e che succede molto di frequente nel nostro, consiste nel fatto che uno spirito o una divinità prende possessione del corpo di un soggetto comportandosi come che ne fosse il vero proprietario per il tempo che dura la sua permanenza nel corpo stesso. Tutte le persone oggetto abituale d’intromissione di un santo, in tutte le Reglas, sono chiamate caballo o cabeza de santo. Yimbí, kombofalo, nganga gombe, gándo, perro, vasallo, criado o cabeza de nganga, nella Regla Conga.
Il santo sfratta l’anima della persona prescelta, che perde conoscenza e non sa più chi è, è il santo stesso. “Lo agarró santo”, “lo tumbó”, “lo cogió”, “está con santo”, “tiene santo”, sono alcuni dei termini usati.

La coscienza di un individuo posseduto è cacciata temporaneamente dal suo corpo sostituito dall’orisha, npungu o fúmbi. Prova di ciò, più che sufficiente per il negro, è il fatto che il caballo perde interamente coscienza della sua personalità e quando il santo abbandona il suo corpo resta incredulo ed inconsapevole di ciò che è successo in lui e attorno a lui, non ricordando quello che ha detto ne quello che ha fatto. Non ricorda il momento in cui ha perso conoscenza ne quando l’ha ripresa, non ricorda assolutamente niente e se non gli si dice che è stato montado non se ne sarebbe reso conto; resta un po’ frastornato, sudato abbondantemente e con molta sete e fame. Il santo, quando la possessione non viene provocata, può scendere spontaneamente e sorprendere il caballo, causando sempre una lotta con la coscienza della persona che non vuole cedere, anche se momentaneamente, il corpo. Durante le prime volte che una persona riceve il santo, una volta terminata la possessione non gli si dice niente e si dice che sia per non spaventarlo, temendo che il novizio possa impazzire. Altri emeriti santeros però, protestano dicendo che un santo non può far impazzire colui che ha eletto a suo corpo provvisorio; se non veniva detto è per evitare che questi ne approfitti e simuli la possessione.
Il santo inoltre è solito realizzare, tramite il medium, atti tanto ripugnanti, che si preferisce non raccontarli all’omo. Una volta una donna montada andò da una vicina malata e con le gambe piene di piaghe, con la bocca gli tolse le croste e con la lingua gli leccò il pus senza sputarlo. Dopo chiese olio di corojo e gli unse le gambe, lasciando detto che non gli facessero più niente. Fu così che la curò.

Le cure più schifose però, le fece una donna montada con Oggún Arére, la quale leccò un tumore, scena che fece vomitare una ragazza presente alla scena; il santo le disse: “Ti faccio schifo? Va bene, vedremo se presto non sarai tu a fare schifo a tutti”. La donna con il tumore si salvò dopo le cure ricevute da Oggún, mentre la ragazza dopo un anno iniziò a tossire incessantemente e tutti la iniziarono ad evitare. Bisogna fare molta attenzione a non offendere i santi!

Esistono in ogni modo dei mezzi per proteggersi o meglio evitare la possessione: il più usato è quello di stringersi forte i fianchi, fasciarsi con qualcosa del colore del santo a cui si appartiene, bagnare il proprio collare (eleke chiré) che tutti i fedeli indossano, fare tre nodi ad un panno così da tenersi attaccati al proprio santo, legarsi con un filo di paglia di mais il dito medio del piede (principalmente nella Regla Mayombe) e soprattutto farsi da parte quando si eseguono canti e musiche che si sa particolarmente graditi al proprio santo. Buona norma sarebbe quella di uscire dalla casa in cui i tamburi suonano.


·        Il trance nella religione e nella vita dei nostri negri.

E’ meravigliosa la facilità con cui i nostri negri caen en santo, vanno in trance. Ne è prova il moltiplicarsi dei centri di spiritismo in tutta l’isola, che conta già di migliaia di fedeli e centinaia di medium. Ciò dimostra la grande fede negli orishas e nei culti d’origine africana. Molti babalawos, olúos, babalochas, mamalochas, mayomberos, villúmberos, kimbiseros, sono anche medium spiritisti. Così mi ha detto una iyalochas che è anche spiritista e tramite la quale si manifesta alternata con la Virgen de la Caridad del Cobre, lo spirito di uno schiavo gangá: “Ocha o palo sempre spiriti sono” ripeteva, “santi e spiriti sono visite quotidiane nelle case cubane, gli orishas sono morti divenuti santi e poi montano allo stesso modo”. Grazie all’abbondanza di medium i morti possono abbandonare frequentemente lo spazio per venire a parlare con parenti ed amici, fumare un sigaro e dare opinioni su accadimenti di attualità.

Questa facilità dei negri di cadere in trance ha però aiutato la predisposizione all’autosuggestione, già congenita nella maggior parte, alle loro vecchie tradizioni religiose, alla fede inossidabile dell’esistenza degli spiriti, da impulso al negro ad accettare con sicurezza alcuno la realtà di queste manifestazioni – tanto naturali – del mondo soprannaturale. Qualsiasi stato psichico alterato presuppone per il negro, l’ingerenza di un qualche spirito o di un orisha, che entrano nel corpo prendendo il posto della coscienza o intervenendo su di essa solo in alcune occasioni, dicendo quello che deve dire senza che la persona se ne renda conto. Questo modo di essere posseduti è chiamato “tener el santo de guardia”. Un uomo dice che ogni volta che va in trance, quando ritorna in se stesso, il santo resta nel suo corpo di guardia per alcuni giorni. Lui è perfettamente cosciente ma all’improvviso dice cose dal grande significato senza sapere che dice né perché le dice; è il santo che di guardia ogni tanto interviene nelle conversazioni.

Per “sacar al santo”, mandarlo via dal corpo del caballo, bisogna farlo sedere su una sedia con il capo coperto da un panno bianco e soffiargli nelle orecchie dicendo poi alcune frasi in africano, si ripete molte volte poi il nome della persona posseduta e lo si fa stendere su una stuoia a faccia in giù e lo si sveglia.

Nei riti congo invece, si canta al fumbí per scacciarlo. Si fanno stendere le braccia al posseduto e le si bagnano con aguardiente, gli si toglie il cappello rosso e nero usato per la cerimonia e gli si fa tre volte il segno della croce sulla fronte e sul palmo dei piedi.
Non è infine raro che il santo si manifesti in individui sin dalla più tenere età ed altri addirittura quando sono ancora nel ventre della madre.

Altri casi bizzarri d’intervento di spiriti nelle vicende quotidiane è l’innamoramento; una protetta di Sandoval Herrera aveva addosso un santo che si era innamorata di lei e non permetteva che questa si unisse con il marito, tra l’altro da poco sposato. Sandoval si dovette impegnare molto per indurre lo spirito a ragionare e lasciare il corpo della poverina.

Pericoloso è quando il santero si sbaglia ed invece di asientare l’orisha che reclama la cabeza di un omó, gliene mette un altro. Ciò frastorna molto, lo spirito perturba ed avvolte induce alla follia il povero malcapitato.

Molto ricorrente a Cuba è anche il fenomeno dell’autosuggestione, provocata o simulata. In molti solar (cortili delle case coloniali cubane) è possibile assistere a stati di trance quasi sempre simulato. Le feste di Ocha, quelle di Palo o semplicemente un funerale, quasi sempre inaccessibili agli estranei danno forse maggiori garanzie sulla spontaneità delle possessioni.

A parte che nei riti che provocano la scesa di un santo, può capitare che questi spontaneamente sorprendendo il soggetto, ovunque e comunque. E’ il caso di Maria che era ospite di una famiglia all’Avana, da poco arrivata dal suo paese, non conosceva nessuno né si permetteva di andare sola per strada. Il marito uscì per un servizio quando il santo per la prima volta scese nel corpo di Maria e la condusse ad una festa in onore della Virgen de Regla (Yemayá), in una casa distante dalla sua. Un’ora più tardi un negrito andò ad avvisare il marito per conto di Yemayá, che andasse a prendere sua moglie ad un tambor che si stava celebrando nella calle de Figuras.

Un’altra storia emblematica è quella di Carolina: “Mamma senti il tamburo? Di che tamburo parli figliola? Ma come non lo senti, mamma portami là che mi stanno chiamando” – la madre non gli diede caso e Carolina uscì correndo. – La madre con due vicine la seguirono ma la bambina correva così velocemente che la persero di vista. La bambina non teneva nessun santo fatto, ne indossava collare e malgrado tutto dall’età di tre anni riceveva a Yemayá. Molto distante dalla casa, tanto che non si potevano sentire i tamburi, c’era una festa batá e Carolina era a quella festa montada con Yemayá.


·        Caratteristiche delle divinità

Durante le feste lucumís, si onorano e si ringraziano i santi con toques de tambor (musiche di tamburi) e la possessione è suggerita da percussioni e maracas, dai canti e dalle danze.
Il santo in queste occasioni scende a ballare nel corpo del suo omó ed il trance è provocato intenzionalmente. Il caballo è un mezzo di comunicazione diretta tra divinità ed uomini e svolge in pratica la stessa funzione sociale dei gruppi primitivi. Nei giorni delle feste le case in cui sono celebrate restano aperte a tutti quelli che intendono partecipare e l’orisha attraverso il corpo del suo omó parla con tutta la sua autorità divina: è interrogato, risponde alle questioni che gli sono poste, da consigli spontanei o su richiesta, minaccia castighi a quelli che si comportano male “andan bamboleando”.
Ho assistito personalmente alla partaccia fatta da un santo al suo omó perché diceva che bevesse molto e maltrattava la sua donna oppure quella di Oyá ad una donna accusata di aver abortito varie volte, minacciandola di portarsela all’altro mondo se abortiva la creatura che ora aveva nel ventre.
Il santo purifica i suoi fedeli passandogli le mani lungo le braccia e lungo il corpo o gli unge la faccia con il suo sacro e benefico sudore, ballano con in braccio o caricato sulle spalle il prediletto, lancia giocosamente i bambini in aria, invia messaggi agli assenti, da ordini ed avvertimenti, diagnostica malattie e ne prescrive il rimedio, si diverte ballando con i suoi fedeli (che poi è lo scopo della festa, far divertire i santo) ed infine, segno che è sceso un santo, chiede denaro e lo divide tra i fedeli che più ne hanno bisogno, senza tenersi niente.

La persona con il Santo o  Angel (4) montado o subido, riflette le stesse caratteristiche personali che la mitologia attribuisce a chi lo possiede o lo monta.

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(4)       Angel è l’equivalente di Santo ed è il nome con cui i negri usualmente chiamano al Santo, all’orisha e al mpungu congo, con una reminescenza cattolica alle spalle. Lo spirito “que se tiene y se asienta en la cabeza”, angel lucumí, Eleddá u Ori, Olori, che si possiede e si stabilisce nel corpo, guardiano e protettore della sua vita.
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Una donna dalla voce sottile per esempio, parlerà con la voce grossa, adotterà attitudini maschili e sarà arrogante se posseduta da Changó o un altro orisha tra quelli chiamati guerreros, guerrieri. Le figlie di Changó, quando questi scende, si vestono con un abito maschile, rosso adornato con campanelli (chágguoro), con pantaloni sotto le ginocchia, inoltre il santo alzerà le gonne delle donne presenti per dimostrare che non è una donna, inoltre si alza la gonna facendo gesti che vogliono indicare sua la virilità e che lui possiede e molto grande, qualcosa che manca al suo caballo.

Anticamente nelle case dei Santi, ogni omó teneva pronto, per il momento del trance, l’abbigliamento, le maschere e gli accessori corrispondenti alla divinità da cui erano posseduti; abitudine caduta in disuso visto l’alto costo di questi abiti (cosi come sono sparite le maschere di conchiglie e le gonne di pelle di cervo o gatto nelle feste conga).

Una persona molto seria e poco incline al gioco ed agli scherzi, se figlio di Elegguá diventerà uno che gli piace prendere in giro, fare rumore, provocare litigi per colpa sua. A questo santo, sempre il primo ad essere festeggiato nei tambor, è prudente salutarlo saltellando appena si manifesta e non lasciarlo entrare nelle altre stanze della casa, poiché è uno a cui piace fare cose indecenti ed oscene. Conviene anche non richiamare l’attenzione di Changó quando mangia per non essere poi costretti ad accettare il cibo che ci offre con le mani o si corre il rischio che in cambio di un po’ di cibo chieda un montone. Changó ha anche l’abitudine di spargere il quimbombó e la farina di mais sul pavimento per poi mangiarlo e farlo mangiare a tutti i fedeli; rifiutare questo cibo, anche se sporco e pieno di immondizia, sarebbe un sacrilegio ed esporrebbe alle ire ed al risentimento della divinità, il quale in questo modo mette alla prova la devozione dei suoi figli e devoti.

Oggún quando scende nel corpo di un suo figlio, per prima cosa berrebbe una bottiglia intera di aguardiente tutta di un fiato, anche se teoricamente nelle feste de Ocha non si bevono alcolici: “Los Santos lucumís no toman”, i santi lucumís non devono, cosi come quelli ngángas. Oggún si riempie la bocca di aguardiente per poi sputarla sui presenti e purificarli, mentre anticamente mai gli si offrivano bevande alcoliche, come si usa oggi e con vergogna dei vecchi santeros.

L’unica bevanda liturgica e tradizionale dei Santi lucumí e dei fedeli, è il cheketé, un composto di arancia agra e mais, indolcito con zucchero caramellato e zucchero grosso.

Se per sua disgrazia un cane nero si addentra in una festa per Oggún e questi lo vede, immediatamente si lancia sull’animale mordendolo e succhiandogli il sangue, mentre Yemayá mangerà qualsiasi scarafaggio che dovesse vedere, i quali rappresentano per lei i chicharrones (altro tipo di scarafaggio), suoi messaggeri.

Babáluayé, San Lazzaro, di nascita arará dajome secondo alcuni, di terra lucumí trasferitosi in terra Dajomey secondo altri, in ogni modo Ayánu, il santo più venerato della Regla arará, immediatamente trasforma il suo omó in un invalido deformato che cammina torcendo orribilmente il corpo. Questo orisha, la cui foto cattolica si vede spesso dietro le porte delle case cubane, con un panno, una pannocchia di mais tostato ed una scopetta, è il padrone delle epidemie e delle malattie, attraverso il suo omó pulisce le ferite e le piaghe con la lingua.

“Ho visto una persona montada di San Lazzaro in una campagna, gettarsi sulla carogna di un animale morto ricoperto di vermi e strofinarsi la faccia ed il corpo sopra contentissimo ed infine mangiarsi le secrezioni nasali e gli occhi putridi”. Come Elegguá, scende mettendo zizzania tra i presenti, per poi castigarli e lo stesso fanno Oshún e Yemayá. Bisogna dire che tra tutti gli orisha che scendono a possedere corpi umani, quello che incute più timore e rispetto è proprio Babáluayé (Mpúngu Fútila per i congos). I negri dicono: “Con tutti i santi si può giocare, un po’ meno con lui e neanche i congos che sono diavoli si permettono con lui”.

Un Obatalá uomo, Obbamoró, Ochagriñá o Agguiriñá, sarà invece un vecchio inclinato e tremante dalla testa ai piedi, dall’andare vacillante. Questo vecchio tremante nonostante tutto è un buon guerriero che si erge e balla fiero imitando i gesti dei paladini che si battono con brio.

Alláguna (San José) balla con un machete: promotore delle dispute tra i popoli, el que enciende la candela, per un periodo della sua vita fu ladro (ólé) e quello che gli si offre – galline e palombi – deve essere stato rubato. Per questo si dice che molti dei suoi figli sono ladroni.

Tra i santi donne, Yemayá si distingue per la sua aria maestosa da regina. Yemayá ataramagwá sarabbi Olokún. Signora dalle immense ricchezze, si manifesta con diverse caratteristiche (a seconda del camino): Yemayá Achabbá, ascolta solo di spalle o di profilo, Yemayá Ogguté e Yemayá Malleleo dalle caratteristiche maschili e se gli sì tocca la faccia (naturalmente quella del suo caballo) si vergogna e va via dal güemilere (festa), Yemayá Attaramawá, presuntuosa e superba, Olókun Yemayá è grandissima, immensa come Aggayú, Omirán, Oloddúmare, perché incatenata con una catena in fondo al mare, non scende nella testa di nessun essere umano. Raramente danza per lei il babalawo, con una maschera e mai a viso scoperto e in ogni caso dopo deve fare una preghiera per non morire. Come per Yewá, il suo nome non deve essere pronunciato senza aver toccato prima la terra con la punta delle dita e baciato la traccia di polvere rimasta impressa su di loro. Yemayá Olókun non si lascia vedere mai il volto se non con una maschera ed appare solo in sogno. Durante la luna piena la pietra che la rappresenta va unta con cascarilla.

Oshún Yeyé Cari o Yeyé Maru con i suoi bracciali d’oro è la quinta essenza della civetteria, della grazia e della seduzione, specchio della verità, cubanissima, mulatta bellissima, donna di strada, ispiratrice, mulatta dei tempi della colonia, fina, antenata dimenticata da alcune famiglie aristocratiche. Oshún, rappresentazione della bella mora, scende generalmente allegra ma con l’arroganza di una orgogliosa sovrana. Yalódde, Yeyé Cari abébériyé moró laddé codyu alamadde otto: il suo potere non la limiti.

Non mancano le possessioni simulate, anzi per numero hanno già superato quelle reali, create ad arte per non si sa quali fini, ma chi ha fede e chi ha assistito a trances veri, ne intuisce all’istante la falsità. Color che simulano per quanto bravi possono essere sono lontani dal presentare lo stato di sconcezza impressionante, di indiscutibile anormalità, che si avverte nelle possessioni reali. Una Oyá simulata non si siede su un fuoco acceso, né in un calderone di acqua che bolle, mentre un Changó finto non mangia fuoco.

Dopo aver assistito a molte feste s’intuisce che i santi non sono disposti a scendere tutti i giorni e la parte del caballo è ben studiata in precedenza e non all’oscuro degli altri partecipanti ma spesso con il loro benestare; come se i fedeli sentano la necessità di propiziare tali simulazioni e parteciparvi devotamente. Far credere che i santi sono scesi e far credere di credere fino a che vada via l’ultimo falso orisha. I vecchi lucumí non permettevano però queste recite ed a chi faceva la scena gli davano duro oppure lo mettevano alla prova. Coloro che hanno veramente il santo, non sentono dolore. I santi veri sanno tutto e salutano le iyalocha sconosciute alla gente in base all’anzianità che queste hanno nella ocha. Può capitare che un anziano saluti un bambino perché quest’ultimo ha ricevuto il santo prima di lui.

Mettiamo il caso che la polizia irrompa in una casa dove è in corso una festa di santi e provi a mettere le mani su colui o coloro che sono in trance!? E’ capitato più di una volta.
Neanche la polizia non può disturbare i santi; vi immaginate una Yemayá o un Changó scappare come cani impauriti!? Nella calle Alambique, al numero dodici, un lucumí, Odyó, aveva i suoi santi in terra ed i tamburi suonavano. Si sentono tre colpi forti alla porta di casa, aprono ed entra un poliziotto il quale dice ad Odyó di considerarsi agli arresti. Il negro non oppone resistenza ma il poliziotto vede il denaro offerto a Changó e lo sequestra. Odyó gli gridò di non prendere quel denaro ma appena questi lo tocca, salta e fa una capriola come un pollo che gli tirano il collo, dopodiché inizia a parlare con Changó, mentre i due poliziotti sulla porta rimasero immobili e terrorizzati fuori l’uscio. Dovettero togliergli il santo e dare a bere acqua per farlo riprendere dallo shock, dopodiché se ne andarono senza prendere niente.
Dopo l’indipendenza il miglior alleato del santero fu il soldato o il poliziotto di pelle scura, molti dei quali devoti di un orisha, rayados en palo (iniziati nel Palo Monte), membri della setta segreta Abakuá ed assidui frequentatori delle feste della Ocha.

Tanto meno i santi permettono che ci si prenda gioco di loro. Ricordano le due santeras Omí-Tomí e Monikin, che ai tempi della colonia due prostitute si misero a curiosare dietro una finestra durante una festa e risero di un negro che ballava mascherato. Quando una delle due pronunciò la frase “quello è pazzo”, le due furono montate ed entrarono in casa; non uscirono finché non gli tolsero i santi.

Miguel era continuamente posseduto da Oggún Arere. Un suo vicino per gioco mise del vetro macinato nell’aguardiente che si offre a questo santo. Oggun bevve lo stesso l’aguardiente ma disse: “A Miguel non succederà niente, ma tu vedrai”. La mattina dopo Miguel si svegliò regolarmente mentre il vicino si alzò vomitando sangue: morì in tre giorni.

Il negro della colonia e successivamente quelli a contatto con i bianchi delle classi alte non rinunciavano alle loro pratiche religiose anche quando queste influivano direttamente con quelle dei bianchi, anzi conveniamo che spesso non c’erano molte differenze tra il cattolicesimo dei bianche ed il feticismo dei negri.

Quando celebrava i suoi riti, ricordava le abitudini della sua terra, divertendosi nel modo africano, ma in modo sempre profondamente riservato. Cosi come quelle negre creole assidue frequentatrici della chiesa e di tutte le cerimonie cattoliche, che nessuno avrebbe mai potuto sospettare neanche remotamente, che erano le stesse che dopo aver pregato in chiesa a Santa Barbara, la Vergine Maria e la Candelaria, spruzzavano con grande fervore il sangue dell’animale sacrificato sulle pietre sacre e viventi che rappresentano gli stessi santi cattolici ma con nomi, esigenze e personalità puramente africane come Changó, Yansa o Yemayá. Ed i bianchi iniziati alla stessa fede degli africani erano ancora più ermetici dei negri.
“Quando tornavo dalla scuola posavo la cartella con il vangelo mio padre che era mayombero e mia madre, iyalocha, mia aspettavano gli insegnamenti su come salutare e pregare in africano.





·        La storia di Omí-Tomí

La nostra Omí-Tomí invece, non ha potuto apprendere la cultura africana, essendo state le sua due madrine tanto premurose a tenerla lontana dai negri; cosicché dovette apprendere la parte africana suo malgrado, per necessità e a costo di grande dolore, a causa di “una delle tante malignità che fanno la gente di colore”.

Omí-Tomí si trasferì dalla sua lussuosa casa “bianca” in una molto più modesta ma pur sempre molto decente, che gli offrì un muratore, Miguel, un negro lucumí, creolo come lei, con cui si sposò per sacramento; un uomo buono e grande lavoratore, mai con le mani una sopra l’altra.
Però prima di sposarsi con Teresa aveva avuto un accordo di matrimonio con un’altra donna e di cui Omí-Tomí sono aveva solo una vaga idea. Una amica di questa donna Maria del Pilar, venne ad abitare vicino ai novelli sposi e divenne amica con la nostra Teresa e da questo punto iniziano una serie di calamità che segnarono i suoi primi anni di matrimonio.
Resto presto incinta e ad un’ora non propizia; nessuno ignora che il bambino che nasce con un dente sarà un brujo e che quelli che saranno “zahories” piangono nel ventre materno. La creatura che portava nel ventre pianse alla fine della gravidanza ed essendo presente la sua vicina nonché amica, questa la zittì, ricominciò a piangere e di nuovo imperiosamente gli impose il silenzio. Omí-Tomí nemmeno sapeva che era normale che un “zahorí” piangesse nel ventre né che tutte le donne incinte devono prendere alcune precauzioni per la buona riuscita del parto: lei che era figlia legittima di Yemayá Olokun (la più grande delle Yemayá) avrebbe dovuto avvolgersi il ventre con una fascia azzurra e sette reales d’argento e mancò anche al momento del parto, per dimenticanza intenzionale della vicina, la foto o la statuina di San Ramon Non Nato (un Obatalá), che aiuta le partorienti, bianche e negre, ricche o povere e che mai deve mancare in caso di parti complicati (5).

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(5)       Avendo la foto di San Ramon Non Nato, si recita l’orazione, si rovescia la foto e gli si accende una candela oppure si pone sul ventre della partoriente. Alle partorienti viene recitata inoltre l’orazione della Caridad del Cobre, protettrice dei ventri e la cui foto viene ugualmente posta sul ventre. Anche l’acqua in cui si bolle un cordone di San Francesco (Orula), con sette chicchi di pepe di banana, aiuta nei parti lenti e complicati.
Al posto degli orishas si può ricorrere con la stessa urgenza, a quei santi cattolici, medici celestiali, specialisti in diverse malattie. Erano, ed i vecchi non lo dimenticano, molto sollecitati per:
·        dolori di stomaco, San Gregorio Magno e San Bernardo;
·        per la “hidropesia” San Firmino e San Quintino;
·        le perdite di sangue, San Lucio e San Bernardino da Siena;
·        le paralisi, San Marco, San Moro e Santa Ludovina;
·        i dolori di mola, Santa Apollonia;
·        per la “apoplejia” San Leonardo;
·        l’asma, San Jacobo de Sales;
·        la dissenteria, San Bernardino da Siena;
·        le malattie dei piedi, San Servando;
·        le malattie delle gambe, San Hilario e San Leonardo;
·        vista ed udito, San Giuseppe, Santa Lucia e San Filippo da Neri;ù
·        la gola, San Blas, Santa Margarita e Santa Ludovina;
·        le scottature, San Giuseppe, San Pedro Martire, Sant’Ignazio e Santa Petronila.
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Questa Maria del Pilar era molto affettuosa e si prestava di buon grado a servire Omí-Tomí in qualsiasi momento, che conquistò la sua fiducia ed il suo riconoscimento. Non dubitava nel raccontargli tutte le sue cose personali e neanche lontanamente sospettava del pericolo a cui era esposta nel farsi cucinare o che portasse cibo dalla sua casa, nei giorni che Teresa aveva molto lavoro.
Infine, quando Omí-Tomí diede alla luce senza complicazioni una bambina apparentemente normale ed in salute, Maria del Pilar si installò in casa sua e fu lei che raccolse il sangue e la placenta (che deve essere sepolta o gettata in mare per evitare che cada in mani nemiche) e che si prese cura di lavare gli abiti e gli accessori della stanza del parto.

Tre giorni dopo, si parlò molto nel vicinato di un uomo che si sarebbe affogato nelle acque del litorale, un mayombero suicidatosi per il rimorso di una cattiveria fatta, ma Teresa non diede molto conto a questa notizia e la sua amica continuava ad entrare ed uscire dalla casa, disponendo come nella propria ed aiutandola anche per le cose più leggere. Nessuno – come succede sempre – osò dirgli con lealtà quello che tutti sapevano: che lo stregone suicidatosi era il padre della vecchia fidanzata di suo marito e che questa, per mezzo di Maria del Pilar, da qualche tempo stava lavorando per mandarla in disgrazia e come ultima cosa era entrata in possesso del sangue e della placenta del suo parto per darla ad un mayombero, suo padre, il che equivale virtualmente a prendere possesso della vita di una donna.

Quando la piccola Belencita iniziò a riconoscere ed a giocare con coloro che abitualmente gli erano attorno, dimostrò per Maria del Pilar una franca ripugnanza. Piangeva a squarciagola ogni qual volta questa la prendesse in braccio.

Una antipatia così marcata, iniziò a preoccupare Omí-Tomí. La sua amica portava sempre abiti dalla coda molto lunga e la bambina, senza ancora compiere il primo anno, come sentiva il rumore dell’abito e dei bracciali, cambiava d’umore. Se si avvicinava a fargli una carezza, la bambina iniziava a fare capricci, tremava e la respingeva energicamente.

“Avvolte i bambini sono così, non si sa cosa fare con loro”, era l’unica cosa che Maria ripeteva alla madre, discolpando la bambina.

Più tardi, quando Belén già camminava con le proprie gambe, scappava da quella donna come se in presenza del demonio in persona, andando a rifugiarsi tra le gambe della madre. Sembra che un giorno Maria del Pilar mise qualcosa in bocca della piccola, che iniziò a gridare e la donna nervosamente la strattonò. Omí-Tomí capì che per fare questo in sua presenza, senza di lei l’avrebbe sicuramente picchiata e ciò non gli piacque. Con la prudenza di una persona dall’educazione elevata, ma con accento riprovato, gli fece capire che quello che aveva fatto non gli era piaciuto.

In aggiunta, gli disse con buone maniere di non mettere più piede a casa sua ed, in effetti, da quel giorno la buona amica non gli fece più visita. Belencita si ammalò ed iniziò a vomitare tutti i giorni ogni volta che mangiava. La madre andò dal medico il quale gli prescrisse vari medicamenti che però non sortirono effetto alcuno.

Nel corso di un anno alcuni medici, reputati cari, dalle belle auto, la barba ed i gemelli d’oro, visitarono la bambina, che aveva ormai perso il suo bel colore negro vivo di cui era tanto orgogliosa Omí-Tomí, lo stesso colore della pelle di Yemayá. Chi consigliava latte d’asina o capra, chi invece sconsigliava del tutto il latte sostituendolo con acqua di riso e chi ancora diceva l’esatto contrario del suo collega chiamato in precedenza. Provarono tutti i rimedi esistenti, tutte le polveri, ogni tipo d’antidoto nel povero corpicino della piccola creatura, ogni giorno sempre più debole e scheletrica. Belencita morì come un pulcino. Per fortuna una vicina che sentì Omí-Tomí di mandare a chiamare il medico che l’aveva assistita, gli disse di non commettere tale leggerezza, che avrebbe fatto l’autopsia alla piccola e ciò era una cattiveria per quell’angioletto morto, che non avrebbe potuto volare intera al cielo.

A due o tre ore dalla morte apparì un rettile, lucertola o piccolo serpente, addormentato, sul ventre del cadavere. Questa volta gli amici ed i vicini di Omí-Tomí ne richiamarono l’attenzione. Eccolo il daño! L’amica allontanata che non l’aveva più visitata con l’assiduità di prima era presente alla veglia: fu colpita da terribili convulsioni e morì, nove giorni dopo la sepoltura della bambina. E’ certo che da quando la bambina morì, quella donna non smise più di soffrire di attacchi di nervi, terribili e continui ed Omí-Tomí era molto dispiaciuta per le pene che stava passando la sua vecchia amica ed aveva rimorsi per quell’antico allontanamento.

Infine fu una mulatta sua amica e come lei sarta, che andò a casa sua a raccontargli tutto il fatto ed a disingannarla. Belencita morì per una stregoneria e lo sapevano tutti tranne lei. Per la prima volta Omí-Tomí andò a far visita ad una santera lucumí, ma questa non gli volle rivelare la verità. Omí-Tomí tornò a casa sua, molto scettica sulle cose dette dai vicini e sui poteri dei santeros, tuttavia proprio nella seconda casa dopo la sua si stabilì un congo, il quale si diceva guardasse in un bicchiere d’acqua benedetta. Quell’uomo un giorno la incontrò per strada e gli disse di andare con lui perché gli doveva dire alcune cose che aveva visto; Omí-Tomí lo seguì, mise sul tavolo il mezzo peso che l’uomo le chiese ed ascoltò il racconto. Il congo gli descrisse per filo e per segno la vecchia amante di suo marito, il padre brujo di questa, la falsa amica che gli aveva finto tanto affetto solo per servire i piani della donna invidiosa, impossessandosi del suo sangue e della placenta per ucciderla, ma la stregoneria, il bilongo, come avvolte fortunatamente accade, in onore alla giustizia, si ritorse contro gli stessi mandanti. Se il brujo si era ucciso, era perché il suo inkiso si era ritorto contro di lui e lo aveva castigato obbligandolo a gettarsi in mare. La nganga lo aveva affogato e questa è la fine che spetta a molti brujos senza scrupoli. Avvolte la nganga, quando sconsiglia un trabajo con quest’indole, se il brujo insiste obbligandola a realizzarlo, non manda all’altro mondo la persona che s’intende annichilire, ma lo stesso brujo malvagio che non la ascolta. Il pericolo d’essere nganguleros è che le cattive opere prima o poi si pagano.

Omí-Tomí non tardò molto a sapere dopo tutta quest’avventura, ai piedi di Ifà, il supremo oracolo, e per bocca di molti vecchi che avevano conosciuto a sua madre, che lei era venuta al mondo con santo hecho, il santo gia consacrato, da africani di ceppo puro nel ventre di sua madre; e che il suo santo Olókun Yemayá, il fundamento delle Yemayá, la più vecchia, la profonda, che non l’ha mai abbandonata nel corso dei suoi cento anni, protegge sempre (e come Yemayá tutti gli orishas) ai figli rispettosi. La vita ti va così come ti comporti con il tuo santo; è una legge, assicurano le vecchie, che i giovani sembrano aver dimenticato completamente. Le santeras antiche muoiono vecchie nei propri letti, di vecchiaia ed intere, di una dolce morte: non giocavano con i santi. Oggi viceversa, è strabiliante il numero di quelle che muoiono nel pieno dei loro anni o all’improvviso, in poche ore, senza neanche il tempo di pentirsi ed espiare le mancanze e le leggerezze commesse. Quella volta (così come tante altre) Omí-Tomí fu salvata da Yemayá Olókun; entrambi, el inkiso del brujo, lo spirito e il poderoso orisha che proteggeva Omí-Tomí, si misero d’accordo per distruggerlo, ma la povera Belencita, enbrujada, salada, nsarandata, stregata prima di nascere soccombette inevitabilmente alla uemba che gli fu introdotta dalla bocca. Il giorno che la falsa amica fece piangere la bambina, questa ingerì il bilongo che sviluppò nel suo ventre un rettile che poco a poco gli divorò le viscere fino a lasciarla vuota e senza una goccia di sangue. In quanto all’autrice principale di questo crimine, ebbe i santi come unici giudici, in quanto anch’ella figlia di Yemayá. Per questo il suo peccato, agli occhi della divinità, si macchiava anche di fratricidio; moralmente i figli di uno stesso santo devono considerarsi e comportarsi come fratelli. Omí-Tomí vide così compiersi anche la profezia del congo: quella donna cattiva, antica amante di suo marito, morì alcuni mesi dopo di coliche intestinali, forma caratteristica delle punizioni inflitte da Yemayá. Malgrado tutto Omí-Tomí, in tutta la sua bontà, ordinò alcune messe per il sollievo della sua anima.

Come poteva immaginarsi il medico, o sospettare che la vera origine del male della piccola era un rettile (altre volte è uno scorpione, un ragno peloso o un rospo) che giorno dopo giorno gli divorò le interiora.

La malattia di sua figlia costò a Omí-Tomí molto denaro, in cambio, per dieci reales d’argento, un indovino rese trasparente lo spesso muro che sempre occulta agli esseri umani queste realtà misteriose che molti bianchi ignorano o non tengono in conto per difendersi: un brujo chiamato in tempo l’avrebbe salvata.

La maggior parte dei nostri negri, la massa del nostro popolo, passa la vita con il timore della continua minaccia di qualche kimbámba, sentendosi un pupazzo nelle mani di tante forze oscure che insospettabilmente intervengono per alterare fatalmente il suo destino.

Innumerevoli varianti a questa storia, sempre uguali nel fondo, si ripetono continuamente e così si spiega con maggior convincimento la causa occulta che motiva qualsiasi sofferenza e mai giustifica, in caso di morte, l’ipotesi, quasi sempre inammissibile, di una morte naturale. Contro ogni calamità il negro non dubita nel ricorrere alla stessa magia che può provocarla, alle pratiche senza memoria che la paura e la creduloneria mantengono vive e vegete nel nostro popolo, e senza dubbio in tutti i popoli del mondo.

Ma quando le malattie non sono effetto di una cattiva volontà, dell’odio, di un qualche rancore implacabile che il mayombero senza coscienza soddisfa, è semplicemente il correttivo che per l’occasione applica il cielo per qualche mancanza commessa: un debito contratto e non pagato ad una qualche divinità, un’irriverenza, una dimenticanza volontaria e persino una leggere distrazione.


·        Animali consacrati ai santi

Con frequenza in molte case di santeros e devoti viene destinato un animale ad un santo in qualità di guardiano. A Yemayá piace vedere nelle case delle sue figlie sempre un’anatra (cuécuélle). Mai mancava un pappagallo (odidé), che anticamente venivano portati direttamente dall’Africa e sapevano dire okuó yumá, nella casa di un lucumí o suo discendente. Quest’ultimo è l’attributo preferito di tutti i santi: sedici piume di pappagallo adornano la corona (coiddé) di Obatalá; oggi giorno però si dipingono le piume di colombo. Changó, Ochosi ed Oggún esigono un montone o un gagliardo gallo rosso; San Lazzaro una gallina o un gallo jabado, una coppia di cani con macchie gialle; Obatalá una capra femmina, colombe o guineas bianche.

Questi animali, mascotte consacrate ai santi e la cui vita protegge l’orisha, il quale non vuole gli venga sacrificato, sono oggetto delle attenzioni più scrupolose e gli viene tollerata qualsiasi cosa e di solito portano al collo o ad una zampa una cinta con il colore del santo che proteggono. Chi maltratta questi animali riceve castighi tremendi; ascoltiamo alcune testimonianze in merito.

Il pavone reale (aguí, eguéni olorá, tolo tolo orucoyé) è l’animale preferito di Oshún, che adora le sue piume come uno dei suoi più bei gioielli. Un santero vendette il pavone reale che aveva in onore della santa e subito fu posseduto. Era notte ed Oshún chiamò tutti i vicini e comunicò che un santero aveva venduto il suo pavone e la mantella regalategli da Zuleina, una sua figlia; “andatelo a cercare che devo castigarlo davanti a tutti”. Pensate che imbarazzo per la gente, comandati a cercate colui che era in quel momento posseduto, fu detto alla santa che questi era lontano e irrintracciabile. Oshún disse: “aspetterò il suo ritorno, il pavone reale è mio e lo voglio indietro insieme alla mia mantella”. Dopo molti tentativi riuscirono a convincerla che avrebbero riferito al santero quanto da lei detto rassicurandola che questi gli avrebbe restituito l’animale. Prima di lasciare il caballo oshún disse che se non gli restituiva il suo animale entro tre giorni lo avrebbe ucciso.

Appena il poveretto si riprese fu avvertito di quanto detto dall’orisha e convenne che era certo ciò che aveva detto.
Dopo due giorni il babalocha già tremava dalla paura, era stato nel posto dove aveva impegnato la mantella ma questa era stata già venduta e così ne comprò un’altra, dopodiché andò al mercato e comprò un piccolo pavone reale. Tornato a casa, tremando dalla febbre, corse alla cesta che conteneva la sopera (zuppiera) che conteneva el otan (la pietra) dell’orisha e chiedendo perdono gli presentò la manta ed il pavone reale. Si addormentò credendosi perdonato, ma Oshún lo montò di nuovo e chiamò di nuovo tutto il vicinato: “Questo non è il mio pavone, il mio era grande così – indicando con il palmo della mano la dimensione – questo è piccolo, non lo voglio e neanche questa mantella voglio, questa è usata e sporca”. La furia di Oshun fece vivere giorni amari al babalocha, che si ammalò seriamente; gli annunciò la visita della giustizia, che in effetti si presentò reclamando il pagamento di alcuni mobili che altrimenti avrebbe scontato con il carcere. In seguito gli riempì la vescica di pietre, riducendolo pelle ed ossa ed infine, dopo le tante preghiere di perdono o grazie a Yemayá, che intercesse per il babalocha, lo perdono e gli salvò anche la vita, consigliandogli di operarsi per farsi togliere le pietre dall’intestino.

Ad Arsenio non andò come al babalocha del pavone, non ottenne il perdono e fu abbandonato dai santi.
“La sua donna lo ha ucciso. Era di religione incrociata, congo con lucumí ed aveva la sua nganga-kimbisa. Quante volte la nganga gli disse di lasciar perdere quella donna, ma lui era innamorato. Eppure era bravissimo, preparava come nessun altro i suoi ahijados, li proteggeva cosi bene che nessun male li colpiva. Era un buon uomo Arsenio, buono veramente. Una sua ahijada gli portò un capretto in regalo per Oyá, la quale fu contentissima ed ordinò di non uccidere l’animale. Invece, quando la sua donna celebrò l’onomastico si mise in testa di uccidere l’animale ed Arsenio lo ammazzò. Povero Arsenio, si ammalò e si mise a letto. Venne a fargli visita un’altra ahijada sua, sempre figlia di Oyá e li stesso fu montata dalla santa: Oyá restò al fianco di Arsenio fino alla sua morte ed il peggio fu che nessun santo potette prendere le sue parti. Arsenio disse alla sua donna che se avesse potuto alzarsi l’avrebbe fatta in due con il coltello della nganga, poiché era lei l’unica causa della sua disgrazia; la donna fu contenta della sua morte”.

L’impulsivo e superbo babalocha Manengue, per essersi mangiato una gallina di Oshún, che sporcava dappertutto e rompeva piatti e bicchieri, finì scalzo per strada a mendicare. “Anche se aveva i soldi, doveva mendicare per pagare le galline alla santa e questo dopo mille preghiere e l’intervento di quattro babalawo e venticinque iyalochas figlie di Oshún e grazie ad Orula, suo padrino”.

E’ così pericoloso sacrificare un animale di un santo, se non espressamente richiesto dallo stesso, che Omí-Tomí ricorda sempre sdegno al babalawo Patrocinio: “Comprai un bel pollo ad Eleggúa ma questi non volle che gli fosse sacrificato, il pollo divenne gallo e distruggeva tutto in casa. Un giorno venne Patrocinio a farmi visita, guarda il gallo e dice che Eleggúa vuole questo gallo. Gli risposi che lo stesso santo mi aveva proibito di ucciderlo e lo vuole come guardiano e vederlo circolare in casa. Patrocinio mi ripete che ora ha cambiato idea ed ora lo vuole in sacrificio e tanto insistette che mi confuse. Pensai che essendo un babalawo ne sapeva molto più di me e così offrì l’animale all’orisha. Sia benedetto Dio, rimasi senza clienti a cui cucire, mio marito si ammalò e restò senza lavoro, fui querelata per i limoni che mi davano le piante del cortile e vendevo per aiutarmi. Comprai un pollo ad Eleggúa per offrirgli il sangue ed un altro come guardiano e le cose si rimisero a posto. Che spavento, nessuno conosce il proprio santo meglio di se stessi”.

Questi animali guardieros (guardiani), protettori e tabù che consiglia l’olocha o che esige il santo, allontanano dalle case la morte, calamitano il daño e le malattie che possono colpire in qualsiasi momento al proprietario ed i suoi familiari. Per illustrare i benefici che danno i santeros sono soliti narrare questa favola molto conosciuta: un uomo, padre di una numerosa famiglia aveva molti animali che convivevano con loro all’interno dell’abitazione. Come non è raro che succeda tra certi individui e più di quanto si possa immaginare, quest’uomo capiva perfettamente il linguaggio dei suoi animali. Grazie a questo dono quando si ammalò sua moglie e tutti i parenti piangevano perché era data per spacciata, lui restava tranquillo. Aveva ascoltato il gatto dire al cane: “La donna del padrone sta per morire, finiamola di fare scorrerie”, ma intervenne il gallo, che disse: “la donna, per quanto possa stare male non morirà”. Tutti gli animali temono la morte (ikú), la sua vista (gli animali sono chiaroveggenti) li terrorizza. Dopo pochi giorni, durante i quali la malata peggiorava gradualmente, la morte in effetti venne a cercarla. Vedendola entrare in casa con l’aspetto di uno scheletro tutti gli animali iniziarono a gridare il loro terrore. La morte al primo passo nella casa, vacillo stordita dal quel rumore, fu assalita dagli animali e fu costretta alla fuga.

Oddeddei, negli ultimi giorni di vita trasformò la sua casa in un’arca di Noé, “prima del mio cibo, il mais ai miei animali” ed avvertiva a tutti i suoi ahijados sul pericolo di umiliarli ed abbandonarli. Un giorno mentre riprendeva una donna che aveva preso con il bastone la gallina che aveva in casa, le sentì raccontare questa storia, secondo lei reale e che terrorizzò la donna: “Una donna andò a comprare un pulcino: ne voglio uno economico e dopo una lunga contrattazione gli diedero un piccolo pollo. Aveva un grande cortile e siccome il pollo era molto piccolo lo mise fuori il recinto dove c’erano molti cespugli selvaggi, non occupandosi più di lui. Il pulcino restò li mangiando erba e qualche piccolo verme e con il tempo e la sua buona stella, divenne una gallina molto grande ed incontrò anche un gallo. Depose le uova e nacquero tre pulcini ed un giorno che andava a spasso con i suoi figlioletti, fu vista dalla donna che tempo addietro l’aveva abbandonata. La donna riconobbe la gallina e cerco di prenderla, ma questa scappò, mandò sua figlia a catturarla e la gallina iniziò a parlare alla ragazza. Questa torna dalla madre e gli dice che non catturerà la gallina perché sta parlando come una vecchia negra, la madre incredula va dalla gallina e questa gli dice di andarsene. La donna manda a chiamare un babalawo e quando questi arrivò la gallina intonò un canto africano, il babalawo disse alla donna che il canto era il racconto di quello che la donna gli aveva fatto e che ora è felice li dove si trova con i suoi figli e non vuole avere niente a che fare con lei. La donna confermò il racconto e disse al babalawo che la gallina era molto magra. La gallina gli rispose: “Quando và a comprare una gallina, se la chiede grassa che la paghi altrimenti la compri magra e la metta ad ingrassare”.

In Africa non si butta mai un animale. Con questo gesto si attrae la disgrazia. Esiste anche un’altra versione di questa storia: “Un uomo comprò un pulcino e lo mise nel gallinaio. La gallina si ammalò e fu gettata al monte. Il pulcino abbandonato divenne una gallina bellissima. Un giorno andò alla fattoria orgogliosa dei suoi pulcini e si mise a cantare davanti la casa del suo vecchio padrone, l’uomo ascoltò il canto uscì e gli chiese perdono ma la gallina scappò con i suoi figli. La malvagità degli uomini è la causa della presenza di tanti animali selvaggi”.

Di un pulcino che va dietro la gallina si avvalgono i santeros per beneficiare ai loro protetti. Vediamo come: “Si prende il pulcino e lo si cosparge strutto di corojo, miele ed aguardiente. Si domanda ad Eleggúa se vuole il suo sangue. Si? Gli si prende la testa e gli si da il sangue (eyé). Gli si domanda poi, se vuole il corpo dell’animale davanti per tre giorni. Si? Il corpo del pulcino resta li per tre giorni. No? Immediatamente si brucia il pulcino per fare afoché (polvere). Si unisce la polvere del pollo con polvere di ñame volador(tubero tipico dei carabi, dal sapore simile alla patata) e lo si offre ad Eleggúa. Si pregano tutti gli antenati, vivi o morti, si conservano queste polveri ed ogni volta che serve gli si mette un pizzico in tre volte di pepe macinato. Quando l’ahijado o la persona a cui si vuole dare fortuna, esce dalla casa del santero mentre questi soffia un po’ di polvere dicendo: “Come il pulcino segue la gallina, ti segua la sorte. Come il ñame volador cresce fino al cielo, in crescendo ti vada la vita”.



·        La felicità e la salute dei devoti dipende dal loro comportamento con gli orishas. Castighi inflitti dalle divinità.

I Santi adirati, non solo mandano le malattie ma anche ogni genere di calamità. I più vecchi si ricorderanno certamente del caso di Papá Colás, avvenuto all’Avana verso la fine del 1800.
Era omó Obatalá ed aveva l’inqualificabile abitudine di ingioiellarsi e comportarsi molto male con il suo santo, insultandolo quando non aveva denaro. Sapendo che Obatalá è la divinità pura per eccellenza – è immacolato, divinità della bianchezza, padrone di tutto ciò che è bianco o fatto principalmente di bianco – esige un trattamento delicatissimo. La pietra in cui vive Obatalá non può soffrire inclemenza di sole, di vento o intemperie, ma è buona norma tenerla sempre avvolta nel cotone () e coperto con un genere dal bianco candido. Nei suoi accessi di rabbia Papá Colás sciacquava la pietra, la legava in uno straccio sporco e nero e maggior sacrilegio, lo relegava in gabinetto. Obatalá è misericordioso, è il grande orisha onnipotente che dice: “yo siempre perdono a mis hijos” (Io perdono sempre i miei figli); ma all’improvviso si stancò di un trattamento tanto ingiustificabile e da canaglia. Un giorno in cui a Papá Colás gli scese il Santo, questi gli lasciò detto che come penitenza per la sua irriverenza si doveva considerare carcerato e restare chiuso nella sua stanza per sedici giorni insieme agli orishas. Papá Colás strinse le spalle, disse innumerevoli atrocità ed uscì per strada senza neanche porsi un distintivo di Obatalá, neanche la cinta bianca di ahijado.

“Io che conoscevo alle sue sorelle sono certa che tutto quello che mi hanno raccontato è vero; le poverette avevano il cuore tremante alla gola, commentando la sua cattiva condotta ed aspettando che il santo lo investisse. Colás si comportava con i santi pessimamente e loro sapevano che prima o poi el Angel lo avrebbe punito severamente”. E cosi fu. Papá Colás dormiva di fronte la finestra della sua casa, che dava sulla strada e senza sapere perché, al passaggio del carrettone della immondizia, il negro, come un pazzo (ci si ricordi che Obatalá, il padrone delle teste, castiga la testa facendo perdere il giudizio) armato con il palo di ferro della porta, ammazza il netturbino. Così sedici giorni di ritiro si convertirono in sedici anni di presidio per il disobbediente. Un contemporaneo di questo santero, conosciuto per la sua blasfemia e ribellione così come per la chiaroveggenza – si dice che per indovinare non aveva bisogno di consultare i suoi caracoles – ci racconta che i giudici stavano per condannarlo alla pena capitale; ci fu una riunione di babalawo e che Orula, Oshún ed Obatalá non volevano ascoltare le preghiere degli altri santi che chiedevano la grazia. Obatalá, dopo lunghe suppliche, gli salvò la vita solo perché stava per essere condannato alla decapitazione e per trattarsi comunque della testa di un suo figlio, commutò la pena. Questo Papá Colás, che ha lasciato forte il ricordo della sua vicenda tra i vecchi, era un famoso omosessuale e sorprendendo un prete, vestito da donna si sposò con un altro omosessuale, alimentando uno scandalo.

Da tempo immemore si registra che un’alta frequenza di peccati di omosessualità nella Regla lucumí. Tuttavia, molti babalochas, omó-Changó, morirono castigati da un orisha così maschile quanto donnaiolo come Changó, il quale ripudia questo vizio. Attualmente la proporzione di pederasti in Ocha (non è lo stesso nella Regla conga, che disprezza questo vizio) sembra essere così numerosa che è motivo continuo di indignazione per i vecchi santeros e devoti.

Dice Sandoval che questo è un argomento di discussione perché Yemayá si innamorò e visse con un omosessuale; accadde in una città dove tutti gli abitanti lo erano e Yemayá li proteggeva. Quanti figli di Yemayà (e di Oshún) sono omosessuali. Tuttavia, i santi uomini, Changó, Oggún, Eleggúa, Ochosi, Orula, per non parlare di Obatalá, non vedono di buon occhio questa categoria di uomini. Non sono passati molti anni da quando Tiyo assistette alla scena che costò la vita ad un effeminato che per gioco tutti chiamavano Maria Luisa, il quale era figlio di Changó Terddún. “A quel disgraziato gli montava un Changó magnifico. Per aiutare qualcuno che se la passava male economicamente, dava dei numeri da giocare e mai sbagliava. Però Changó non lo voleva effeminato ed aveva già dichiarato in pubblico che quel figlio lo faceva vergognare. Una volta ad una festa a Yemayá, tutti stavano prendendosi gioco di lui e proprio mentre un ragazzo gli toccò il sedere fu montato da Changó. Mandò a prendere una bacinella grande con un poco d’acqua ed ordinò a tutti i presenti di sputarci dentro (chi non l’avesse fatto avrebbe ricevuto la stessa punizione del figlio), una volta piena se la rovesciò in testa (il corpo era quello di Maria Luisa). Il giorno dopo il povero omosessuale si svegliò con febbre e dopo sedici giorni morì”.

Non meno strana ed esemplare la storia dei due santeros Ramon e Chucho. Chucho con un mantello giallo di seta avvolto alla vita era la Caridad del Cobre in persona.
Nel solar dei Catalanes, dedicò una grande festa in onore di Oshún. La plaza (insieme delle offerte di frutta che dopo essere state esposte vicino la sopera del santo, vengono ripartite tra i devoti e presenti alla festa). Che preparò alla santa era stupenda e tutto quello che si offriva era per cesti, arance, cocco, canisteles, prugne, mango, platano, frutta bomba, tutta la frutta prediletta di Oshún, inoltre uova, focacce, palanquetas, pan dolce, dolci, miele, zabaione, farina dolce con latte e burro, uva passa, mandorle, zucchero bianco con cannella e pugni di mais. Chucho aveva speso molto per la sua santa e la casa era piena di ogni bene. Alle dodici Chucho cade posseduto da Oshún e Ramon, appoggiato alla porta ubriaco, dice: anche a me ora mi monta il santo ed iniziò a fingere. Entra nella stanza, si avvicina al cesto delle focacce ed inizia a mangiarle con il miele. Viene Chucho montato da Oshún a salutarlo e Ramon gli da uno schiaffone, lo bloccano ma riesce a tirare anche un calcione. Tutti gli gridano di gettarsi a terra e chiedere perdono alla santa. Ramon ubriaco contestò che era un omosessuale (ed in effetti Chucho lo era), ma la folla gli fece notare che era Oshún in quel momento. Oshún non si mosse, aprì il mantello ed iniziò a ridere, alzò la mano destra ed indicando Ramon per poi toccarsi il petto disse: “Cinque irolé per mio figlio e cinque irolé per il mio altro figlio” e nello stesso momento se ne andò.
Entrambi si svegliarono con la febbre a quaranta ed il ventre infiammato e dopo cinque giorni morirono alla stessa ora. A nulla servì che gli affiliati regalarono alla santa un pavone reale e cinquantacinque galline gialle. I due poveretti furono sepolti uno vicino all’altro e ventiquattro tra le persone presenti ai due cortei furono montati da Oshún, la quale iniziò a ridere fino a che l’ultima impalata di terra non coprì le salme. La scena era agghiacciante: a lato di entrambe le fosse c’erano un gruppo di gente montato da Oshún che ridevano in modo freddo e superbo, che gelava il sangue e in un silenzio che gli unici rumori che si sentivano erano la pala e la terra cadere nel fosso.

Abbondano anche le lesbiche in Ocha (alacuattá) che anticamente avevano come patrono a Inle, il medico Kukufago, San Rafael, “Santo molto forte e misterioso” ed alla cui tradizionale festa nella collina dell’Angelo, nei giorni della colonia (come dire al tempo dei vecchi), tutte queste donne deviate accudivano. Le invertite – Addóddis, Obini-Toyo, Obini-Ñaña o Erón Kibá Wassicúndi o Diáncune, come erano chiamate dagli Abakuás o Ñañigos – si davano appuntamento nel quartiere del Angel il 24 ottobre. I balconi delle case si abbellivano con teli raffiguranti San Rafael. La notte si bruciava un pupazzo di paglia ripieno di polvere da sparo e con un razzo nella coda; la processione ed i fuochi artificiali erano splendidi. Una donna chiamata la Zumbáo vendeva le famose tortillas de San Rafael. Era l’anno 1887.

Di Zumbáo, la santera di Inle, mi hanno parlato in effetti, diversi anziani. Era sarta ed aveva una buona clientela, era presuntuosa e rumbera. Altri invece mi hanno riferito di una presunta società religiosa di lesbiche. E’ curioso perché Inle è un santo molto casto ed esigente, per quanto riguarda la morale dei suoi figli e devoti, cosi come Yewá. Inle è poco menzionato, cosi come Abokú (Santiago Apostolo) e Naná, quindi è temuto e nessuno osa servire divinità così severe ed imperiose. Già negli ultimi anni dell’ottocento all’Avana, Inle quasi non montava più nessuno. Una vecchia mi racconta che una volta andò al Palenque e scese Inle. Tutti i santi lo omaggiarono e tutti gli anziani della nazione che erano presenti iniziarono a piangere dall’emozione. Da allora, mi dice, che non ha più visto Inle nella testa di nessuno.

Inle è festeggiato nella città di Santa Clara il 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista (Oggún) e non il 24 ottobre, San Rafael. E’ un adolescente, quasi un bambino; gli vengono offerti giocattoli ed è talmente vivace e turbolento che la notte del 23 viene ubriacato in modo che trascorra dormendo il giorno seguente e non combini una delle sue. Si risveglia fresco il giorno 25. Era il santo del famoso Villareño Blas Casanova, che in lui si manifestava molto sereno e leggeva nell’anima di tutti.

Yewá, la nostra Señora de los desamparados (la protettrice delgi abbandonati), vergine, proibisce alle sue figlie qualsiasi commercio sessuale; per questo le sue figlie sono sempre vecchie, vergini o sterili ed Inle, talmente severo, onnipotente e delicato come Yewá, esige lo stesso dalle sue santeras, le quali si astenevano dall’avere relazioni sessuali con gli uomini.

Non meno conosciuto è il caso di Papá Colás nella vecchia santeria, figlio di una delle più considerate e sollecitate iyalochas dell’Avana. Era figlio di Changó e quindi, anche se solo per passione, un tamborero (percussionista). Se suonava un secchio, questo diventava un tamburo e cantava così bene da far scendere in terra tutti i santi, però sbagliò con Changó e si perse. Durante una festa disse allo stesso santo: “Se è vero che lei è Santa Barbara e che mi può uccidere in qualsiasi momento, allora mi uccida adesso, faccia partire un fulmine e finiamola qua”. Santa Barbara non rispose ma iniziò a ridere. Io rimasi fredda ed allo stesso tempo meravigliata dalla spavalderia del ragazzo. Passarono gli anni e Papá continuò a lavorare ed a divertirsi. Nelle feste che si davano, Santa Barbara raccoglieva il denaro e glielo dava e per questo lui pensava che avesse dimenticato la vecchia offesa. Un’altra mancanza fu quella di suonare per altre donne di Changó, pur conoscendo quanto lui sia geloso e cosa ancora più grave buttò al fiume una pietra di Oshún, talmente grande che non avevano una sopera che la contenesse, che il padre aveva ricevuto dalla sua madrina quando venne dall’Africa. I santi sono fatti così, aspettano a vendicarsi, danno corda e agiscono quando colui che tirò la pietra meno se lo aspetta.
Per prima cosa Changó lo rese uno sciocco e in seguito un pazzo. Un giorno andò per strada nudo e tornò colorato di sangue. Chiedeva perdono ed ogni volta Changó gli rispondeva: “Io ce l’ho più grande di te e non ho dimenticato tutto quello che mi hai fatto”. La madre pur essendo iyalocha non poteva fare niente per salvarlo; tirava caracoles e Changó gli ripeteva che non poteva più di lui. Non riuscì a fare una limpieza al figlio ed alla fine Papá morì che non assomigliava alla sua ombra. Uno scheletro; quando lo portarono via quello che pesava era la cassa.

Tuttavia esistono anche casi di castighi inflitti ingiustamente. I santi sono come gli esseri umani, quando si fissano su una cosa e girano le spalle a chi (secondo loro) li ha offesi, non lasciano speranze di perdono. Se è vero che il favore degli orishas si compra è anche vero che quando non sente ragioni, non c’è nulla da fare. Cosa si fa quando il santo volta le spalle e vuole perdere ad una persona? Assolutamente niente. Non servono le erbe magiche, ne preghiere, ebbó o sacrifici animali.

Luis non era santero. Ad un tambor Changó gli chiese del platano e lui non capì o era distratto. Era anche vero che non credeva molto nei santi e forse questa era la sua unica colpa. Una domenica, mentre andava a fare la spesa al mercato, qualcuno gli si avvicinò parlandogli in africano, facendogli perdere all’istante i sensi; lo portarono a casa e tornò in se solo dopo cinque ore. Nel periodo di tempo che era svenuto, sua moglie cade con Changó, la conduce a casa delle sua madrina e qui gli riferisce dell’accaduto alla festa di qualche giorno prima.
Senza perdere tempo si iniziò a pregare per far calmare al santo e lo stesso Luis gli sacrificò un montone stupendo. Changó non fu soddisfatto e Luis peggiorò tanto che la moglie non poteva lasciarlo un attimo che cadeva a terra immobile. Quando tornava in se raccontava che un negro lo prendeva in braccio e lo lasciava cadere; alla fine il poveretto morì colpito da una sincope.


·        I morti ed i loro capricci

Effetto della suscettibilità, dell’antipatia ingiusta o della noia degli orishas, o dell’odio e delle vendette occulte che il potere del brujo malvagio comanda, le malattie sono causate anche dall’azione funesta che uno spirito, per risentimento o avversione, potrebbe esercitare su un individuo. Un eggún, un fúmbi, che per una ragione qualsiasi cercano di portare un individuo all’altro mondo.

Un toque de tambor, – batá – con i suoi sacrifici animali, una messa spirituale (da qualche tempo a questa parte) ed una messa celebrata in una chiesa cattolica, devono essere celebrate obbligatoriamente per il santero o la santera, il nono giorno dalla morte e che rappresenta l’inizio di un altro rito funebre, – lo ntutu e più tardi il Levantamiento del Plato – i quali placheranno lo spirito del morto che sta in piedi nel fosso della sepoltura o che si rifiuta di uscire dalla casa.

I morti bisogna tenerli contenti e ben disposti, vanno rispettati come gli orishas. Questo culto, ma forse sarebbe meglio definirlo rispetto ai trapassati, è una delle basi della nostra religione. Gli anziani mi ripetono categoricamente che i morti i tutte le Reglas è parificato al santo e che prima di salutare ai santi si salutano i morti.

La messa spirituale, oggi molto generalizzata, in cui si da la luce alle anime disincarnate che sono ancora nell’oscurità, non annulla la messa cattolica per il riposo dell’anima. Gli orishas consigliano queste messe cattoliche a cui ora si aggiungono come abbiamo già detto quelle spirituali. Le messe spirituali consistono nell’offrire fiori e candele (i fiori attraggono i morti), nell’invocare l’anima del defunto al fine di conoscerla sua volontà e portarla a compimento; di alleviarla se è turbata ed elevarlo al cielo se non era preparato al trapasso. In effetti si riuniscono vari medium intorno ad una tavola sul quale si collocano mazzi di fiori e bicchieri d’acqua con profumo. Oltre ai medium, diciamo professionisti, cadono in trance anche i parenti del defunto e gli altri presenti occasionali.

Nonostante tutto alcuni spiriti, conservatori ed intrattabili, non si presentano alla messa spirituale e mandano a dire (dai caracoles o montando qualche figlio) che vogliono solo la messa cattolica, che è quella legittima del fundamento. “La messa spirituale sta diventando una moda, io ai miei morti gli do sempre i loro cibi preferiti in un angioletto, gli accendo una candela e niente più”, dice un’anziana.

Le anime dei morti non possono mangiare all’interno della casa e possibilmente il più lontano possibile dalla cucina e dai vivi. Il posto ideale sarebbe l’anfratto che si forma tra le radici di un albero. Gli si offre acqua, pane, bibite, sigarette, sigari e alimenti cucinati senza sale.

Mangiano prima di Eleggúa, separati dagli orishas, ed in tutte le cerimonie della Ocha prima di iniziare si chiede il permesso ai morti per festeggiare. Due giorni prima di celebrare una festa, il babalocha scrupoloso, prepara il cibo e lo offre ai morti (ikús) in modo che abbiano tutto il tempo per consumarlo (i morti non mangiano con i denti!). La mattina seguente si chiede ai morti, interpretando le posizioni che assumono quattro pezzi di cocco lanciati in aria, dove vogliono che gli si porti il resto dell’offerta del giorno prima, se al cimitero o nella foresta, cosi da saziarli ed accontentarli.

Se in una casa si introduce un’anima di un defunto estraneo ad una famiglia, nonostante che venga ben servito, perturba con la sua presenza la vita quotidiana. Verrà obbligato ad andarsene con un rito presieduto da Oyá, oppure si ricorre al fuoco nel caso si tratti di uno sconosciuto (come sono soliti fare gli spiritisti di Santiago de Cuba). Si prende un mazzo di saggina legata ad un’estremità, si bagna la parte libera nell’alcol e si accende; si passa la torcia vicino le pareti e nelle stanze dell’abitazione dove si trova lo spirito e si recita un’orazione. In questo modo lo spirito viene cacciato facilmente. Il fuoco non piace ai morti!

Il due novembre, giorno dei morti, viene offerto alle anime del purgatorio, a tutti i morti, un piatto di mais in polvere ed un bicchiere d’acqua. In un piatto smaltato o in un recipiente di latta pieno di olio da cucina, vengono accese per nove giorni micce di cotone e si conservano per questo giorno anche le candele utilizzate nei vari funerali.

In quanto al mais fino, era abitudine mangiarlo la notte del due novembre con il nome huesos de santo (ossa di santo): si mettono a bagno per una notte i grani di mais in un recipiente con acqua e cenere; la mattina si mette a bollire ed una volta pronto si toglie la buccia ai chicchi di mais, facendo attenzione che non resti traccia di cenere; si prepara quindi un soffritto di cipolla e gli si versa il mais e si fa cuocere fino a quanto si consumi il burro e restino solo i chicchi teneri e secchi.
Attualmente solo nelle case delle santeras e di poche altre famiglie, si mangia questo piatto.

La cosa interessante è che la maggior parte degli spiriti che si manifestano per mezzo dei tanti medium bianchi, sono sempre negri africani. Questi esseri, molto avanzati nella loro evoluzione spirituale e molto alti e luminosi nello spazio, curano con erbe e piante e prescrivono ai loro consultanti lo stesso del mayombero o il babalocha. Il repertorio di limpieza, bagni, ebbó e rimedi non si differenzia di una virgola e come i nostri stregoni preparano amuleti e talismani. Per questo i vecchi negri anche se non praticanti lo spiritismo rispettano le messe spirituali ed alcune delle pratiche connesse allo spiritismo.


OLUWA EWE: IL PADRONE DEL MONTE


·        Osain

Per  gli adepti della Regla lucumí, il padrone delle erbe e del Monte (della vegetazione), è Osain, corrispondente ai cattolici Sant’Antonio Abate o San Silvestro ed anche uno dei tanti caminos di Elegguá, Elegbara. Per molti abitanti di Matanzas, Osain corrisponde a San Ramon Non Nato: “perché Osain è un orisha che non ha padre ne madre. E’ apparso, non è nato. Uscì dalla terra, come l’erba, non è figlio di nessuno”.

Changó fu il primo indovino e suo era la tavola (tablero) per vedere il futuro (okpó Ifá oppure faté), che originariamente era di Obatalá e che oggi appartiene a Orúmila o Orúmbila, l’orisha Ifá, indovino per antonomasia. Tutti i santeros raccontano che Changó cedette ad Orula il privilegio di indovinare con okwelé in cambio della grazia posseduta da Orula (nonostante fosse vecchio) nella danza, tale da entusiasmare la gente in un modo che Changó, giovane e gagliardo, non riusciva a fare.

“Todos los Santos son yerberos” (tutti i Santi conoscono le proprietà delle erbe), ma il padrone incontrastato, il medico, il botanico, è Osain.

Secondo i seguaci del Palo Monte “Osain-Aggúenniyé venne da terra yésa ed è il protettore, il benefattore di tutti”. “Osain appartiene a tutti i lucumís; da terra Oyó, passò agli Ararás quando questi ricevettero Ifá”. Questo santo possiede un solo piede, il destro, un braccio, il sinistro, un solo occhio, un’orecchia sproporzionatamente grande, dalla quale non sente niente e l’altra piccolissima, ma tanto sensibile da percepire il rumore di una formica che cammina o una farfalla che vola. Osain cammina a salti o zoppicando, come Awó Jonú Aggróniga o Sódyi, Babalú Ayé (San Lazzaro, il gran santo degli Arará).

Questo Osain Okini Gwáwó Eléyo era malvagio, aveva un gran coraggio ed un forte temperamento. Per Colpa di una donna litigò con suo fratello Osain-Alábbio, si ritirò per quattordici giorni sulla cima di un monte a preparare una stregoneria per sconfiggere a suo fratello. Concentrato nel suo odio e mentre preparava la mororá (bilongo), incontra l’Elegguá di suo fratello, lo combatte e perde un occhio.

Ancora più arrabbiato per quest’altro affronto, continua invocando contro il suo rivale terribili forze malefiche. Tra i vari ingredienti gli manca un segreto che si trova nel fondo di un pozzo e per impossessarsene vi cade dentro, perdendo un braccio ed una gamba. Nel fondo del pozzo, sanguinando tra le pietre, con la mano che gli resta prende un topo, il quale strilla spaventato, richiamando così l’attenzione di una civetta che a sua volta inizia a gridare. Osain da in pasto il topo alla civetta, chiedendo in cambio tre piume della sua ala sinistra. Aspetta l’alba e chiama una Aura Tiñosa, chiedendo anche a questa tre piume dell’ala, ma quella destra questa volta. L’Aura gli chiede a cosa gli servono ed Osain gli spiega il motivo. Grazie a queste piume Osain vola e sconfigge suo fratello.

Questa storia viene smentita categoricamente dai lucumis, ritenendola un’invenzione. Osain è uno solo, non ha fratelli ed è amico di Eleggua. Tutti i figli di Eleggua, sono protetti anche da Osain. Osain è un santo puro, tanto che le sue figlie non devono sposarsi, anzi devono essere vergini.

Osain è cacciatore, così come Ochosi, con un solo braccio usa arco, frecce e fucile, corre agilmente su di un solo piede; un altro palero afferma che Osain perse i membri che gli mancano per aver sparato al cervo che porta il santissimo Olofi sulla fronte (anche questa versione è smentita dalle autorità lucumí). Un ‘altra storia narra che fu Changó a ridurre Osain in queste condizioni in uno dei suoi accessi di collera: in una rissa lo prese a pietrate facendogli perdere gamba, braccio ed un occhio. Changó ed Oyá avevano organizzato un tranello per rubare la éwe (erba) ad Osain. Oyá andò a chiedere molte erbe ad Osain, dandogli in cambio una brocca di aguardiente ed un sigaro. Mezzo ubriaco, Osain s’innamorò di Oyá e la pretese, iniziando così a litigare e lottare. Changó intervenne in aiuto ad Oyá, mentre Oggún che sentì il frastuono dalla parte di Osain. Changó lanciò un fulmine che tranciò il braccio di Osain, Oggún si trasformò in parafulmine ma un altro fulmine disintegrò anche la gamba del povero Osain.

Anche questa storia è falsa, obiettano molti seguaci di Osain, perché non è donnaiolo ed è stato sempre un grande amico di Changó, a cui cedette la sua magia volontariamente.

C’è ancora chi narra che Osain mandava molte maledizioni ad Orula, senza uscire allo scoperto e questi stanco di subire tanto frastorno senza sapere da chi, si consultò con Changó, il quale gli diede un rimedio per scoprire chi fosse. Osain fu colpito dai fulmini provocati dal bilongo invocato da Orula mentre cercava erbe e rimase senza gamba, braccio ed occhio. Poco tempo dopo Orula passò davanti alla capanna di Osain e sentì dei lamenti, desideroso di aiutare colui che si trovasse dentro, vide Osain ustionato e capì chi era il suo nemico.

Tra tutti coloro che hanno visto Osain, pur raccontando storie differenti, sono d’accordo nel dire che è zoppo, guercio e con il solo braccio sinistro. “La bocca storta, la testa grande come un melone, parla affannato e va su un solo piede”.

Osain è solito apparire ai nottambuli passata la mezzanotte, a cui chiede fuoco per accendere un sigaro o la pipa. Un maggiordomo ganga di un tempio della Regla del Santo Cristo del Buen Viaje (fondata nell’ottocento dal mulatto Andrei Petit), non esce mai solo nelle ore notturne, se non per andare nei cimiteri e proprio in una di queste visite notturne alle tombe che l’apprendista stregone ebbe la sventura d’incontrare Osain, il quale chiedendogli fuoco per la sua pipa, lo fece correre fino a perdere il fiato. “La sua figura era orribile”. Non esiste negro che teme d’imbattersi in Osain, o in Oggún, a cui ugualmente piace spaventare i nottambuli. Vale lo stesso per Elegguá, Eshú, i cui fischi spaventano così tanto i negri che nessuno si permette di fischiare la notte per paura che questi gli risponda.


·        Elegga, padrone e guardiano delle porte e dei destini

Non fischiare di notte, non  per lungo tempo, è una raccomandazione che i vecchi non dimenticano di fare ai giovani, perché “Elegguá è il padrone del fischio” e fischiare equivale a provocarlo.

Serva da esempio ciò che successe a Clementina, una delle tante donne avute da Calazan, uno dei miei informatori più competenti.

Nel primo periodo di unione con Calazan, Clementina aveva la pericolosa abitudine di fischiare tutto il giorno. “Non prendere l’abitudine di fischiare, che è pericoloso ed uno di questi giorni ti succede qualcosa di male”, la avvertiva lui, ma Clementina non lo ascoltava o dimenticava il consiglio di suo marito, “che conosceva molto bene i santi”. Ed infatti una notte, mentre fischiava a tutto volume il suo danzon preferito, Elegguá la gratificò con tre fischi all’orecchio, talmente acuti, che perse conoscenza. “A notte fonda sono dovuto correre a cercare il necessario per chiedere perdono al santo, che voleva portarsi via (far morire) mia moglie” mi disse Calazan. Dopo questa esperienza Clementina non fischiò mai più per tutta la sua vita.

E’ Elegga – Afrá e Makénú viene chiamato nei cabildos arará dove tuttora non gli si da a bere aguardiente – che fischia negli angoli, nei luoghi deserti e nelle case vuote, così come fischia Osain. Per questo la notte è il regno di spiriti di ogni genere, ma anche durante il giorno ci sono ore pericolose cui bisogna far attenzione: mezzogiorno e le sei del pomeriggio, ore in cui vagano un po’ gli spiriti. Elegga abbandona le porte ed anche se vi ci torna presto, le case restano indifese. Grazie al timore che ispira il mezzogiorno Elegga salvò ad Obatalá, facilitando la sua fuga in un’epoca per lui difficile, quando viveva circondato da molti nemici. “Da quando Dio ha fatto il mondo, mezzogiorno è una brutta ora. In un tempo remoto Elegguá comunicò a tutti gli abitanti del paese, che macchinavano l’eliminazione di Obatalá, di chiudere le loro porte a mezzogiorno in punto, perché sarebbe passata una Cosa Mala e nessuno doveva restare in strada. Approfittando del fatto che tutti erano chiusi in casa, Elegguá uscì con Obatalá nascosto sotto una velo bianco e suonando una campana (agogó, campanello con cui si chiama Obatalá nella ilé de orisha, la casa del santo). Questa è l’ora in cui passa il Santissimo, ora di mistero; Echuni ci salvi così come salvò Obatalá! Ci sono persone che alzano i piedi da terra a mezzogiorno in punto, per non raccogliere dal suolo una cattiva influenza che passa proprio nell’attimo delle dodici. Niente a che vedere con la mezzanotte, la peggiore di tutte le ora, quando già circolano liberamente ed in abbondanza égun ed éshus. “Elegga, Oggún, Ochosi escono a fare i loro affari”. E’ l’ora in cui si recapitano gli ebbós, si lanciano le brujerias, di raccogliere le influenze negative.

Si capiranno meglio l’importanza di queste credenze ed abitudini dopo aver letto il seguente racconto mitologico. “Durante il regno di Obatalá, nessuno più moriva o si ammalava, ne litigava, era un periodo felice ma le cose cambiarono presto. La morte, Ikú, Ano, malattie, Ofó, la tragedia ed il crimine avevano fame di anime e per sopravvivere decisero di attaccare i sudditi di Obatalá. Questi consigliò il popolo di non andare per strada e non affacciarsi alle finestre e per calmare le forze del male Obatalá disse a queste entità di avere un po’ di pazienza, ma la fame che soffrivano gli spiriti era atroce e decisero di uscire tutti insieme a mezzogiorno in punto con lattine e bastoni, facendo un grande frastuono. La gente curiosa si avvicinò alle finestre senza immaginare quello che sarebbe successo: la morte tagliò la testa a tantissime persone; a mezzanotte ripeterono il rito e nuovamente i curiosi uscirono per strada, venendo sistematicamente decapitati. Visto il successo di queste sortite diurne e notturne, a mezzogiorno ed a mezzanotte, morte, tragedia, malattia e crimine (Ikú, Ano, Ofó e Arayé) hanno l’abitudine di girare per strada e le persone giudiziose per questo restano chiuse in casa.

Colui che si dovesse addentrare nei quartieri poveri dell’Avana con spirito osservatore, si renderà certamente conto che nei minuti intorno alle dodici del giorno, molta gente lanciano un secchio d’acqua a terra, fuori la porta di casa, con lo scopo di rinfrescare gli erranti spiriti del male che minacciano la tranquillità delle persone.

Non conosco un solo negro o negra vecchi che quando vanno a dormire non lasci dietro la porta  un recipiente pieno d’acqua per le anime del Purgatorio, per l’Anima Sola, l’eshú Alunna. Non deve mancare questo liquido agli spiriti, buoni e cattivi, ma specialmente ai cattivi, se entrano nelle case. “Tutti, appena svegli la mattina, devono versare un po’ d’acqua a terra e la notte per dormire tranquilli, lasciare al fianco del letto un bicchiere d’acqua con burro di cacao”. “I morti soffrono molto la sete e ne esistono di così pericolosi che conviene saziarli”. Spesso sorprenderemo persone che allo giungere ad un incrocio versano facendo finta di niente, se ci sono bianchi sconosciuti nei paraggi, l’acqua che portano in una lattina o una borraccia. Questo rinfresco è per Elegguá, Laroyé, Eshu, l’orisha tanto pericoloso, che va in giro e si apposta , con Oggún ed Ochosi, negli incroci, dove “lavorano”.

Anche negli incroci, quindi, si lascia un po’ di cibo per gli spiriti ed è abitudine mettere in una pentola quanto avanzato del pasto del giorno per portarlo all’Elegguá degli incroci. Soddisfacendo ad Eshu e dando da mangiare agli spiriti non mancherà mai il sostegno in casa. Questi riti sono quotidiani ed i credenti non lasciano trascorrere giorno senza realizzarli. Se conserva in un piatto un po’ di ogni alimento e quando si termina di mangiare gli si versa un po’ d’acqua, prima di alzarsi si danno tre colpi sulla tavola, si porta il piatto in giardino o nel cortile e lo si mette vicino le radici di un albero qualsiasi, per Eshu. A volte l’animale di casa o uno randagio, mangia l’offerta, ma ciò non importa, Eshu lo consente agli animali, in quanto suoi messaggeri. Il cane ed il gatto “che hanno la lingua benedetta da Babá (San Lazzaro)”, sono amici di Elegga, divinità come loro ambulante ed amante della strada. Per evitare litigi nelle feste dei Santi, si porta cibo all’Eshu della foresta, per evitare che venga a cercarla nella festa, originando qualche conflitto. Non si nega il cibo neanche ai cani che entrano casualmente, sono soci di Elegguá e così si evitano conflitti. Questi cani randagi possono essere Eshu Lele, cosicché durante le feste gli si da qualcosa dicendo: “tieni papà ed ora vai”. Elegguá, come San Lazzaro, è solito prendere le sembianze di un mendicante e come Osain, di invalidi ed in questa forma castiga una sua figlia disobbediente. Era una ragazza molto bella che aveva una relazione con un uomo, secondo la sua famiglia non alla sua altezza. Arrendendosi alle ragioni del padre alla fine, lasciò quell’uomo; ma appena conobbe un altro uomo, di levatura superiore, suo padre ancora una volta non acconsentì. Questa volta il seduttore era Elegguá, che sparì dopo pochi giorni di relazione con la donna e tornò con le sembianze di un barbone zoppo, affermando che lei gli apparteneva anima e corpo e la ragazza dovette rassegnarsi e passare la vita con quello storpio.

E’ essenziale accontentare Elegguá. Nascosto dappertutto, dispone in ogni momento della nostra vita. “Apre e chiude i destini e le porte”, quelle del cielo e della terra, a divinità e mortali e la apre e la chiude a suo capriccio alla fortuna ed alla disgrazia. Anche se piccolo, Elegguá va considerato come il più temibile degli orishas. “Possiede la chiave del destino”.

Spia e messaggero delle divinità, “per il suo genio di bimbo rivoltoso”, sempre disposto a far andare qualcosa storto, malvagio se rappresenta Eshu, è il primo orisha cui bisogna conquistare i favori.

Fortunatamente si corrompe facilmente, è mangione e goloso come Los Ibeyes, i gemelli divini (San Cosma e San Damiano) prediletti di Obatalá e Changó.

Elegguá è in ogni luogo. Calazan racconta che: “l’Elegguá di mio padre aveva molti soldi per farsi fare aquiloni in suo onore ed io glielo rubavo. Elegguá lo dice a mio padre e lui, un giorno che stava per offrirgli un gallo mi domanda perché lo facessi e che prima o poi sarei stato punito. Il gallo lo offrì io al santo, mi inginocchiai davanti al suo altare e mio padre mi diede sei bastonate. Elegguá mi proibì di far volare aquiloni e da quel giorno non rubai più i soldi delle sue offerte”.

“Elegguá protegge gli incroci: è il guardiano del Monte e della prateria, sta all’entrata e all’uscita”. Il tamburo lo proclama chiaramente: Alalú banché. Domina con Orula, Babá ed Oyá i quattro venti ed interviene in tutto, ingarbuglia le cose, rovescia l’andamento dei fatti; è nelle sue mani la facoltà di perdere o salvare a chi vuole. Elegguá allo stesso modo che per gli esseri umani, rivolta i piani delle divinità. Salva a Olofi con una erba. E’ il primo orisha che riceve le offerte, il primo “che mangia” il giorno dei sacrifici, il primo che si saluta (dopo i morti) nelle feste. Olofi (Dio) stesso lo creò così e gli disse: “essendo tu il più piccolo e mio messaggero, sarai il più grande sulla terra e nel cielo e senza il tuo parere mai nulla sarà possibile”.




·        L’Essere Supremo

Olofi è l’Essere Supremo. Una vecchia santera matancera (di Matanzas) lo definisce testualmente: “Colui che è più che un Dio”; mentre un altro vecchio dice: “Colui che comanda ogni cosa, il più grande che esista; però sta molto lontano, così lontano che non si interessa di niente e l’umanità non lo capisce, così che lasciò il mondo nelle nostre mani”.
Olofi, Olorun, Babbaddé, Obbá-Olorum, Oloddumare, Alánnu, Olónu per i lucumí; Sambi, Tubista Nsambi bisa munánsulo per i congos, “il grande Dio che vive nel cielo”. E’ un concetto equivalente in entrambe le Reglas, quello di un Essere Supremo, infinito, inconcepibile e lontano da ciò che succede sulla terra, anche se questa è opera sua.

Leggo attenta dalle labbra dei più vecchi e da una centenaria di Matanzas queste definizioni sul “Dio più vecchio”, “arubbó”: “E’ il primo e non interviene mai”; “Colui che vede, ma indifferentemente. Presenzia solamente”; “Non lavora, è pensionato, non chiede niente e non scende sulla terra”; “Dio, il più grande, l’immensità a cui non si può giungere”. “Il santo più grande e più vecchio, non ha contatti diretti con nessuno. Fabbricò il cielo, il sole, le stelle e la terra, con gli alberi e quanto vive su di essa e mandò gli uomini nudi ed affamati”. “Tutto è stato creato da Olofi, tutto è di Olofi. Fece il mondo, i santi, gli uomini, gli animali e quindi disse: ora vedetevela voi e se ne andò. Delegò a suo figlio Obatalà, su erede”. “Lui guarda e Obatalà esegue”.

Olofi chiede solo rispetto. Viene sempre nominato ma non riceve culto, non mangia ne balla. Non interviene nelle cose terrene, tuttavia appare nella mitologia dei discendenti yorubas, con le caratteristiche di un patriarca in carne ed ossa.


·        Olofi ed Elegguá

Se Elegguá ha ottenuto da Olofi il privilegio di mangiare prima degli altri orishas, anche di Obatalá e di poter proibire che qualsiasi cosa avvenga, se non interrogato, si deve al fatto che una volta curò Olofi, il Padreterno. Olofi soffriva di un male misterioso, che si aggravava di giorno in giorno, impedendogli di lavorare; tutti i santi avevano tentato perlomeno di alleviargli il dolore, ma nessun medicamento aveva sortito effetto.

Elegguá era un bambino con la faccia di un vecchio, sombrero di paglia e sigaro sempre in bocca, litigioso e provocatore in molte sue manifestazioni, tanto che nell’ottocento non gli si dava il permesso di entrare nei cabildos (si tratta di Eshu Beleké, il bambino di Atocha, che non si può tenere nelle case dove ci sono altri bambini perché si ingelosisce e li ammazza). Malgrado i suoi pochi anni, chiese a sua madre di portarlo a casa del vecchio Olofi, assicurandogli che lo avrebbe curato. La madre di Elegguá, Oyá secondo alcuni (queste genealogie divine sono spesso tra negri, fonte di accese discussioni), era allora la donna del dio del ferro, Oggún ed allo stesso tempo amante di Changó. Anche se la donna non credeva in ciò che il figlio affermava con sicurezza, senza farsi pregare lo portò da Olofi, occasione buona per liberarsi alcune ore del bambino e vedersi tranquillamente con Changó.

Il bambino trovò un’erba, fece un ogbó (decotto) e lo fece bere al vecchio, il quale rapidamente iniziò a guarire e rimettere su le forze. Contento Olofi ordinò a tutti gli orishas di cedere ad Elegguá le primizie di ogni offerta. Depositò nelle sue mani una chiave e lo nominò padrone dei destini. Da quel giorno non solo tollerò con illimitata compiacenza gli scherzi di Elegguá, ma gli diede il diritto di combinare guai a suo piacimento. Desbarata y compone, è come dire prima rompe e poi ci mette una pezza.

Altra versione: “Al principio dei tempi, Olofi si ammalò. Tutti i saggi andarono da Olofi ma nessuno riuscì a curarlo. Elegguá, che in quell’epoca mangiava nella spazzatura, si mise un cappello bianco come quello dei babalawos e con le sue erbe lo curò velocemente. Il vecchio disse: con tutti i figli sapienti che ho, nessuno ha saputo aiutarmi. Elegguá chiedimi quello che vuoi, ragazzo. Elegguá, che conosceva la miseria, rispose: mangiare prima di tutto e poi mettermi vicino la porta per essere salutato per primo. Cosi sia, disse Olofi, e ti nomino anche mio messaggero”.

In un’occasione Elegguá evita al Creatore l’incontro con un grande topo che gli orishas, in rivolta e desiderosi di rovesciare il trono, avevano messo vicino la porta della sua casa, sapendo che quegli animali terrorizzavano il Supremo. Olofi consacra il topo ad Elegguá, che per questo motivo li mangia e quando si vuole ottenere qualcosa di grande da questo orisha, bisogna offrirgli un topo. Le peggiori cattiverie o cose buone si fanno utilizzando il topo, facendo molta attenzione, visto che un piccolo errore durante il rito, risulterà a carico del babalocha.


·        Patakkin (leggende) su Elegguá

Elegguá è contento, se gli si fanno regali e si compie ciò che gli si promette, tutto andrà sempre per il verso giusto. Si capisce che Elegguá costituisce un fattore ineludibile e decisivo in tutte le circostanze, influendo anche nelle piccole cose, in modo positivo o negativo. Propizio, modifica il peggiore dei destini, ostile, oscura il più brillante. Nell’uno e nell’altro caso si avvale di mille astuzie per aiutarci oppure ostacolarci.

La sua funzione è quella di un guardiano e per questa ragione mai gli si fa mancare il cibo, in modo che resti con piacere nella casa e non la abbandoni andando in giro a cercare quello che gli manca. Oppure chiudendo la porta alla fortuna ed aprendola alle calamità, per vendicarsi. Tuttavia, non conviene neanche mantenerlo sempre pieno, poiché si corre il rischio che abbassi troppo la guardia. Rumbero, affezionato all’aguardiente e mangione, Elegguá Aláyeki non si fa scrupoli ad abbandonare il migliore amico per una mangiata: una volta, periodo in cui andava sempre a fare baldoria con Osu (altro messaggero di Obatalá), lo fece ubriacare fino a farlo addormentare, rubò e mangiò un capretto, facendo ricadere la colpa su di Osu, in quanto prima che si risvegliasse gli sporcò la bocca con il sangue dell’animale e mise i resti al suo fianco e poi se ne andò. Molto forte in Elegguá, come in tutti i santi e mortali negri, è la passione del ballo e pur di andare ad una festa farebbe qualsiasi cosa: una volta fingendosi più povero di quello che è, chiese dei soldi ad Obatalá promettendogli di fare le pulizie di casa. I primi giorni puliva perfettamente la casa di Obatalá, ma appena pagò Elegguá, questi andò ad una festa. Il giorno dopo, stonato e stanco per la nottataccia non pulì la casa di Obatalá, il quale si ammalò. Obatalà decise di cacciare Elegguá di casa ma prima di farlo si consultò con Orula, il quale gli disse che se non lo buttava subito fuori dalla casa sarebbe morto. Obatalá però, non lo cacciò subito ed aspettò che si celebrasse un’altra festa, diede molto denaro ad Elegguá come liquidazione per il lavoro svolto.

La gola è uno dei tratti salienti del suo carattere ed in un’altra storia si vede come burlerà nuovamente all’orisha maggiore, Obatalá:
Oshún, Yemayá ed Obatalá vivevano nella stessa casa e vivevano tirando caracoles (facendo gli indovini). Elegguá proteggeva la porta dell’abitazione. La gente lasciava offerte in denaro, animali, e cibo ed i tre santi se la passavano molto bene. Arrivavano Changó, Oggún ed Ochosi e mangiavano con loro e ad Elegguá restavano sempre e solo gli avanzi, tanto meno che non lasciavano niente neanche per Eshu, l’Elegguá degli incroci.
Un giorno Elegguá catturò un topo che per caso entro in casa e lo mangiò, così da appagare la fame per qualche giorno. Quando la gente veniva e chiedeva di uno dei tre santi, lui rispondeva che non c’erano, lui si accontentava di un pezzettino di topo al giorno ed intanto fece perdere tutta la clientela ad Oshún, Yemayá ed Obatalá. I tre iniziarono a domandarsi perché non venisse più nessuno, tant’è vero che il cibo iniziava a scarseggiare. Changó che aveva da tempo capito tutto, disse ai tre che la colpa era la loro, che non davano quasi niente ad Elegguá. Oshún andò a parlare con il piccoletto e gli disse che se gli avesse procurato clienti, gli avrebbero dato molto cibo. La gente tornò a frequentare la casa ed il cibo fu nuovamente abbondante, questa volta anche per Elegguá.

In un'altra storia mi viene raccontato che “al principio Olofi, prima di allontanarsi dal mondo, diede ad ogni orisha una missione. Divise gli impieghi ma Elegguá, essendo così vagabondo, restò senza nessun compito.” Tempo dopo Elegguá si lamentò con Changó di questa situazione, al quale era toccato nella divisione dei compiti, Ifá (aché, okuelé). Essendo Changó molto giovane e turbolento diede l’Ifá ad Orula, su consiglio di sua madre Yemayà, in quel tempo donna di Orula.

Changó portò Elegguá a casa di Orula e disse al vecchio: “costui sarà la tua sentinella, vigilerà la porta di casa tua a cambio che gli dia da mangiare”; Oula accettò ed Elegguá iniziò a vigilare la porta. Però Elegguá non mangiava tutto quello che avrebbe desiderato, tenuto anche conto del fatto che Orula guadagnava molto con la divinazione, si ingelosì e disse ad Orula: “Anch’io voglio parlare un poco e guadagnare qualcosa.”, ma Orula gli contestò che gia gli dava tutto il necessario. Il giorno dopo Elegguá iniziò a mandare indietro i clienti di Orula e questi, dopo qualche giorno iniziò a domandarsi perché la gente non venisse più, Elegguá gli confessò che era lui che non lasciava passare i clienti ed Orula gli diede tre caracoles affinché anche lui potesse leggere il futuro.

Poco dopo questa vicenda, Yemayá, la santa che più di tutti sa di diloggun e iki, si mise a leggere il futuro nasconta da Orula, Elegguá glielo riferì e quando questi la sorprese capì che Yemayá avrebbe voluto conoscere tutti i suoi segreti e se ne lamentò con Olofi.

Ancora un’altra versione di questa storia, spiega il perché Elegguá vive e mangia nella porta: “Orula un giorno si vestì impeccabilmente ed uscì. Elegguá che vide la scena pensò che lui invece non aveva niente ed Orula non gli dava niente, cosicché anche lui lasciò la casa e se ne andò all’incrocio dove avvertiva tutti coloro che cercavano Orula, che questi si era trasferito. Orula restò senza clienti e capì che la colpa era di Elegguá, gli promise una donna, ma lui rifiutò, gli offrì una stanza tutta per lui in fondo la casa, ma Elegguà gli disse che preferiva stare vicino la porta, così se non mi dai da mangiare subito abbandono la casa.”

E’ questo il motivo per cui Elegguá vive vicino la porta e se non viene accontentato, se ne va e castiga.

In un altro patakkin (storie e leggende sugli orishas), vediamo Elegguá che riesce ad ottenere Ifá grazie ad un’astuzia che impressiona la donna di Orula. Elegguá va da Orula e gli chiede il tablero, ma questi glielo nega al sapere che non ha denaro con cui pagarglielo. Elegguá fa quindi un salto e lascia cadere la sua testa al suolo, procurandosi una profonda ferita, con una grande fuoriuscita di sangue. La donna di Orula, al vedere Elegguá in casa sua, in una pozza di sangue, si spaventa e supplica suo marito di accontentarlo, per evitare di avere problemi con la giustizia. Orula lo accontenta ed Elegguá se ne torna al suo incrocio contento. Proprio in quell’incrocio, poco dopo passa il figlio di Olokún, Inle, il quale aveva l’abitudine di dire ad Elegguá che voleva essere salutato, essendo un medico. Questa volta però, fu Elegguá che anticipandolo, disse ad Inle che pretendeva essere salutato, avendo già Ifà, Inle non gli crede e chiede ad Elegguá di leggergli il futuro. Elegga gli dice: “a casa tua c’è un albero dove il tardo pomeriggio si posano molti uccelli” ed Inle: “bugiardo, lo sai benissimo che a casa mia c’è quell’albero”, ma Elegguá insiste “questa mattina tua madre ti ha buttato fuori perché gli hai toccato la natica ed il marito ti ha visto”.
“E’ vero e non puoi averlo ne visto ne saputo da altri essendo un segreto”, ammette il figlio di Olokún. Inle più tardi riferisce dell’accaduto la madre e che aveva deciso di diventare babalawo, anche se Elegguá gli aveva detto che per investirlo sacerdote doveva pagare molto denaro e molti cesti di mercanzia. Con quel denaro Elegguá paga il tablero ad Orula, il quale diventa suo legittimamente. Tempo dopo Oshún offre oro ad Elegguá in cambio di cinque caracoles, in modo che anche lei avesse potuto leggere il futuro, Elegguá accetta e cede il tablero ad Oshún.

Oshún, la santa puttana ed Elegguá sono amici ed il piccoletto la protegge. Essendo Elegguá il padrone dei transiti, ha potere sui destini; un giorno Oshún incontrò Changó, il quale provò a sedurla ed essendo il luogo solitario, cercò di abusare di lei ed i due iniziarono a dibattersi, lei difendendosi e lui cercando di dominarla. Quando Oshún si sentì persa, tanto che Changó era sul punto di possederla (ed a lei sarebbe piaciuto ma non poteva, essendo Alafi suo nipote), grido “Arayeyí”, Elegguá apparse e si mise tra lei e Changó, separandoli in un’attimo.

“Vattene da qui Changó, sono il padrone del destino, lascia in pace Oshún.” Grida Elegguá e Changó nonostante la sua superbia dovette ascoltare il piccoletto.

Il migliore alleato di Orula, il dio Ifá, e del babalawo si intende, è Elegguá (Abanuké). “Nessuno meno che il babalawo può prescindere da Elegguá, Orula ed Elegguá sono una cosa sola.”

Vediamo in un’altra leggenda, nella quale Orula deve dimostrare ad Olofi la sua chiaroveggenza, uscirne bene grazie ad Elegguá Abanukué:
“Babá, si dice che c’è un negro, Orúmila, che legge il futuro”, chiede Olofi ad Obatalá, il quale risponde che lui è il miglior indovino che ci sia in circolazione, “Guarda che dicono che costui vede tutto, annuncia quello che succederà e quello che già è successo, tracciando dei segni in una polvere bianca che si versa su una tavola oppure lanciando una catena” insiste Olofi, il quale essendo il vecchio più capriccioso del mondo, decide di scoprire se ciò che gli avevano detto fosse vero, mettendo alla prova Ifá. Elegguá che si trova sempre in ogni luogo, ascolta la conversazione tra Obatalá ed Olofi, corre da Orumila a raccontargli il fatto. Non passa molto tempo che Olofi si mostra ad Orula, il quale con grande rispetto verso il Creatore, dice ciò che ha visto, Olofi si congratula con lui e gli chiede cosa volesse. Orula per prima cosa chiede del cibo per Elegguá, Un pulcino, burro di corojo, del pesce, cocco, aguardiente, tabacco e mais.

Nessuno meglio di Orula conosce Elegguá. Una volta, che dovette offrire una grande cena a tutti i santi, non volle invitare Elegguá. Nessun santo accettò il rispettivo sacrificio e tutto fu rovinato, Elegguá mise lo zampino e guastò ogni cosa. Oyá disse: “Qui manca qualcuno” ed Orula “nossignora, non manca nessuno, se Elegguá non vuole venire non ci posso fare niente, se viene bene, altrimenti fa lo stesso”. Le cose si ingarbugliarono ulteriormente e l’unico rimedio fu invitarlo.

Una volta Elegguá aiutò decisivamente Orula in una delle sue infinite guerre con Osain. Un babalawo mi riferisce che una volta Orula non ne poteva più di Osain ed accettò di sfidarlo, chiedendogli come preferisse combattere, Osain gli rispose “sotterrando i nostri figli, i quali dimostrino, sostenuti dal nostro potere, chi resiste più tempo sotto terra. E così fu: una volta sotterrati i rispettivi figli, Eshu invisibile alimentò i filgi di Orula con sangue di gallo. Scaduto il termine della sfida entrambi i genitori chiamano i rispettivi figli; quelli di Orula ascoltarono la chiamata del padre ed uscirono in fretta, quelli di Osain stremati, restarono sepolti ed Osain dovette concedere la vittoria ad Orula per poterli salvare.

In alcune storie è Elegguá il primo indovino e colui che insegna a leggere il futuro ad Orula o gli svela, accompagnato da Móedun (la scimmia), una palma che cresce nel giardino di Orúngán (il sole di mezzogiorno in punto), gli da gli Oddu (i semi della chiaroveggenza) e i caracoles (con cui vedono il futuro babalochas ed iyalochas).

D’altro canto fu indirettamente Elegguá, che istituì Orumbila indovino. “Elegguá, segretario di Dio, fu sempre grande amico di Changó, il quale a sua volta era molto amico di Orumbila ed al quale promise (vedendolo attraversare una situazione molto disperata, elemosinando e senza fissa dimora) di chiedere ad Olofi di fargli avere in carico il tablero. Fu chiamato da Olofi ed espose le sue ragioni e questi volle metterlo alla prova: doveva dimostrargli che era all’altezza di un compito così importante. Olofi prese mais crudo e mais tostato, sparse in un quadrato di terra quello crudo ed a fianco, un palmo di distanza, quello tostato. Elegguá lo vide fare questa operazione e subito andò da Changó a raccontargli che aveva visto il Creatore e che presto avrebbe chiamato Orula per chiedergli dove avesse sparso il mais. Changó avverte Orula in tempo e quando Olofi gli chiede di cercare il mais, Elegguá gli dice all’orecchio la posizione esatta del mais e quindi Orula risponde facilmente ad Olofi. Obatalá consegno il tablero ad Orula e con esso gli altri strumenti per leggere il futuro.”

Innumerevoli storie come questa illustrano l’importanza universale di Elegguá, il cui culto è talmente generalizzato a Cuba che tutti vogliono avere un Elegguá che li protegga, escludendo coloro che lo voglio per fare anche qualche malvagità.


·        Preparare un Elegguá

Il babalawo, il babalocha e la iyalocha lo preparano, previa consultazione con i caracoles ed in accordo con l’angelo tutelare (il santo della persona), il segno, il temperamento e tenendo conto del sesso dell’individuo a cui dovrà appartenere. Le materie con cui si fabbrica un Elegguá sono le seguenti: Terra di incrocio di quattro strade, di un bibijaguero, della chiesa, della piazza, di un audiencia, di un carcere, di un ospedale, di una panetteria e così via. Tre erbe e sette pezzetti delle diverse piante che appartengono all’orisha. Una testa di jicotea. Una pianta di Osain. Una pietra della savana, vero otan (pietra che contiene lo spirito dell’orisha) di Elegguá e non di conchiglia. Afoché di Orula. Polveri di quelle che preparano i babalawos. Ventivove monete di diversa caratura, ottenute dai cambi in sette uffici di cambio differenti. Con Omiero o acqua sacra, contenente acqua piovana, di fiume, del mare e della chiesa, burro di corojo, vino secco, miele d’ape, miele di guinea, un pezzetto di carbone ed erbe tritate, si inumidisce un po’ di cemento, con il quale si impastano tutti questi ingredienti, modellando il volto che rappresenta l’orisha e che sono i cosiddetti Elegguá impastati. Una volta pronto il santero lo seppellisce, prima che sorga il sole, in un incrocio, in modo che la divinità animi la pietra, appropriandosi della forza interna ed esterna della natura. Trascorsi sette giorni va a prenderlo e chiude il fosso sacrificando tre galli jiros, gettando dentro il sangue ed i pezzi degli animali, insieme a platano, mais, cornacchie e tutto ciò che piace ad Elegguá ed Eshu; infine versa un bel secchiello di aguardiente. Una volta portata la pietra (ora contenente lo spirito di Elegguá) nella casa del cantero, questi gli offre un capretto o un topo, un gallo nero, un pollo o una jutía. Mai offrirgli colombe; non le mangia. I volatili di sesso femminile sono un tabù per tutti gli Elegguá.

Prima di sacrificare un animale, i santeros più vecchi, recitano un credo ed un Padre nostro ad Elegguá.

La iyalocha è autorizzata ad asentar (trasferire ad un nuovo cantero lo spirito della divinità) a Elegguá, a lavare la pietra e battezzarla (la pietra deve essere carbone o simile ed il santero deve trovarla nella savana). Invece solo gli uomini possono andare al monte a cercare lo spirito della divinità. In molti riti di questo orisha, officiano solo uomini, mentre il compito della iyalocha si riduce a presenziare. Solamente.

“La vera ed unica pietra di Elegguá, va lavata solo con la sua erba. Gli Elegguá di cemento e sabbia sono cose dei moderni.”

Mi hanno riferito di babalocha capitolini che fabbricano Elegguá utilizzando anche terra di sepoltura e granchi. Prima di tutto un babalocha non potrebbe fabbricare un Elegguá, in quanto esclusiva di babalawo ed olúo, inoltre l’utilizzo del granchio e della terra di una sepoltura è errato, secondo i miei informatori più emeriti. Elegguá non va mai fabbricato con cemento, introdurre terra di sepoltura sarebbe come mettergli lo spirito di un morto (forse il babalocha  aveva confuso nozioni della Regla Mayombe) e l’utilizzo del granchio non sarebbe rispettoso verso Orula, tanto amico di Elegguà e tanto nemico dei granchi, tant’è vero che i figli di Elegguá non mangiano granchi per questo.


·        Caminos di Elegguá

Davanti ad Elegguá i fedeli non si prosternano cosi come fanno davanti a Changó, Obatalá e le divinità donne, omaggiandoli con odúbale o ekundé. Non lo si invoca in ginocchio, neanche le offerte ed i sacrifici si fanno in questa posizione, tanto meno gli si recita “Eshu guara guara kikeña alálarosoyo ásu kama aché akué è”. Per comunicare con questo orisha ci si pone a coccoloni, senza mai toccare terra con uno o entrambe le ginocchia. Lo si saluta quando si entra nella casa cosi come la divinità vuole essere salutata quando “monta”: avanzando con un piede e piegando l’altro verso dietro e quindi girandosi di spalle si muovono i piedi imitando il gesto di quando ci si puliscono i piedi e muovendo con forza i fianchi. Raramente, cosi come invece succede per Oggún, quando scende nella testa di un figlio, saluta i presenti abbracciandoli. Se nella stanza dove si trova Elegguá, vi sono anche gli altari dei los guerreros, suoi compagni inseparabili Oggún ed Ochosi, Elegguá può essere salutato anche alzando contemporaneamente le braccia con i pugni chiusi e si muovono i fianchi, per poi girarsi di spalle e continuare come detto prima. In questo modo quando si è di fronte si saluta a los guerreros e di spalle al solo Elegguá.

Le attenzioni che richiede un Elegguá domestico “guarda porta”, non sono delle più impegnative. La sua pietra deve alimentarsi tutti i lunedì, giorno di questo orisha, oppure il tre di ogni mese (1).

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(1)       Il martedì governano Oggún ed Ochosi, il mercoledì Babalú Ayé, il giovedì Obatalá, il venerdi Changó ed Oyá, il sabato Yemayá ed Ochún e la domenica, Obatalá e tutti i santi.
Altri santeros dicono che ad Elegguá ed Eshu sono consacrati il lunedì, martedì ed il giorno tre di ogni mese; il mercoledì ad Oggún, Ochosi e Changó insieme al giorno quattro di ogni mese; il giovedì è retto da Obatalá, il quale regna anche i giorni 8, 16 e 24; il venerdi ed i giorni 7, 14 e 21 sono governati da Yemayá e Babalú Ayé; il sabato ed i giorni 5, 10 e 15 da Ochún; la domenica appartiene a tutti i santi.
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In questo giorno, prima delle dodici, si mette un topo esposto al sole, lo si unge con burro di corojo e lo si porta davanti l’altare dell’orisha, si versano tre boccali d’acqua a terra e si dice omituto anatutu tutu laroyé, si chiede quindi grazia e prosperità e si recita: Elegguá laroyé asu comaché ichá fofá guara omí tuto anatuto tú tu babamí cosi ikú cosi aro cosi ofó, arayé, cosi achelú cosi éún afonfó molei delo omodei.

Immediatamente si prendono tre chicchi di pepe e li si mastica, si riempie la bocca di aguardiente per poi spruzzarlo sulla pietra abbondantemente. Essendo un fumatore incallito, gli si accende un sigaro e gli si buttano molte boccate di fumo, lasciando poi il sigaro acceso al suo fianco. Si procede quindi, ad alimentarlo con piccoli pezzettini, che Elegguá mangerà durante la settimana, di pesce affumicato, di jutía arrosto, fagioli di carita, un pugno di mais tostato e pezzi di cocco disposti intorno la pentola contenente el otan (la pietra sacra). Infine si accende una candela e la si lascia consumare tutta, lasciando la porta della stanza dove si trova l’altare aperta, solo per questo giorno. Una volta al mese, si versa sulla pietra il sangue di un gallo o di un pollo nero, in aggiunta al suo pasto abituale, lavando bene prima di offrirglielo, zampe e becco.

Molti padroni di Elegguá, lo accontentano mettendolo al sole dalle sette alle nove della mattina e poi gli offrono mais e tre teste di aringa cucinate al forno con verdolaga, tété e foglie di guayaba. Queste aringhe vengono lasciate tre giorni sopra l’Elegguá, dopodiché si sacrifica un pulcino il quale possibilmente dovrebbe essere rubato!

Nel presentare al santo le offerte di cibo, bisogna nominarle ad alta voce, in modo che ascolti bene ciò che gli si sta offrendo. Questo si fa con tutti gli orishas.

Molti vecchi credenti, alla mezzanotte del lunedì o del martedì, accendono una candela alle anime, che sono Eshu, si chiude la porta e per nessun motivo si può uscire da casa. Questa candela fa capire alle anime dei morti che in quella casa non devono andare, perché sempre sono stati trattati bene.

Sarà conveniente che il padrone di un Elegguá e tutti coloro che frequentano le case dei santi, imparino alcuni saluti in lucumí:

Elegguá aké burú boyé, tori torú la yá fi yorúare.

Alá lé elé cupaché agó meco, è una formula reverenziale utilizzata molto per elogiarlo.

Agó Elegguá baba guara agó Elegguá abacu macu ofónfo tube abebénillo alanu la mú batá omó cúamá du acheré omó acheré arikú babaguá déde wanto ló kun. Elegguá tubo cosi laroyé aquí bollú baba guara eshuboru, Eshu bollá Eshu bochiché, Eshu barakikeño.

Elegguá agó laroye Eshu beleke incá Eshu Eshu bi mama kéña ofé mí, moforivale Oloddumare bara malé babamí lowó, oku loguó, eye loguó, ofó loguó, iguarayé abolló kereketé.

Elegguá alároye Echu kaika laguanna un bele kún secún laroye un checché anicano nicún Olorun”.

Eshu beléke alároye kiroche bábáguona ilé orissa, módducué. Babakua eló síse kuan kuana ona babá.

Elegguá obára agó kiduá dídeé emí, fú mí, etié omí, tútú ána túto Eshu bara kikeño áña agó, cosí aró, cosí ikú, cosí eye, cosí ofó, cosí arayé, cosí achelú, iré, owó ilé mi.

In tutte queste preghiere, si chiede ad Elegguá di allontanare le malattie, la morte, la tragedia, il crimine, i problemi con la giustizia e che ci procuri il sostento (yéun dáda), la fortuna (iré) ed il denaro (owó).


·        Eshu

Elegguá è l’orisha degli scherzi, grandi o piccoli, irritanti ironie del destino e dell’imprevisto. Come dice la santera Oddeddei: “Elegguá toglie e dà, gioca con il bene ed il male, incastrandoli nei nostri destini nei modi più disparati, in un momento cambia le situazioni”. E’ l’autore dell’imponderabile, dei litigi passeggeri e delle discordie definitive: “l’amicizia e l’amore più sincero, Elegguá lo cambia in odio”, così come narra il famoso patakkin (leggenda) dei due amici inseparabili, con caratteri affini, gusti uguali, giudizi ed opinioni coincidenti. Elegguá si presentò dai due inseparabili amici mentre conversavano per strada con due profili differenti: calvo e di colore per uno e bianco e barbuto per l’altro. Per la prima volta i due amici non furono d’accordo su quello che avevano visto, ognuno sicuro di ciò che aveva visto, iniziarono ad alzare la voce, poi ad urlare e finirono per picchiarsi davanti a tutto il paese.

Lo stesso patakkin, viene narrato anche in altre versioni in cui cambia solo l’oggetto della disputa ed il quale è un sombrero o un cavallo.

Sono molte le storie che ricordano le burle, i pasticci e le cattiverie di Elegguá. I babalawos raccontano di un agricoltore che aveva una semina invidiabile ed a cui un bel giorno Elegguá chiese da mangiare. L’uomo, per sua disgrazia, non lo riconobbe e rispose seccamente che il suo raccolto non lo regalava a nessuno. Tornò mascherato e disse all’uomo che il re gli aveva comandato di distruggere il suo orto siccome i frutti che inviava al mercato erano nocivi alla salute della gente. L’uomo furioso, distrusse il suo raccolto e solo dopo andò dal re a chiedergli spiegazioni. Il re ignaro di quanto successo, disse che lui non aveva inviato nessuno e disse all’uomo che sicuramente era stata una cattiveria fatta da Eshu affamato (nome dato ad Elegguá quando compie delle malvagità ed identificativo di questo aspetto cristianamente diabolico che avvolte assume quest’orisha).

“Eshu è maligno, è satana, il diavolo lucumí, il demonio del 24 agosto, giorno di San Bartolomeo. Nelle stampe il diavolo viene raffigurato nelle tenebre con due pugnali mentre cattura le sue anime, così il giorno di San Bartolomeo Eshu vaga in cerca di anime. Eshu è un Elegguá preposto a fare solo del male, assassina alle spalle, vive nell’oscurità ed impugna sempre un coltello. Eshu è uno e sono ventuno, tanti quanto i caminos di Elegguà, poiché per ogni Elegguà esiste un Eshu.”

“Dio, Olofi, diede Elegguá ad Orúmbila; Eshu Malé gli insegnò dove si trovano i semi per vedere il futuro (noci di palma) e tutti gli orishas lo utilizzano come sentinella ed emissario. In ogni luogo ce n’è uno: nel cimitero, aprendo la rete del camposanto di Obbá (poiché non è Oyá, como pretendono all’Avana, la padrona del cimitero, ma Obbá; Elegguá è guardiano e addetto alle sepolture, Babalú Ayé, colui che porta i cadaveri); nelle porte delle case e nella strada, Laroyé; negli angoli, Eshu ; negli incroci, Alalú o Achi Kualú; nelle piazze e nei mercati, Eshu Ilé-Olóya o Kaloya; sui monti, Agguére; nelle praterie, Lággwánna, Obanigwanna o Alággwánna, l’Anima Sola, Eshu dei luoghi solitari e sorella di Eshu Bí, colui che conduce la gente nei campi o sui monti in modo che l’Anima Sola, li uccida, anche se la tragica Alaggwanna, l’infortunio e la disperazione, non sta esclusivamente sui monti o nei campi, ma vaga un po’ ovunque. Colui che sa preparare un Eshu Alágwanna è più forte di tutti i ganguleros.”

Un Elegguá uomo, abile e sanguinario, Eshu Ogguanilébbe, è amico inseparabile di Oggún. Si apposta e lavora per lui negli angoli, provoca incidenti, uccide; a volte basta che uccida un cane perché Oggún ne beva il sangue fresco quando ha fame. Procura cibo al suo padrone, uccidendo ed a causa sua che si tamponano le automobili, deragliano i treni, si scontrano le locomotive o si muore investiti.


·        Caminos di Elegguá

Laroyé, amico di Ochún, è colui che vive dietro le porte in una pentolina. Baraiñe va sempre con Changó, mentre Ayéru è messaggero di Ifá e dei babalawos, che senza Elegguá ed Osain non sono sicuri.

Añaguí, la fiducia, la sicurezza di Ifá, è il più fino della legione di Elegguás, il più importante di tutti, perché Olofi gli a ha raccomandato di aprire e chiudere la porta del cimitero. E’ colui che ordina e comanda, attribuisce i nomi e divide il lavoro degli altri Elegguás. Tutti sono messaggeri, portano gli avvisi, eseguono  gli ordini dei superiori, per lo più bambini inviati da Elegguás più vecchi. Il più anziano di tutti e davanti il quale è bene andare con estrema circospezione, è Elúfé. Il suo volto si incide in una pietra che offra una base, sufficientemente ampia da poterlo mantenere in posizione verticale e stabile nella pentola che lo deve contenere.

Elúfé, l’Elegguá più vecchio, vive appartato nel patio (sala d’ingresso della casa), poiché vicino o davanti a lui non si deve fare niente di disonesto. Non ci si può svestire, ne parlare, ne fare cose indecenti, neanche una cattiva parola. Gli si offre rapé, una polvere che gli si mette nella narice oppure polvere di tabacco.

Aláleilú, anch’egli vecchio, è Awó, uno dei grandi; Ogguiri élu, Afrá e Keneno sono arará; Añagui, Alabbgwanna e Ogguánilelé sono adulti; Akileyo, Aláyiki ed Echubí sono ragazzacci molto turbolenti; , capo dei Los Ibeyis o Jimaguas, è un poco più docile dei precedenti; Echeriké va sempre con Osain; Alalú, Kinkeyé, Laroyé, Akókelebiyú e Aganiká, litigano con tutti ed attirano la polizia; Osiká ed Akokoribiya, di terra Mina, sono molto affezionati a giocare con biglie di cristallo, a ballare come trottole e a fumare sigarette; Barakeño, il più piccolo di tutti, vive nella foresta tra i cespugli e tutto ciò che vede lo confonde; Añagui, Obanigwanna, Abalonké ed Alonná commerciano continuamente con i morti.”

Alábbgwanna, - come già detto identificato con l’Anima Sola - partorì Elegguá, il quale da piccolo gli legò le mani con una catena e se ne andò, crescendo da solo. Oggún lo battezzò ed egli battezzò ad Oggun e insieme vanno a combinarne delle loro.”

“In quanto ad Eshu, fu partorito da Oyá ed abbandonato nei campi. Solo dopo molti anni Oyá lo riconobbe come figlio, ma lui la disconobbe, rinfacciandogli di essere stato abbandonato. Oyá è una donna a cui non piace avere bambini, ne una casa.”

Añagui, madre o sorvegliante di tutti gli Elegguás, appare in un racconto che spiega l’origine del culto ad Elegguá, sposata con Okuboro (un re), da cui concepisce questo figlio che chiamerà Elegguara. Le sue origini sono reali. Un giorno, accompagnato dalla sua corte, si fermò in un incrocio di quattro strade e tentennò su quale percorso seguire. Indietreggiò tre passi, tre volte ogni volta e senza più dubitare continuò in direzione di una luce che, dividendosi in due, brilla va al suolo, tra l’erba, come due pupille brillanti che lo osservavano. Elegguá s’inclinò sulla misteriosa luce, pieno di timore e rispetto e raccolse un obí (cocco) secco. Lo portò al palazzo e raccontò a suo padre l’accaduto, ma avendo la fame di bugiardo e giocherellone, non fu creduto da Añagui e Okuboro. Il cocco fu abbandonato dietro una porta, ma dopo un paio di giorni, durante una festa alla quale erano presenti tutti i cortigiani, il cocco ricominciò a splendere con una luce talmente chiara e viva che tutti si spaventarono. In coincidenza con questo fenomeno, Elegguá morì ed il cocco continuò a splendere durante tutto il tempo che durò la lunga cerimonia funebre. Con la morte di Elegguá sopraggiunse un periodo di miseria e calamità. Tutti i maghi e saggi della corte si riunirono e dedussero che la disgrazia del regno era causata dallo stato d’abbandono del prodigioso obí. Ma quando andarono a rendere onori e sacrifici al cocco, questo già era marcito e ricoperto da vermi. Gli Awós (saggi ed anziani) si riunirono nuovamente e decisero di raccogliere un otán (pietra), la quale fu lavata con omiero per poi rendergli i sacramenti, cosi come si fa oggi, in modo che lo spirito di Elegguá venisse dai campi e prendesse possesso della stessa.

“A volte un cocco può fare le veci di Elegguá, ma nonostante ciò Elegguá si tiene in pietre resistenti e bambole di cedro, oppure anche con ñame, visto che una volta questo orisha andò al monte alla ricerca di una jutia e nell’attesa si stese a terra e si addormentò. Fu svegliato da un gemito e vide che molto vicino a lui, fuoriusciva dal suolo una forma assomigliante a quella di un piede. Domando chi fosse ma non ottenne risposta. Tornò ad ascoltare un altro lamento e si accorse che era la terra che si sforzava. Quindi Elegguá disse allo ñame che nasceva: “alzati” e lo raccolse. Lo mostrò ad Orula e questi disse: “Questo è Ichu ed in tua assenza ti sostituirà. Offrilo ad Obatalá, impastato e cucinato sulla cime di un monte.”

Lo ñame ed il cocco accompagnano Elegguá. Mai devono mancargli, ne a lui ne a nessun orisha.

Sono molti i motivi per fare dello ñame, come il cocco, un frutto benedetto.

Elegguá è diffuso dappertutto ed tutti gli Elegguás comunicano tra loro e si ingannano l’uno con l’altro. “L’Elegguá della porta, quando riceve un gallo come cibo, fa in modo che possa mangiarlo solo, senza lasciare niente all’Elegguá degli angoli. Altre volte invece, diventano solidali.”


·        Osain

Osain viene chiamato spesso indebitamente Guardiano de Ewé e per questo molti lo considerano come un altro Elegguá. Però egli non è il guardiano ma il padrone.

L’attributo di Osain è un ramo a forma di garabato (bastone ricurvo). “Le santere vanno al monte a cercare il garabato, lo battezzano, gli offrono dei sacrifici, gli danno il nome di Osain e lo conservano nel fondo delle loro case in modo che le protegga, avvisandole con un fischio quando c’è un pericolo in vista. Il garabato serve ad acchiappare e viene prestato alle ragazze per trovarsi marito.”

Sia chiaro che lo spirito di Osain, come tutte le forze soprannaturali, può racchiudersi in qualsiasi oggetto, in quanto il garabato per l’esattezza appartiene ad Elegguá, che lo utilizza per acchiappare, attrarre ed avvicinarsi tutto ciò di cui necessita. Osain, in vece, utilizza un bastone formato da due radici intrecciate naturalmente, con il quale balla durante los toques (le feste).

Questo garabato, di yamao o guayabo, siccome il suo frutto è una delle cose che più piaccono ad Elegguá, si utilizza per invocarlo ed obbligarlo a bajar (prendere possesso di un corpo umano) per fargli compiere qualche trabajo (pratiche di santeria) particolarmente delicato. Il garabato si agita per aria incitando; “Elegguá è un santo che vuole essere chiamato con autorità, gli piace che gli si parli fortemente, specialmente se si tratta di cose serie.”

Abitualmente viene invocato con tre colpi forti sul pavimento.

Tutti gli orishas ricevettero da Olorun il suo aché (grazia, virtù, dono, potere magico).

Una volta terminata l’immensa opera di fare il mondo, il Padre Eterno, prima di ritirarsi al cielo e disinteressarsi completamente delle cose terrene, divise l’universo tra i suoi figli. Ad Olokun il mare, ad Aggayú le praterie, ad Oké le montagne e le colline, ad Orishaoko la terra ed i campi seminati, ad Oggún ed Ochosi i metalli, il monte e gli animali selvatici, eccetera.

Osain ricevette il segreto delle erbe, la conoscenza delle loro virtù. Un giorno però Changó molestando Oyá, moglie di Osain e padrona dei venti, vide questa che apri la sua lunga gonna ed iniziò ad agitarla provocando un forte vento, il quale rovesciò il guiro che conteneva i segreti delle erbe di Osain, spargendole ovunque e permettendo a tutti gli altri orishas di impossessarsene. Questi diedero un nome ed una virtù ad ogni erba, e da quel giorno, pur restando Osain il padrone di tutte le erbe, ogni santo possiede le sue.Osain è, così come lo definisce Lari, “il facoltativo, amministratore e colui che ripartisce le erbe.”

Osain è una delle grandi divinità del pantheon lucumí, ci dice un osainista (conoscitore d’erbe e seguace di Osain), perché la sua pazienza è imprescindibile per tutto ciò che si fa nella nostra religione. “Osain scopre e da le erbe che servono o mancano, per sanare o ammalare.” E’ padrone insieme a Changó dei tamburi.

Come Olokun ed Orula, non prende possesso degli esseri umani, poiché nessuno potrebbe resistergli e morirebbe all’istante, mentre a Matanzas baja.

Osain vive in un guiro e in zuppiere e dal loro interno parla.

Il segreto di questo grande orisha spetta solo i babalawos e in Palo Monte il suo equivalente, il Padre ganga. Osain parla molto e viene chiamato il pettegolo della casa dello stregone, si rende conto di tutto e dice tutto, vede e sente e subito lo riferisce al suo padrone (altra caratteristica che lo fa assomigliare ad Elegguá). Avverte il brujo di coloro che stanno per venire a casa per consultarsi, ciò che preoccupa a questa persona anche se ancora non ha bussato alla porta. La loquacità di questi meravigliosi guiros fa pensare agli increduli, che molti brujos e santeros sono famosi e temuti grazie ai loro Osain, erano dei ventriloqui. Soprattutto i congos, riuscivano a cacciare la voce dal ventre senza muovere le labbra e dando l’impressione che qualcuno parlasse dal suo interno, come se un nano fosse nascosto nel loro stomaco. Alcuni santeros raccontano che a Perico (un paesino) un Osain da dentro un guiro, adornato con piume di sparviero, lasciava udire la sua voce senza interruzioni per ore. Altri assicurano che ne esiste uno oggigiorno (parliamo degli anni cinquanta) a Alacranes (un'altra cittadina) ed un altro a Mantella, vicino L’Avana. A volte Osain, come Elegguá, alloggia in un pupazzo. “Un vecchio si sedeva dietro la porta mezz’aperta della sua abitazione a fumare la pipa. Un giorno ero li con lui ed ascoltai il pupazzo che diceva: Federico, sta arrivando una donna vestita di bianco cercando un rimedio per suo marito” racconta Calazan.

“Elegguá, Oggún, Ochosi, Osain e i morti (ikús) sono molto uniti; tutti insieme sono la mano destra dell’Awó (babalawo) ed Osain, il suo segreto più grande e profondo.”

Osain veniva chiamato da molti vecchi “la brujeria”, “el secreto de Osain”, che Elegguá custodiva in tre guiros. Al principio la Jicotea, Ayé, Ayagguá Tiroco, schiavo di Elegguá, era un uomo come tutti gli altri, con la differenza che custodiva questi tre guiros pieni di misteri. Un giorno però li abbandonò ed andò ad una riunione di santi e rivelò i segreti contenuti nei guiros. Olofi maledì il traditore che vendette il segreto del suo padrone e per questo gli orishas lo cacciarono dal cielo.

Da questo racconto si capisce che la jicotea sarà fondamentale nel confezionamento di un Osain (Osain nasce dalla testa di una jicotea), così come è importante in quella di Elegguá, la quale porta dentro una pietra di Osain e le sostanze che animeranno lo spirito del botanico divino.

“Nome e cognome di Osain è Osain Aguénégui Aguaddo kini-kini.” Gli si implora cantandogli: “Oilé sái-sái babálógwó oilé sái-sái.” Mentre lo si saluta con queste parole: “Osain agueniyé eliséo eguelére nile ayaré obániyé.” “Gli si sacrificano capretto, jicotea ed esclusivamente galli grifi.” Ci racconta la vecchia santera Conga Mariate, la quale possiede un Osain completamente di ferro, proveniente dall’Africa, un’aculeo di circa quarantacinque centimetri, con un volto indefinito e molto consumato nella parte superiore e con un ornamento che parte dal centro della testa a forma di tridente, che simboleggia appunto il padrone del monte.


·        Come si prepara un Osain

Osain non era conosciuto a Grefé ed in Dajome nella stessa forma che era conosciuto nel regno di Oyó, in terra Yesá e Takua (tutte regioni dell’africa centrale, tra Congo e Nigeria). Il fundamento di Osain, genuino e tal come lo conservò mia nonna, consiste in due sfere di vetro, una un po’ più grande dell’altra. Un piccolo corno di cervo, un bicchiere di sangue di jicotea, acqua piovana del mese di maggio, acqua di mare e di fiume, acqua benedetta e pepe di guinea. Per fare l’Osain lucumí, questi ingredienti si mettono in una pentola di terracotta che si sotterra sei giorni ai piedi di una palma reale, in modo che Changó gli passi la sua forza e quindi altri sei giorni ai piedi di una ceiba, per ricevere le virtù di Iroko, Bomá, Obatalá, Naná, Aggayú e tutti gli orishas che li risiedono. Si porta quindi da un bibijaguero e ad un incrocio, la si sotterra per altri sei giorni e li  riceve lo spirito di Elegguá, la benedizione di Osaóko e dei quattro venti.

Quando si dissotterra la pentola dal buco fatto all’incrocio, si paga il tributo alla terra (Tilé), lasciandovi dentro un gallo, una jicotea, mais, vino secco ed aguardiente. Osain è ora completo ed in possesso dell’aché, ha tutti i poteri, forza, vita, il segreto della terra. Al cantero non resta altro che recitare per un’ultima volta un Credo ed un Padre Nostro, così come lo ha fatto ad ogni sotterramento.

Il fundamento di Osain non si differenzia molto rispetto a quello della Regla Palo Monte, ad eccezione delle ossa umane; il suo nome è Gurúnfinda, Andudu Yambaca Butanseke e la preparazione è simile. Un mio vecchio informatore, un mayombero prepara il suo Osain utilizzando testa, cuore e le quattro zampe della jicotea; loro, cotorra e tojosa (differenti specie di pappagalli). Si mettono a seccare i corpi dei volatili, si tostano, li si riduce a polvere, che viene versata nel guiro con il bejuco Amansa-Guapo, il bejuco magico chiamato Wakibánga ed il bejuco Sapo, la lingua e gli occhi sempre vigilanti di un gallo (gli occhi di guardiano di Akukó, che sempre guardano), sette o otto denti e canini umani (in modo che possa parlare), un cuatro-vientos, una mascella presa da una sepoltura, insieme ad un pugno di terra ed un ciuffo di peli del cadavere.(gli ochi di guardiano di Akukgilanti di un gallo-Guapo, il bejuco magico chiamato Wakibore e le quattro zampe della jicotea; a Il nome ed il cognome di questo morto si scrivono su di un foglio che viene messo nel guiro, insieme a sette reales spagnoli (moneta del periodo della colonia), che costituisce il derecho (la paga) che solitamente ricevono le anime che si sommettono ad un brujo. Si mettono nel guiro anche sette scarafaggi vivi e sette semi di erba mate avvolte nelle piume dei volatili prima polverizzati. Prima di chiudere il guiro, gli si versa dentro mezza bottiglia di aguardiente, quindi si sotterra per ventuno giorni alle radici di una ceiba, per assorbile i poteri di questa pianta sacra; o meglio si sotterra in un nido di formiche, in modo che impari ad essere lavoratore e perseverante.
Se l’Osain verrà destinato a fare del bene, un Osain cristiano, verrà sepolto di giovedì, venerdi o sabato; se invece sarà destinato a fare del male il lunedì, martedì o mercoledì. I primi tre giorni della settimana, secondo i mayomberos, appartengono a Kaddianpémbe, il diavolo ed i stregoni che operano malvagiamente, lo fanno principalmente in questi giorni.

Capita prima o poi che las prendas (oggetti animati dagli orishas) perdono le virtù che le animava, si afflosciano, lo spirito se ne va quando colui che le possiede non le attende a dovere.

Sono molti i babalawos ed i mayomberos che mi hanno parlato fieramente dei loro Osain e della loquacità che possedevano, ma personalmente non ho mai avuto la fortuna di ascoltarne uno. Un vecchio mi dice che non sa se esiste ancora un Osain che parla come quelli che preparavano i lucumís, “Osain era un grande segreto e credo che i nostri vecchi se lo portarono nella tomba.” Calazan, Gabino e Catalino Murillo (tre vecchi saggi) rettificano: “il segreto di Osain era conosciuto oltre che dai lucumís, anche in terra Dajome, in Congo e le etnie minas; i negri di tutte le nazioni conoscevano Osain.”

Alle donne è vietato possedere un Osain, in quanto ritenuto troppo forte per loro. “Quando la stregoneria del guiro fu creata da Osain”, racconta Cape “la prima persona che lo trovò fu una donna, la quale però, non seppe dominarlo. Non si allontanò quando arrivò la sua luna ed Osain la ammazzò.” Per questo nessuna donna si avvicina o passa sotto ad un Osain volador, il guiro adornato con piume di uccelli e specialmente di sparviero, che si tiene in alto attaccato ad un filo. Se una donna commette questa imprudenza, resterà sterile, ma chiunque deve fare attenzione a passarvi sotto.

Nonostante ciò, quando le donne diventano vecchie e non hanno più il ciclo mestruale, possono avere un Osain incompleto, chiamato Osain-kinibó, il più nobile Osain, Anch’esso appeso in alto, ma un po’ più in basso del precedente e senza essere adornato con piume.

Per preparare un Osain non bisogna essere necessariamente babalawo, l’osainista (yerbero), è quasi sempre un hijo de Changó, essendo stato quest’orisha il primo a possedere uno di questo guiros prodigiosi.


·        L’Omiero

L’importanza di Osain è capitale in tutti i riti lucumís, senza Osain non si può fare nessuna stregoneria, senza Osain non esiste rimedio. Colui che diede le erbe ad ogni orisha, Olúwo Ewe, permette l’uso dell’erba necessaria a seconda del rito che si compie e persino quella con cui si compone l’omiero dell’iniziazione di un nuovo hijo de santo.

L’omiero, il liquido per eccellenza, si compone con agua del cielo (la pioggia), del fiume e del mare, si aggiunge quella che si raccoglie ogni anno il giorno di San Giovanni e all’alba tra il venerdi Santo ed il sabato di Gloria ed acqua benedetta della chiesa, aguardiente, miele di ape, burro di corojo e di cacao, cascarilla (una polvere bianca), pepe di guinea, ossu, eru e obi kolá. Il tutto lo si lascia cadere in una brace di carboni ardenti, avvolto in una fresca foglia di malanga.

I poteri delle piante, l’energia delle erbe, si concentrano in questo liquido, sacrissimo, però di cattivo odore e sapore peggiore, con il quale si purifica e vigorizza, si divinizza ai neofiti (iyawós) durante i primi sette giorni d’iniziazione  e reclusione nel tempio.

Con l’omiero si lava e si santifica tutto: otan (pietre di fundamento), collares (collanine di differenti colori, ognuna rappresentante un orisha), caracoles (conchiglie utilizzate per leggere la volontà degli orishas) e reliquie varie.





·        Hacer Osain

Hacer Osain significa preparare  le erbe sacramentali: ordinarle, lavarle, strizzarle; tutte operazioni che svolge la iyalocha.

Il yerbero (affigliato di Osain), esperto conoscitore di erbe e piante, andrà a raccoglierle su ordine di un babalawo, il quale gli da la sua benedizione o aché. Alcuni ritengono che la cosa più corretta sia quella che il babalawo in persona vada a raccogliere queste erbe.

L’osainista riceve un tributo di $1,05, derecho de ewe ed il babalawo, $3,15 per benedirla (non bisogna dimenticare che parliamo degli anni cinquanta). Coloro che portano le erbe in canaste al tempio o casa de Santo, hanno ugualmente diritto ad una gratificazione.

Il babalawo consegna alla prima madrina (iyaré), padrona del Santo che sta per ricevere il neofito, la quantità di erbe indispensabili per hacer el Osain della grande cerimonia, le quali, prima di tutto si presentano ad Olorun e ricevono un’offerta di cocco. Dopo si dispongono, divise in due mucchi, sopra una stuoia, nella stessa casa dove verranno praticati tutti i riti e sacrifici dell’Asiento. Il babalawo ne prende un mazzo in entrambe le mani e lo presenta agli orishas, poi mastica un’erba e la sputa sulle erbe in modo da dargli eché (la grazia di Orula)

Su quella stuoia devono stare tutte le principali erbe di ogni orisha, ventuno in totale, come minimo, e tutte vengono mescolate e confuse. Insieme alla stuoia si allinea un numero di pentole di terracotta dipinte del colore caratteristico di ogni orisha.

Una iyalocha, la più giovane nel santo (quella che ha meno anni d’iniziazione nella religione), si inginocchia e riceve con entrambe la mani, dall’Oriaté (il babalocha che si mette al centro della stuoia e che dirige il rito), due fasci d’erba che, sempre in ginocchio, li consegna alle altre iyalochas.

Le iyalochas nel ricevere le erbe mollubban o kinkamaché, come dire, sollecitano l’autorizzazione di Oloddumare, di Dio, dei morti e degli antenati africani, padrini morti e vivi, a tagliuzzare e machinare le ewé, chiedendo la benedizione:

Mollubba Oloddumare loguó ikú embelese Oloddumare. Mollubba ibaé bayé tonú

oppure

Ibá babá ibá yeyé. Ibá Eshu Alágwánna. Ibá ilé apócó yéru. Ibá itá meta bara bidi yá kata. Kinkamaché yoru mi kinkamaché Babámi. Kinkamaché iyámi, kinkamaché ollúbbona, kinkamaché mi oribóbo alabá kinkamaché oru koma dé le ibá mi che ibá mi omó aná kíni, aná ibá, ibá mi, éba eyó, iba mi cachóchó.

Le erbe, al passare di mano in mano, raccolgono la benedizione e l’aché di tutte le santeras presenti. Le iyalochas, provviste dei loro mazzi di erbe, si siedono su delle sedie o sgabelli, continuando a spezzettarle e metterle nelle pentole; ognuna in quella che ostenta il colore del suo orisha.

La iyaré e la sua assistente o seconda madrina (Ollúbbona), quando tutte le erbe sono state distribuite, alzano la stuoia dagli estremi e facendo cadere nelle pentole, i residui di foglie, già benedette dal babalawo, rimasti sulla stuoia.

A volte, la iyaré e la Ollúbbona, vanno via dalla casa quando tutte le altre santeras iniziano, nello stesso momento, a spezzare l’erba e l’oriaté inizia il canto che accompagna questo rito, al quale tutti rispondono in coro. Sono sedici, diciassette o ventuno i canti di questa cerimonia.

Si inizia a cantare per Elegguá e si termina con Los Ibeyi, i Santi gemelli. L’oriate per non confondersi, traccia un segno con un gessetto sul pavimento, dopo ogni canto, in modo da portare il conto di quelli già fatti e quelli restanti.

Una volta spezzettata ed ammucchiata tutta l’erba, dopo aver ricevuto la benedizione di tutte le iyalochas (per ultime la iyaré e la Ollúbbona), due iyalochas versano l’acqua nelle pentole ed uno dietro l’altro, cantando i canti corrispondenti, lavano le pietre degli orishas nel seguente ordine: Elegguá, Oggún ed Ochosi, Obatalá, Changó, Oyá, Yemayá ed Olokun, Oshun. Neanche una sola erba verrà lasciata cadere al suolo, sono benedette.

Infine si uniscono le erbe con l’acqua di tutte le pentole in un deposito grande e per sette giorni consecutivi, la Ollúbbona laverà con essa la iyawó e gli darà a bere tre sorsi ogni mattina.

All’omiero si aggiunge un po’ del sangue degli animali sacrificati. Niente può essere paragonato per potenzialità vitale all’omiero e tutti coloro che assistono a questa cerimonia sono autorizzati a berlo, se lo desiderano, per il loro bene ed è raro che qualcuno non accetti, nonostante l’odore ed il sapore nauseabondo, dovuto alle erbe ed al sangue. Non ci sono dubbi su i suoi effetti benefici per l’iyawó, il quale alla fine dell’iniziazione ha una pelle liscia, fresca e morbida. L’omiero ringiovanisce.

I profani non hanno accesso all’Osain, ne devono provare a sbirciare da dietro le porte. Solo le iyalochas possono spezzare le erbe dell’Asiento; ne bastano due per versare l’acqua nelle pentole e sette per sminuzzare le erbe e metterle nelle sette pentole. Molte altre iyalochas assistono, cantano, danno il loro aché e guadagnano qualche pesos. La presenza di numerose santeras, la loro influenza e l’emanazione dei loro Eledá (orishas), è sempre altamente benefica e stimolante per l’esecuzione di qualsiasi rito: si accumula più aché.

Un Osain completo, per omiero da Asiento, si compone prevalentemente di erbe, però non possono mancare le foglie di quegli alberi che hanno un nesso con le divinità che riceve l’iyawó.

Un omiero per mezzo Asiento, cerimonia necessariamente silenziosa, perché non intervengono i tamburi e nella quale officiano solo le iyalochas, consiste in un sacrificio ai Santi, lavando con omiero la testa ed il corpo del devoto, per consacrargli ed imponergli un orisha-eleke, áñale, il collar simbolico del suo orisha, che deve essere accompagnato dall’eleke di altri tre orishas. Questo rito, che è come un compromesso di matrimonio, il primo passo nel mondo del sacro, si realizza per ridare la salute ad un malato, – i due principi della vita sono presenti nell’omiero – o per placare l’ira di un orisha che reclama a un omó il suo ingresso immediato nella vita religiosa.

Con l’omiero si battezzano le pietre nelle quali si venera agli orisha ed i caracoles di ognuno di essi.

La pietra di Elegguá si lava con tre erbe consacrate, quella di Oshún con cinque, Oggun e Yemayá con sette, Obatalá con otto, Changó ed Aggayú con sei, Oyá con nove, Orishaoko con sei, Babalú Ayé con diciassette.

Con omiero si condisce il cibo che si offre agli orishas, versandone sempre un po’ nei recipienti e nelle zuppiere, ricettacoli delle pietre dei Santi, quando questi ricevono il sangue di un sacrificio.

Con omiero si lava anche, il cadavere delle Madri e Padri di Santo (in modo che se ne vadano puri), le loro pietre, le reliquie, caracoles e tutti gli oggetti di loro proprietà. L’omiero è imprescindibile da qualsiasi rito, da tutte le purificazioni.


·        Le erbe dell’Asiento

E’ talmente difficile se non impossibile ottenere alcune delle piante necessarie per un asiento, che vengono ridotte a quelle ritenute più essenziali ad ogni santo.

Iniziando da quelle che appartengono ad Elegguá, queste sono le ewé (erbe) e le foglie degli iggi (alberi), dei sette orishas i cui sacramenti si danno all’iyawó, il futuro Padre o Madre de Santo.

1.                                    Elegguá: grama de caballo (gramigna di cavallo), lengua de vaca (lingua di vacca), espartillo, abre camino, pastillo (prato), yerba fina, guanina (erba puzzolente), ítamo real, meloncillo, kioyo (una specie di basilico dalla foglia larga che l’osainista Domingo Hernandez conosce sono con il suo nome africano), piñon criollo e yamao.

2.                                                                  Oggun ed Ochosi: caña santa, pata de gallina, yerba de la sangre, mora, pegojo, hueso de gallo, adormidera, anamú, romerillo, rompezaraguey, albahaca morada (basilico rosso), palo manajú ed ebano.

3.                                                                        Changó e Aggayú: bledo punzó, atipolá, baría, platanillo de Cuba, zarzaparrilla, paraíso, álamo, jobo.

4.                                    Oyá: erba garro, guasimilla, baría, mazorquilla, yuca, ciruela, palo caja, cabo de hacha.

5.                                                                        Yemayá e Oshún: lechuguilla, erba añil, verbena, prodigiosa, paraguitas, flor de agua, helecho, berro, lechuga, yerba buena, albahaca morada (basilico rosso), guamá, guásima, boton de oro, yerba de la niña, coate, marilope, panetela, huevo de gallo, helecho de rio, guacamaya, yerba mora, corazon de palma, cucaracha, diez del dia, orozú, palo canela.

6.                                    Obatalá: bledo de clavo, sauco, campana, carquesa, algodon (cotone), Aguinaldo blanco, higuereta, almendro (mandorlo), guanábana, jagua blanca.

7.                                                      Babalú Ayé: amargo cundiamor, zargazo, zazafrá, alacrancillo, escoba amarga, apasote, ateje, piñon botijo, caisimon, bejuco ubí, tapa-camino, carabalí, yaya e tenue. (Le erbe di questo santo non devono essere mai mescolate con quelle degli altri; le si raccoglie ed utilizza a parte)

Non si includono nell’omiero le foglie, neanche quelle molto conosciute come guaco, tocino, peonia, bejuco marrullero (di Oggún), la tripa de jutia, berraco, batalla, trabea, coralillo (di Oshún), nigua (di Obatalá), poiché queste piante possono intricare il destino. Si utilizzano solo le erbe e le foglie di alberi ed arbusti. I santi dal temperamento affine, come los Guerreros (Elegguá, Oggún, Ochosi), si scambiano le loro erbe, mentre le sorelle Oshún e Yemayá, posseggono ed usano più o meno le stesse. Ci sono poi santi che hanno bisogno di meno erbe che altri.


EL TRIBUTO AL DUEÑO DEL MONTE

Il yerbero o osainista, mandato dal babalawo a cercare le erbe necessarie per l’iniziazione, la prima cosa che fa salendo su un monte è salutare e pagare il tributo al padrone delle erbe, tutte quelle esistenti sulla terra.

Osain aggénillé lese coyúlése melliló cucurú cucurú tibi tibi aguadilléra Babami sagré kére guéye Osain ibú alónna.

Osain Agguaniyé Osain akkará mayí, Osain akkará jeri jécua jecua jeri.

Allo stesso modo, il palero ad alta voce augura giorni felici a Nfindo o Anabutu, sollecita rispettosamente il suo consenso a raccogliere la foglia o la radice di cui necessita; gli spiega i motivi della sua visita, chiaramente, i fini che si propone di raggiungere mediante la potenza delle piante, quasi tutte ambivalenti per causare un bene o un male e che con licenzia de Nsambi (con il permesso di Nsambi), gli ha indicato il suo nganga. Il padrone del monte concederà l’uso delle sue erbe se verrà pagato il tributo, ma è bene spiegare l’utilizzo che se ne andrà a fare, perché il Monte deve capire bene ciò che si compie e facilitarne l’opera.

Il tributo, che è solitamente di un real e mezzo (fine ottocento), si pone insieme all’aguardiente ed al tabacco sotto il primo albero che il ngangulero incontra salendo al monte, o vicino a quello che più gli piace: quell’albero raccoglie il tributo per tutti gli altri nkuni o mussi (alberi). Una volta compiuto questo requisito fondamentale, il Taita nganga può raccogliere tutto ciò che gli serve. Senza pagare il tributo non si sarebbe portato via neanche una fogliolina, oppure ciò che avesse raccolto non avrebbe avuto l’achéperil trib ha indicato il suo nganga.e un bene o un male e che con licencia chiaramente, i fini nna.
 tibi aguadilléra Babami sagré kére guéye Osain ibsalutare e pagare il tributo al padrone delle erbe, le divinità e gli sp necessario a compiere il rito.

Al monte si va prima che albeggi perché le piante hanno le virtù migliori a quell’ora, mentre se si vuole fare del male bisogna raccogliere a mezzogiorno, le sei del pomeriggio ed a mezzanotte. In ogni modo il lavoro andrebbe terminato prima che sorga il sole. L’erba raccolta di notte non ha poteri perché tagliata mentre dormiva.

Quando non è possibile pagare in denaro il tributo, il monte accetta l’equivalente in grano di mais. Anticamente, il mais sostituiva il denaro anche quando si doveva pagare il babalawo o il mayombero.

Il yerbero o osainista deve conoscere le particolarità e le caratteristiche di ogni erba, la loro “psicologia”, gli insetti ed i vermi che lavorano con questa. Con ogni pianta bisogna comportarsi nel modo giusto, usando le parole adatte, magari recitando delle orazioni o compiendo azioni particolari a seconda del comportamento della pianta stessa. Ogni pianta ha un’ora esatta in cui può essere raccolta ed anche le modalità sono differenti.

Insomma per raccogliere ewe bisogna essere dei grandi conoscitori del monte.


COME SI PREPARA UNA NGANGA


Dice Baró che è dall’Angola che è stata tramandata ai creoli la pratica di appropriarsi dell’anima di un morto e fare in modo che diventi nostro socio.

Il morto stringe un patto con il vivo e fa tutto ciò che il vivo gli dice di fare. Nganga vuol dire morto, spirito. Nganga è lo stesso di Nkiso o Vrillumba. Perché un uomo possa essere chiamato stregone veramente, buono o cattivo, e fare le cose che fanno tutti gli stregoni, deve andare al monte e al cimitero: deve essere padrone di una nganga, di un morto ed altra cosa fondamentale deve saperlo invocare. Nel cimitero si trovano i resti mentre al monte ci sono gli spiriti che si disincarnano dai corpi. Cimitero e monte sono equivalenti e complementari: nell’uno e nell’altro ci sono le forze che saranno gli invisibili esecutori delle sue opere, buone o cattive che siano. La nganga può essere ereditata o ricevuta dal padrino dopo l’iniziazione (rayacion) e dopo un apprendistato di vari anni, è costruita, montada o cargada dal brujo. Per associazione vengono chiamati nganga o prenda i contenitori che custodiscono le forze soprannaturali concentrate nelle ossa, tronchi, piante, terra, pietre ed animali. In quest’ammasso di diversi elementi vivrà lo spirito. In tutte le nganga c’è una pietra, matari, che oltre a ricevere sacrifici nel contesto della nganga stessa, viene alimentata con altro sangue esclusivo per essa.

Vedremo ora, in base al racconto del mayombero Barò, come avviene la preparazione di una nganga.


·        La luna

L’operazione lo que se hace en el monte, deve avvenire durante la luna nuova o quando c’è luna piena; nell’ultimo quarto di luna no, perché in quella fase tutto propende alla morte nella natura e le energie vitali diminuiscono progressivamente. Quando la luna è in questa fase tutti siamo in pericolo di morte; su consiglio di molti anziani non bisogna mai attraversare un fiume quando la luna è calante.

La luna è un essere molto potente, i congos raccontavano che la terra era la donna del sole, Tángu e la luna, Ngunda, fece un patto con la terra per salvargli i figli, visto che il sole durante il giorno li bruciava. La luna faceva piovere di notte, quando il sole dormiva e rinfrescava la terra.

I lucumí invece narrano: il sole e la luna si sposarono e ebbero molti figli. I maschi un giorno decisero di seguire il padre per vedere dove andasse. Quando il sole si voltò e vide una moltitudine di soli piccoli che lo seguivano, si arrabbiò. Si ingelosì e li castigò, i piccoli soli fuggirono e non conoscendo la strada del ritorno, caddero nel mare e morirono affogati. Alle figlie femmine, irawó, restando sempre a casa ed uscendo solo con la madre, non capitò niente. Le stelle che accompagnano la luna sono le figlie che accompagnano la luna, mentre il sole va sempre solo.

Invece la luna crescente, Osure e la luna piena, ochúkwa dida, sono buone. Bisogna salutarle con un segno della croce e chiedendo la benedizione, recitando poi un Padre Nostro, tre Ave Maria ed un Gloria Padre.

A Matanzas, dove le tradizioni sono conservate più pure che non all’Avana, si saluta la luna con questo canto:

Ochúkwa madéni, ochúkwa madé ráwó
Ochúkwa madéni, ochúkwa madé ráwó
Soloddé guiñi guiñi éco éco

Oppure,

Ochúkwa, imábere imawó
Imawó imá were

I bambini al quarantesimo o quarantunesimo giorno di vita, venivano portati per la prima volta fuori dalla casa per presentarli alla luna crescente, li si lanciava diverse volte per aria e la persona che compie questo gesto deve essere molto educata e formale, in modo da trasferire al nascituro le buone maniere ed il carattere di questa persona. Al rito partecipano anche gli anziani, accompagnati da un gruppo di bambini, parenti e vicini, cantano alla luna Barachú mambela e questi altri rispondono Ochúkwa Ochúkwa. Nello stesso modo che salutano la luna, devono salutare anche Elegguá Bara Eshu ed a Oshún.

I bambini che nascono con la luna crescente, cresceranno bene e forti, saranno alti, così come quelli nati nell’anno bisestile, i quali non verranno colpiti da nessuna epidemia. I parti durante la luna calante saranno sofferti ed il bambino tarderà ad uscire, sarà basso e rachitico.

Brutto segno anche la luna rossa, ha sete di sangue ed ammazza la gente o fa commettere crimini.

La luna è la madrina dei brujos, stregoni. E’ l’astro principale per il mayombero, essenziale per la sua nganga.


·        Come si prepara una nganga

Il brujo s’impossessa dello spirito di un morto impadronendosi del suo cadavere. L’anima resta attaccata al corpo per tutto il tempo che questi esistono e nel cranio, kiyumba, c’è l’elemento più prezioso, la sostanza spirituale del defunto, l’intelligenza. Per entrare in contatto con un morto, basta possedere una parte qualsiasi dello scheletro, che vale per la totalità del corpo e funge da appoggio per lo spirito, insieme alla pietra.

Il mayombero che deve costruire una nganga, per lui o per un seguace, andrà al cimitero accompagnato dal suo maggiordomo o assistente ed eventualmente il seguace in questione, già rayado (battezzato nella religione) (1).

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(1)       Nella Regla Palo Monte si usa il termine rayado, perché nell’atto dell’iniziazione, gli vengono disegnate con un coltello, delle croci non molto profonde sul petto, una a destra e l’altra a sinistra ed altre due sulle spalle.
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Una volta nel cimitero, il padre, versando aguardiente a forma di croce su una sepoltura, preleverà (sempre se ci riesce, visto che è proibito dalla legge) la testa di un cadavere, con tutto il cervello, dita della mano e dei piedi, costola e tibia. Avvolti questi resti in un panno nero tornerà a casa. Una volta nell’abitazione il padre nganga si stende a terra insieme ai resti, il maggiordomo lo copre con un lenzuolo ed accende quattro candele, ed inizia ad invocare lo spirito che prende possessione del padre e parla. Si cerca di domandare al fúmbi (spirito) se vuole restare con lui e questi risponde per mezzo della polvere, come d’abitudine. Sulle spalle del padre nganga il maggiordomo pone una tavoletta e su di questa dispone sette mucchietti di polvere. Se questi mucchietti scoppiano vuol dire che il morto accetta decisamente ed è d’accordo con tutto quello che gli propone il brujo. Questi patti vanno fatti con un solo morto e bisogna evitare di prelevare anche solo la terra di altre sepolture, in quanto potrebbe creare confusione tra gli spiriti.

Il brujo scrive su di un pezzo di carta nome e cognome del morto e con alcune monete lo pone nel fondo della pentola; introduce quindi le ossa e la terra della fossa e con un coltello si provoca una ferita sul braccio, lasciando cadere il sangue nella pentola, in modo che lo spirito beva. Dare sangue umano allo spirito è al quanto pericoloso, poiché potrebbe affezionarsi e non gradire più quello animale. Più prudente è quindi ammazzare un gallo e dargli a bere il suo sangue.

Importante è anche la preparazione della pentola che ospiterà la nganga. Nel suo fondo si traccia una croce e gli si collocano sopra alcune monete, si mette poi polvere di gesso, cera liquida da una candela accesa, un po’ di cenere e un pezzetto di sigaro. Ad un lato si mette un pezzo di canna piena di acqua del mare, sabbia e mercurio, chiusa con cera, in modo che il contenuto resti liquido e vivo come il mare, in modo lo spirito possa cavalcarne le onde ed andare lontano. Sulla croce si mette la statuina di un cagnolino e vicino una pietra scintillante, al quale verrà offerto del sangue prima di essere messa nella pentola. Si attacca alla testa del cane la mascella inferiore del morto ed intorno le dita della mano e dei piedi e le costole, il sesso, già preparato con terra dura, a lato del cane. Tutt’intorno si mettono tronchetti di alberi quali ceiba, cuaba, ayúa, tengue, cocuyo, garayúa, laurel, zaza, jocuma, amansa-guapo, guamá, guachinango, macagua, pino, dagame, moruro, jaguey, palma, doncella, yaya, yagrumo, alcuni cespugli ed erbe. Dopo aver formato questo fundamento, si versa peperone, pepe, aglio, zenzero, cipolla bianca, cannella. L’opera si completa con le teste di alcuni volatili (querequeté, picchio, aura, pipistrello, zun-zun, arriero) ed alcune differenti specie di vermi (jubo, manca-perro, camaleonte, millepiedi). Infine per rendere la nganga cristiana, si versa un po’ di acqua benedetta della chiesa. La nganga è pronta, la si porta al cimitero e la si sotterra. Passati tre venerdì la si dissotterra e la si porta al monte, dove la si sotterra per altri tre venerdì ai piedi di una ceiba o di un jaguey. Al dissotterrarla si indietreggia senza dare le spalle all’albero e da li a casa, dove subito verrà alimentata con sangue di gallo, zenzero, cannella, noccioline, aglio, aguardiente con pepe, noce moscata, vino secco ed acqua di Florida.


·        La boumba

Un vecchio congo mi racconta che prima dell’attuale nganga, si costruiva la boumba, una nganga primitiva, che consisteva nel preparare lo spirito di un morto all’interno di un panno o più precisamente un sacco di juta. Questo sacco si marcava con gesso bianco, disegnando una piccola croce per ogni lato ed una grande al centro, racchiusa in un cerchio. Questo cerchio si chiama mesa de nganga (tavolo della nganga) e vi si pongono intorno ad esso insieme alla terra della sepoltura e dei quattro angoli del cimitero. Si forma una base su cui si appoggia il cranio e le ossa del morto, scelto accuratamente dal brujo tra i morti che in vita avessero compiuto molte malvagità (2) e dopo averle tenute tre giorni esposte al sole.

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(2)       Lo spirito di un uomo che è stato cattivo nella vita, si comporterà peggio dopo la morte; per questo il cranio dei pazzi ed in particolare quello dei cinesi (ritenuti molto vendicativi) erano considerati elementi decisivi per preparare una nganga insuperabile. Eccellenti erano considerati i resti di uomini bianchi, ritenuti più intelligenti. Coloro che in vita fossero invece stati molto colti non erano ritenuti buoni per le ngangas.
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Intorno alle ossa lo stregone dispone gli altri ingredienti della boumba, zampe, cuore e testa di cane, gatto, jutia e capretto nero; volatili: civetta, pipistrello, aura, tojosa, picchio, querequeté, pitirre, tocoloro, arrisero, cernicelo; vermi: majá, jubo, lagarto, rospo, rana, ragno peloso, scorpione, macao, millepiedi, caballito del diablo, vespa, cantarida, formica, bibijagua, tarlo, lombrico. Infine si interrava il tutto sotto una pianta molto rigogliosa e si pronunciava: “Quando vengo a riprenderti, non deve restare una sola foglia verde su questa pianta.” Per provare l’efficacia della boumba, si prende un cane e lo si porta dove è interrato il sacco; si dice “che muoia di rabbia” ed effettivamente questo muore rabbioso. Una volta provata l’efficacia della sua prenda, la si dissotterra e la si porta a casa, ricompensandola con sangue di gallo.

La boumba, la nganga dei conogs dell’Africa è pronta. Era un sacco molto voluminoso che si conservava in una specie di ripostiglio (barbacoa o chamalongo) della casa, posto in alto quasi all’altezza del soffitto e dove si conservavano di solito grano e spighe di mais, frutta e provviste ed anche i feticci. Era un luogo nascosto da sguardi indiscreti visto che tutti i riti e gli oggetti congos erano segreti.

A differenza delle cerimonie e dei feticci lucumí, pratiche fatte alla luce del sole e davanti a tutti, le cerimonie ed i riti palo monte erano svolte sempre in gran segreto ed i loro amuleti tenuti ben nascosti. La nganga era considerata una cosa diabolica e per entrare nelle case dove si svolgevano questi riti bisognava conoscere le parole d’ordine.

Prendere la boumba dal chamalongo era una cerimonia che veniva accompagnata da canti e preghiere. Mentre il sacco era staccato e sceso al suolo, il Padre, il maggiordomo e la madrina pulivano per bene il pavimento e cantavano:

bare bare, bare basuras,
bare bare, bare basura,
simbico!

Una volta pulito per bene il pavimento, il Padre tracciava la “firma” con un gessetto, un cerchio con una croce all’interno, nel luogo che avrebbe ospitato il macuto (boumba) recitando:

patti patti patti
mpémba simbico
patti patti patti
mpémba simbico

tutti insieme s’intonava il mambo, il canto per mettere a terra la boumba:

como Padre te mandò                                Abajo minganga…
bájalo, bajo mi Mamá                    bajalo como Padre te manda…
bajalo, bajo mi Mamá                    trailo, trailo minganga
                                                           trai nganga como paso lingueña

Una volta a terra, dopo quella scesa lenta e piena di mille attenzioni, il capo del tempio esclamava:

Mambé, Mambé Dio!
Cosa buena tá lo mundo!

E si salutava e baciava a Mamá, la nganga o boumba, così veniva chiamata. Gli anziani aprivano il sacco e recitavano:

Zafa inzafa, inzafa Mamá Lola                 Maria Grubana tá la loma
Zafa canastico. Yo zafa Gurubana.                     Tiembla tierra nunca cae…
Ndúndu Carire da licenzia…                               Zafa inzafa, Mamá Lola…

E così via. I pezzi di legno intorno all’oscuro ammasso di così tante diverse materie sacre e magiche, indefinibile alla vista, che con il movimento si sono mossi, vengono riaggiustati.

Paralo, paralo mi Mamá
Como Padre te manda,
paralo, paralo simbico
pa que yo jura, mi Mamá.
Simbico, paralo.

Una volta terminata l’opera di riparazione, iniziando dal Padre e dal maggiordomo, tutti gli sputano sopra aguardiente e soffiano fumo di sigaro:

Sála minganga sálalaló
Nsunga da vuelta l’ingenio
Arriba munda tó moana
Súnga, vamo nsunga…

Alla fine del juego (cerimonia), il Padre cantava:

Chikiringoma recogé
chikiringoma recogé
vamos recogé

S’impacchettava di nuovo il tutto e la si rimetteva nella barbacoa.

Comunque tutti i miei informatori che hanno conosciuto i vecchi della nazione (africani) sono d’accordo che boumba, sácu-sácu, envoltorio, saco, jolongo e la nganga en guiro grande erano cose degli antichi africani, precedenti quindi, alla kimbisa e la vrillumba, opera dei creoli, cioè la nganga dentro la pentola. I Creoli semplificarono eliminando tutta la procedura della discesa del sacco, complicata e di molte responsabilità.

La nganga deve essere addestrata a lavorare e per fare ciò la si sotterra in un formicaio di bibijagueros, dove apprenderà ad essere intelligente ed infaticabile come queste malefiche formiche. Apprende a lavorare la notte, a demolire quello degli altri e ricostruire il proprio e per questo quest’animale non può mancare, insieme alla sua terra, in una nganga. Lo stesso vale per i vermi che si trovano nei cimiteri, che mangiano la carne e lasciano le ossa.

·        Virtù della nganga

Le virtù della nganga sono basate sui poteri delle piante del monte, dei morti e degli animali. Come dire spirito umano, animale e naturale. Lo spirito di un morto comanda lo spirito della natura e degli animali. L’insieme di tutte queste forza, che operano sotto la direzione dello stregone, faranno ciò che questi gli dice di fare, bene e male indistintamente.

Gli animali messi nella nganga sono scelti in base alle loro caratteristiche ed indole: per esempio lo spirito dello scorpione renderà la nganga pungente e velenosa, quello dell’aura darà la vista prodigiosa e la resistenza, del cane l’olfatto e la capacità di seguire una traccia. Il ngangulero comanda al morto, il quale a sua volta ordina a piante ed animali, suoi subalterni.

Gli anziani raccontano che tempo addietro era più facile preparare e tenere una nganga,a traccia.  i cimiteri erano meno sorvegliati, non c’erano guardiani ne lampade; era più facile scegliere il morto giusto. Oggi (siamo sempre negli anni cinquanta) bisogna avere un amico all’interno del cimitero, un guardiano, uno scavatore, a sua volta mayombero, che gli metta da parte ciò di cui necessita, naturalmente dietro compenso. Infatti quasi tutti i mayomberos lavorano in un cimitero o una agenzia funebre.

Una nganga va distrutta quando muore il suo proprietario o non può più prendersene cura; viene despedita (salutata), gli si paga l’ultimo tributo e la si sotterra all’ombra di un jaguey, di una ceiba o un laurel. Chi invece, vuole disfarsi della nganga anche solo per un periodo,  conserva il suo fundamento sotto una palma, una yaya o una ceiba. La nganga sotterrata conserva il suo spirito all’interno intatto, anche se gli elementi che la compongono s’imputridiscono, attaccato alla pietra (matari). Lo spirito in questo periodo dorme, fino a che un brujo non lo risveglia per rimetterlo al suo servizio, con elementi naturali, vegetali ed animali nuovi.

Per dimettere una nganga definitivamente la si sotterra in un bibijaguero, gli si sacrifica un gallo e gli si da aguardiente e sigaro; ciò avviene di solito, con la morte del padrone e la volontà dello spirito di tornare libero, anche se più frequentemente passa al servizio di un affiliato del defunto proprietario.


·        Come si prepara una Zarabanda

Alcuni vecchi paleros, soprattutto matanceros, non ammettono in teoria (anche se poi in pratica la loro magia utilizza tutti i poteri che possono) che la Zarabanda sia una prenda genuina di Palo Monte, considerandola un miscuglio creato dai creoli dell’Avana. La zarabanda è una prenda dell’Avana, molto efficace, attraverso la quale opera una divinità del monte simile ad Oggún, in quanto anch’essa padrone dei metalli.

Il congo Zarabanda o Oggún o ancora San Pedro, rappresenta il classico caso di santo incrociata con Palo Monte: morto e santo, spirito d’uomo e di santo, sincretismo congo-lucumí, uno dei tanti avvenuti tra differenti culti a Cuba (ricordiamo che i lucumís hanno preso San Lazzaro da Agonica, una divinità degli Ararás).

In pratica nella zarabanda viene utilizzata una pietra (otan) di un’orisha lucumí, ma ciò ripetiamo è contestato fortemente dagli anziani, i quali affermano che la nganga vera lega il morto con Palo e non santo.

Altri affermano invece, che la zarabanda è una prenda molto antica e rispettabile, Oggún in un camino congo.

Lasciando da parte le dispute vediamo come si prepara una zarabanda.

Prima di tutto bisogna procurare resti umani e solo dopo si può iniziare. Si va con un pentolone ai piedi di una ceiba, possibilmente con jaguey, e s’inizia un canto a Dio e Mayimbe (lo spirito dell’aura tiñosa, uccello messaggero della morte); nel mentre si prepara un ovulo con polvere di jucaro ed altri ingredienti. Uno dei partecipanti s’incarica di portare quest’ovulo al monte e sicuramente entrandovi, incontreremo un Oggún-Matari, la pietra di zarabanda nera con macchie grigie, al cui interno vi è lo spirito, richiamato dall’ovulo. Si ricopre la pietra con filo nero e la si mette in un piatto bianco a bere, con aguardiente e vino secco e poi in una brace ardente, per renderci conto se in essa vi è lo spirito; si recita:

Ya cortamos luwanda
 tu cuenda mensu
 mambo que yo bóbba Kindin Nsasi,
mal rayo parta lo ngangulero!
Candela qu’indica yo bóbba congo cunambansa.
Si de verdad, verdad,
usted es villumba que manda Sambiámpúnga Nsasire,
Candela que yo quema,
a usté no lo puede quemar;
este mismo nganga que ngando-guerra,
ya van fuiri,
pero mbóbba luweña va Nsási;
Nguiwirico Mayimbo no léca hasta que uria Nkumbe y uria Nsúsu.

Si sacrificano alla pietra una jutia, un gallo ed un capretto. Matari, la pietra continua a stare nella brace mentre si prepara la pentola. La si unge con burro di corojo  e poi si traccia sul fondo la firma o l’emblema di zarabanda: una croce formata da due frecce che dividono lo spazio in quattro e nel mezzo di ogni riquadro una croce più piccola, il tutto racchiuso in un cerchio. Il cerchio rappresenta la terra e la croce i venti. Su questo disegno si versa aguardiente e sulla linea centrale orizzontale colloca sette, quattordici o ventuno mucchietti di polvere esplosiva. All’interno si mettono: jiquí, quiebra-hacha, palo-hueso, malambo, yaya; intorno una catena di ferro, una biglia, un ferro di cavallo, un coltello, una calamita, mercurio; infine sopra, si mette la pietra, tolta dalla brace senza aver fatto bruciare i fili, a coronazione dell’opera. Se il filo non si è bruciato vuol dire che la pietra contiene veramente lo spirito.

Altri contrariamente mettono la pietra prima di ogni cosa sul fondo della pentola, sulla croce disegnata, mentre la pentola viene adornata con piume di aura, pipistrello, gallo, pappagallo, picchio e, arriero o tocoloro, a discrezione del mayombero.

Il tutto si copre con un panno nero e bianco e si sotterra ai piedi della ceiba per ventuno giorni, trascorsi i quali, si paga tributo al monte e si chiede permesso per dissotterrarla:

Tu kuenda la finda,
tu kuenda kunanbansa,
ndoki que yo bóbba,
tu mimo son mi pare,
tu mimo son mi mare,
tu mimo talankán moco kunansen kiyumba.

Si prende la pentola e la si presenta a colui che dovrà esserne il padrone, il quale nell’attimo della consegna rischia di morire per mano della stessa zarabanda.


·        Come si prepara un Infierno Ndoki

Parliamo ora di un’altra delle principali prendas, che si prepara con un gatto (mbúa) nero, fatto appositamente inferocire prima di ammazzarlo, la Infierno Ndoki. La caratteristica principale di questa prenda è che è preparata con un solo animale e come essa ne esistono altre fatte con uno solo: con aura (mayimbe), pipistrello (nguémbo), cane, ecc. Un’altra caratteristica è il nome Ndoki, comune a tutte le prendas che si costruiscono con l’aiuto del maligno.

Come già detto sopra, si ammazza un gatto nero dopo averlo fatto arrabbiare, si lessa e si sotterra; dopo ventiquattro ore si dissotterra e delle ossa se ne prende una per fabbricare la Infierno Ndoki, scelta non dal ngangulero ma indicata dallo specchio magico come quello che ha più virtù. Si accende una candela e si mette l’osso davanti lo specchio, se questo non si appanna l’osso non serve e si butta; se invece si appanna completamente può essere utilizzato. Si va poi al cimitero a procurarsi sette falangi di dita mignolo e la terra di sette sepolture (o la terra di sette cimiteri), che si mettono insieme all’osso del gatto nella pentola, insieme a dell’aglio, si soffia fumo di sigaro abbondantemente, si spruzza aguardiente e la si avvolge in un panno nero, che va legato con sette nodi. Si porta la pentola alla ceiba e la si appoggia sulle radici, in modo che riceva il magico influsso dell’albero e si saturi della sua ombra vigorosa fino al giorno seguente; poi la porta in un campo dove vi sia un giovane toro e bello e gliela si mostra, in modo che anche solo per un istante la contempli; infine la si lascia un po’ a terra in modo che le auras tiñosas gli volteggino intorno.


·        La santissima Piedra Iman

Non è matari (pietra) africana. Venne al mondo quando è nato Gesù, in modo che tutti, bianchi e negri, la potessimo adorare ed utilizzare per attrarre la fortuna.

E’ scritto: “Nostro Signore Gesù Cristo scese dal cielo sulla terra nel Monte Sinai insieme alla Pietra Iman.”

La Piedra si vende nei mercati e in alcuni negozi specializzati in oggetti religiosi e da abbondanti guadagni a chi la possiede.

Può essere battezzata da chiunque, seguendo le istruzioni sul foglio allegato e che recita anche l’orazione alla Piedra Iman: in ginocchio accendere due candele a Gesù, mettere un po’ di sale bagnato con acqua sulla pietra nello stesso tempo che la si bagna con acqua e sale e pronunciare: “Iman, io ti battezzo. In nome del Padre e del Figlio, io ti battezzo, Iman sei, Iman sarai e per la mia fortuna ti chiamerò.”

Alcune santeras, senza fare riferimento a testo alcuno, la considerano proprietà di Oyá.

Si può presumere che questa pietra, santa per nascita e benedetta dallo stesso Gesù, ha più affinità con la Regla de Ocha che non con Palo Monte, anche se i più ritengono che possa lavorare indistintamente con affiliati ad entrambe le reglas. I paleros confermano questa interpretazione ed aggiungono però, che nessuno può prepararla meglio di un nganguleros, i quali gli danno il nome di Sóngué.

Comunque sia, la Piedra Iman non manca mai tra le prendas di entrambe le reglas.

Essa è nera e dura e si può trovare nelle praterie soprattutto nei giorni di sole forte. Si alimenta di limatura di ferro e di acero. Esistono Pietre Iman maschio e femmina, quest’ultima si riconosce perché rotonda e consuma meno limatura. La pietra femmina si da agli uomini e viceversa alle donne. Le sue virtù sono talmente grandi che con il suo favore si può ottenere qualsiasi cosa, a condizione che sia sempre ben curata. Se dalla pietra nasce un frammento, cioè si stacca, viene considerato da essa come un figlio e deve essere curato allo stesso modo che la pietra madre, altrimenti succederà qualcosa di brutto ai figli del possessore.

I paleros la preparano avvolgendola in un panno bianco e la sotterrano sette o ventuno giorni in un cimitero, dopodiché la riportano a casa, gli offrono un gallo completamente bianco e la lavano con questo sangue per dissetarla. Le ossa del gallo si avvolgono con lo stesso panno con cui era stata sotterrata la pietra e vengono a loro volta sotterrate nello stesso punto. Si lava quindi, la pietra con acqua benedetta ed erba mora, gli si da vino dolce o secco con cannella, si mette in un pentolino di terracotta o in una tazza e la si ricopre di limatura. Si versano dei pezzettino d’oro, d’argento e di rame, i chiodi della ferratura di un cavallo, un ago o uno spillo, calamite, un ferratura di calamite e mercurio, un ramo di cuaba, uno di verraco e due sabedor, un rametto di cannella, chiodo da mangiare e pepe.

Quando deve essere usata per fare del male i mayomberos la sotterrano in un camposanto o in un bibijaguero.

Il babalawo invece, per preparare una Piedra Iman chiederà al committente corallo, argento, uno scudo ed una bambolina d’oro. Si prepara un omiero: si riempie un fiasco d’acqua con le erbe di tutti gli orishas, aggiungendo acqua di fiori d’arancio, acqua benedetta della chiesa, acqua di las dos vidas, aguardiente, un chiaro d’uovo, cascarilla, babosa ed efá (due polveri), pesce ed jutia affumicata. Una piccola chiave d’oro, una d’argento ed una di rame. Dopo aver cantato e pregato per Osain e tutti gli altri santi, si lava in questa acqua la Piedra Iman insieme agli oggetti menzionati e la si colloca in una pentolina. Si recita l’orazione dedicata alla pietra, gli si passa incenso e la si consegna al padrone, il quale si impegna a recitargli l’orazione tutti i giovedì santi.

E’ importante dire che ognuno la prepara a suo modo, visto che è data facoltà di farlo anche a chi non è religioso.

La Piedra Iman deve essere lavata una volta l’anno ed il giorno ideale per farlo è San Giovanni; si lava la mattina ed utilizzando erba mora raccolta prima dell’alba. Ogni settimana beve ed accetta di buon grado latte o tuorlo d’uovo con vino secco, mentre quella del mayombero non rifiuta aguardiente con pepe ed aji guaguao.

Può essere sommersa in sangue di colomba bianca ( mai nel sangue di capretto, che è cosa del diavolo) e si lava con acqua benedetta ed erba del Santissimo.

Conviene possedere una coppia: una pietra maschio ed una femmina, in modo da poter utilizzare l’una o l’altra a seconda della necessità:

1.      Per una conquista amorosa, per difesa e per conquistare si mettono vicino la pietra aghi o spilli d’ogni tipo, infallibili se ben preparati dal santero.

2.      Se una donna vuole attrarre l’uomo che gli piace deve offrire alla pietra chiodi, vino secco e pepe.

3.      Per avere fortuna basta offrire vino e cannella.

4.      Per far litigare una coppia di sposi o fidanzati bisogna separare le due pietre.

5.      Per avere una donna bisogna rubare uno spillo dalla sua casa e lo metto vicino le mie pietre nella pentolina con gli altri aghi. Dopo s’inchioda lo spillo alla porta della propria casa e lascio un ago della pietra a casa della desiderata. Sarà lei a venire ad innamorarti.

6.      Per dannare si getta un po’ di vino secco della pietra sulla porta di casa della persona odiata, che si ammalerà.

L’esperienza dimostra che essendo al pietra imparentata con la Spirito Santo, se al proprietario gli manca il denaro, deve offrirgli due colombe bianche, le quali devono essere lasciate libere nella casa, se si moltiplicheranno gli affari andranno a gonfie vele.

La Piedra Iman deve essere sempre pulita e coperta con un panno dal bianco impeccabile, possibilmente di seta fina. Ogni quindici giorni gli si dà il cibo. La pietra ha anima, vita e pensiero, ascolta, capisce, sente e patisce, mangia e beve. Muore se cadono i fili di limatura, segno che il proprietario sta perdendo la sua grazia. Per rinvigorirla bisogna sotterrarla sette o ventuno giorni sotto un platano; può essere fortificata anche dandogli zenzero e tre spicchi d’aglio.

Conviene avere la pietra a tutte le donne ed in particolare coloro che in un modo o nell’altro trafficano con il loro corpo, chiamate volgarmente fleteras o dai congos picanana.

Tutti i venerdì gli si recita un’orazione e dopo gli si offre una goccia d’alcol puro e limatura d’acero e di ferro. Dopo si recita un Credo e fare l’elemosina a qualche povero.


·        La Piedra India

Questa pietra appartiene al genere delle pietre portentose, “che escono dal ventre della terra o che scendono dal cielo con Santa Virtù. Vengono a noi già preparate e l’unico che bisogna fare è battezzarle, dandogli il nome che più piace.” Dice un vecchio Matancero.

Di colore azzurro, la Piedra India è più forte e pericolosa della Iman. Fa tutto quello che gli si chiede: per giocare a tutti i giochi e vincere, per correre a cavallo, per rubare ed uccidere. Bisogna sapere utilizzarla. Non si sotterra ma va tenuta ben unta con un unguento e gli si da a bere acqua fresca. Gli piace molto il sigaro, vino secco ed aguardiente.

Con essa si può lanciare un fulmine a chiunque e per questo quando troneggia, solo il suo padrone deve restargli vicino, bisogna versare acqua per strada quando inizia a coprirsi il cielo ed a lampeggiare. Quando troneggia la si mette a scuotere in una pentola.

Sono difficili da trovare perché vengono dall’India.

I mayomberos gli danno sangue di gallo ed a volte la mettono nella pentola della nganga.


LA CEIBA

La ceiba, come la palma reale, è l’albero più caratteristico dell’isola e l’albero sacro per eccellenza, per ogni culto, congo, lucumí e persino dei bianchi, in quanto tutti i nostri morti, santi africani e cattolici, vivono in essa; è universalmente riconosciuta come tale da tutti i cubani tanto che ci si chiede se sia oggetto di un culto indipendente.

Era importante addirittura per i cinesi importati durante la colonia ed oggi per i loro discendenti, che la ritengono il trono di Sanfán Kón, il Santa Barbara cinese.

Se si chiede ad un contadino bianco, un guajiro, su questo misticismo che risveglia la ceiba in tutto il paese, dirà che è una pianta benedetta, che i suoi genitori gli hanno insegnato ad adorarla, perché è ciò di quanto più sacro e grande esista sulla terra. A chiunque si farebbe questa domanda ripeterebbe lo stesso.

Prova della santità di quest’albero è che anche gli elementi della natura la rispettano: l’uragano più violento non l’abbatte ed il fulmine non la colpisce.

La ceiba non si abbatte, non si accorciano i rami e non si brucia, senza preventivamente aver consultato gli orishas ed aver fatto ebbó. E’ un albero secolare e di grande dimensione e bellezza, solenne e maestosa si erge nelle nostre campagne ed agli occhi di tutti o quasi, simboleggia la materializzazione di una qualche divinità.

A volte però le spiegazioni dei vecchi sono confuse. La ceiba è asiento di Iroko e della Purissima Concezione, che su di essa vivono, mentre altri affermano invece che Iroko è la ceiba stessa.

I negri di ascendenza conga la chiamano: nkunia casa Sambi (albero casa di Dio), nkunia Lembán, nkunia mabúngu, Ñangue, Gúndu, Naribé, Sánda, Fiame, Nfúmba.
I discendenti yoruba invece: Arabbá, Iroko, Elúwere, Asabá, Iggi-Olorun (albero di Dio).

Alcuni affermano che a Cuba non c’era Iroko (inteso come albero), che è una specie di caoba africana e che i lucumí chiamavano Arabbá alla goma francesa. Tuttavia la ceiba gli ricordò a Iroko e la chiamarono e consacrarono con il nome che in Africa si dava ad un albero immenso, molto simile ed ugualmente venerato in tutta la costa della Guinea. Anche se la ceiba non è Iroko legittimo, viene considerata come esso. Lo stesso successe con tanti altri alberi.

Iroko appartiene al santo Oddúa, che vive sulla cima. Iroko è il tronco di Olofi, la pianta più santa e misteriosa. Ma Iroko è un santo lucumí, padrone della ceiba e quindi viene spesso chiamata con questo nome. Iroko è un vecchio uomo con una donna, Abomán, che vive anch’essa sull’albero ed una sorella che si chiama Ondó.

Iroko si balla con un bel bastone rivestito di collares ed una scopa adornata con perle rosse e bianche. Questo santo appartiene al ramo dei santi lucumí-arará, come anche Naná Burukú e San Lazaro. Gli si sacrifica un torello che di solito si trova dalle parti della pianta, con candele accese prima di scannarlo. Ogni tanto gli si sacrificano galli, galline, tacchini e guanajos bianchi. Tutti i mesi gli si offre un pollo bianco. Tutti gli orishas stanno spesso sulla ceiba ed a tutti li si adora vicino ad una ceiba.

Essendo santa e benedetta questa pianta non viene mai utilizzata per le malvagità, piangerebbe se gli si proponesse di fare del male, ma come sappiamo pagando tributo si ottiene tutto quello che si cerca, anche il male.

Per guadagnare l’aiuto della ceiba si lessano sedici uova, ai piedi della pianta si fa una croce con burro di cacao e sopra ci si mettono le uova ed un vecchio centesimo per ogni uovo. Alla fine si recita: Desidero che in tot. Giorni mi concedi ciò che ti ho chiesto (è prudente fissare un termine). Per fare in modo che un nostro nemico smetta di farci del male si aprono quattro o otto uova e le si unge con burro di cacao, olio di mandorla e balsamo, si chiudono con il cotone e al tramonto si mettono tra le radici della ceiba, invocando il nome di colui che bisogna tranquillizzare.

Oltre agli orisha ed i morti che cercano riparo nella ceiba, vi troviamo un vodú potentissimo che si chiama Bóku, che vive anche sulla palma reale. In essa vanno ad abitare i morti dei grandi uomini, i più illustri

Non bisogna dare mai le spalle alla ceiba, ne calpestare la sua ombra senza avergli chiesto il permesso; bisogna essere molto educati e rispettosi con essa.

Nei campi generalmente, si da il cibo ai propri morti offrendolo alla ceiba, poiché tutti i morti li risiedono. Si fa un segno a terra e sopra si pone un piatto bianco nuovo con il cibo che più piaceva al defunto quando era in vita, senza sale perché i morti non possono mangiare sale; poi acqua, caffè ed un sigaro. Si accendono quindi quattro candele, si invoca il morto e questo appare.


·        L’aura tiñosa

Iroko o nkunia Sambi protegge tutti allo stesso modo, ricchi e poveri, senza distinzioni. Fu l’unica pianta che le acque del diluvio universale non distrussero, gli uomini e gli animali che vi si rifugiarono si salvarono e così fu salvaguardata la specie umana. Ruolo di salvatrice del mondo lo svolge anche l’aura tiñosa in occasione di una siccità universale, per questo viene venerata non meno della ceiba.

I lucumís la chiamano icolé, colé-colé, egú lugú o caná-caná, mentre per i congos è nsuso mayimbe. Quando cielo e terra litigano e per questo non piove, l’aura porterà le suppliche di uomini ed animali ad Oloddumare, ottenendo il perdono. Da allora questo uccello nauseabondo, ma che tutti i negri considerano sacro e semidivino, meritò la benedizione di Olofi (per questo non ha piume sulla testa) e l’assicurazione del sostento per l’eternità, fu nominato messaggero degli uomini.

Caná-caná ha sempre da mangiare, anche quando tutto il mondo muore di fame. Questo corvo si alimenta di carogne e spazzatura, però tutti gli danno da mangiare: il giorno di un tambor gli si gettano sul tetto della casa le interiora degli animali che si offrono alle divinità.

Alle grandi ceibas non più verdi, marcite internamente dal tempo, che elevano al cielo i loro rami giganteschi e storti, nsuso mayimbe va a lamentarsi dopo la pioggia. I congos dicono: “Cuando lángo-lángo mámba Sambiánpungo, mayimbe guari-guari.”; quando Dio fa piovere, mayimbe borbotta e si sente male. Mayimbe non ha una casa propria, vive un po’ ovunque e per questo quando piove si bagna e deve trovare un riparo; cessa la pioggia, torna il sole ed apre le ali bagnate (si pone a croce dice il popolo) per farsi asciugare dal sole, per questo tutti ridono di lei.

Oltre all’aura, le civette (susundamba) anche , per la loro parentela con la morte, si relazionano con le ceibas e come i morti vanno da lei.


·        Leggende sulla ceiba
Fuggitiva, la Vergine Maria con il bambino Gesú, si nascose nel buco di una ceiba, apertosi appositamente per ospitarla e poi subito ricoperto di spine, in modo che gli inseguitori non si accorgessero di niente. Da allora si dice che le ceibas si aprono una volta l’anno ed appare la Vergine Maria. Molti hanno avuto la fortuna di vederla. Grazie a ciò il suo legno è sacrosanto, ma anche perché è pulito, non produce spazzatura; la terra intorno la ceiba è sempre pulita, senza neanche una foglia secca, mentre i suoi fiori volano lontano, per non sporcare.

Cosi come altri alberi sacri – la palma reale – la ceiba conversa con il brujo, il quale batte impetuosamente la testa contro il suo tronco senza, miracolosamente, farsi male. E’ risaputo che di notte le ceibas conversano tra loro e si spostano da un luogo all’altro; dopo la mezzanotte le ceibas si svegliano ed escono a farsi visita, fanno i loro incontri e passatempi. In onore a questa leggenda i paleros, durante i loro “giochi”, a mezzanotte intonano questo mambo:

Sanda Naribé                                  Ndinga mundo
Sanda Nkunia Naribé                    Pangalán boco.
Sanda fumandanga            Medio tango
Dinga nguei                         Bobbela Ngúngu
                       Medio tango…

Riparo dell’Onnipotente, di Babbaddé, di tutti gli Obatalá (uomini e donne), colui che si raccomanda alla ceiba e gli offre qualcosa in cambio di un favore, deve essere molto esatto nel compiere la promessa. Nella leggenda Madre Iroko-Oko castiga implacabilmente il moroso che dimentica la grazia concessa e dilata pericolosamente il pagamento del debito. Esiste una storia al riguardo che accompagna un canto molto conosciuto e simpatico, in cui il narratore imita con braccia e gambe, i movimenti dei i rami e delle radici della ceiba, quasi a simboleggiare la danza che compie questo grandioso albero:

Erubbá, la venditrice di frutta andava al mercato ed ogni giorno passava davanti a Iroko con il cesto sulla testa. Ogni volta lasciava un’offerta e chiedeva la grazia di concepire un figlio che l’accompagnasse ed una volta cresciuto l’aiutasse nel suo lavoro. In cambio di quel favore Erubbá gli promise un montone. Madre Ceiba ascoltò le preghiere e la donna diede alla luce una bambina. Tuttavia si dimenticò della promessa fatta e non fece più visita ad Iroko. Passarono gli anni ed un giorno Erubbá passò con sua figlia, ormai cresciuta, vicino a Iroko; salutò ma proseguì il suo cammino con la solita cesta in testa. La bambina invece, rimase vicino la pianta a cui doveva la vita, raccolse una piccola pietra ed un’erba che gli richiamò l’attenzione, senza accorgersi che la madre si allontanava velocemente, quasi per schivare una possibile spiegazione da dare alla pianta. Quando ad una certa distanza, Erubbá si voltò per chiamare la figlia, vide Iroko ballando:

Yilón, yón, kuán, omó layón Kuán!

L’immensa ceiba ballava e le sue radici aprirono un fosso a terra, nel quale la bambina cadde, Erubbá corse a salvare la figlia ma le radici avevano già richiuso il buco, restava fuori la sola testa della bambina.

“Perdono Iroko,” gridò la donna, “ti pagherò quello che ti devo”. E cominciò ad offrirgli:

Curucarukú yeyé euré oguttá
Omolé ambio oumolé
Omolé ambio oumolé
Omolé ambio yán
Yán Yán Iroko

La ceiba, inesorabile, continuando a ballare gli cantò a sua volta:

Yón-Yón-Yón kuá mi
Omólorayón kuán
Como layón kua mi

ed inghiottì la figlia di Erubbá.

Per avere un figlio bisogna pregare ai piedi di Iroko, chiederglielo e se lo concede, portargli tutti gli anni un montone. (Non è Iroko, ma Bomá che da i figli alle donne)

Grazie ai poteri della ceiba succedono cose molto grandi. Maria Kinga per esempio, volò fino alla sua terra da una ceiba in un monte della proprietà Valladares:

“Maria Kinga era il nome cubano di questa donna, ma in Africa veniva chiamata Eyandé Laué ed era la figlia di un capo stregone. Nacque in una tana di serpenti e crebbe giocando con essi, un giorno fu rapita dai trafficanti, portata a Cuba e venduta al Santa Anna del Limonar. Il mayoral (capo degli schiavi) s’innamorò della negra, ma lei lo rifiutò e fuggì dalla baracca fino ad un forno di calce. Scoprirono dove stava e la negra scappò di nuovo, fino ai piedi di una ceiba grandissima; quando fu trovata di nuovo, si arrampicò fino alla cima della pianta. Iniziarono ad abbattere la pianta ma improvvisamente un acquazzone a forma d’aquila si abbatté sulla ceiba, Maria Kinga sparì con questa e volò fino alla sua terra, in Africa.”

Un vecchio congo mi racconta che l’incontro tra Tubusi Insambi e di Mpúngu Nsambi, rispettivamente il Dio del cielo e della terra, avvenne all’inizio del mondo, all’ombra di quest’albero.

Entrambi avevano le gambe rigide; non potevano piegare le ginocchia. Tubisi Nsambi era Dio e Mpúngu Nsambi era santo. Nacquero separati, ognuno in un estremo del mondo, non si conoscevano e si riunirono per caso vicino alla ceiba: l’albero di Tubusi Insambi e Mpúngu Nsambi, di Dio e dei santi. Litigiosi, i due, non ammazzavano però battevano chiunque, erano invincibili ed alla ricerca di rivali più degni uscirono dai rispettivi territori. Cercarono molto fino a che non s’incontrarono nel mezzo del mondo, ai piedi di una ceiba.

Tubisi Nsambi arrivò per primo e si addormentò, dopo un po’ arrivò Mpúngu Nsambi e s’addormentò vicino ad un’altra ceiba. All’alba si svegliarono, Tubusi Insambi vide Mpúngu Nsambi e gli disse: “Buon giorno amico, come mai da queste parti?”. Mpúngu Nsambi rispose: “Non mi piacciono le domande” e saltò addosso a Tubusi Nsambi. Nella lotta Tubisi lanciava per aria a Mpúngu il quale cadeva diritto sulle sue gambe. Alla fine entrambi si ruppero le gambe e Tubisi Nsambi disse: “Più nessuno nascerà reggendosi sulle proprie gambe.”

Un altro vecchi paleros, assicura che tutto ciò che si riceve dalla ceiba chiedendogli aiuto, ottiene la protezione della Vergine Maria e supporta la sua affermazione con questa storia:

Una donna partorì una figlia con scabbia e gli fece così schifo che la abbandonò in un secchio dell’immondizia ai piedi di una guásima (una pianta che si dice non abbia responsabilità; se viene trovato un’uomo impiccato a questa pianta, la legge non indaga).

Arrivò un uccello, la vide e disse: “Ma questa è una creatura di Dio e per giunta viva. Per poco non me la mangiavo.” La avvolse nel cotone e la lasciò ai piedi di una ceiba. Il giorno dopo un tié tié (l’aura tiñosa) vide la bambina sotto la pianta, la raccolse, la portò in cima alla ceiba e disse all’albero: “Con il suo permesso mi aiuti, la voglio portare in cielo.” La ceiba gli diede la forza e con la bimba ben legata nel cotone, l’uccello arrivò in cielo cantando:

Yén yén yéguere mayém
Kiva mio
Prúu
Kwa mio Kwámio

Bussò alla porta del cielo e la stessa Vergine Maria le aprì la porta. “Chi è?” domandò, “Io, Tié tié” e la Vergine “Così lontano come viviamo e fino a qui venite a disturbarci…”. L’uccello insistette “Guarda ciò che porto”, “ma chi è che ha partorito questa bambina, dammelo, poverino”, la Vergine gli fece un bagno d’erbe e la scabbia gli passò; era una bambina bellissima. La Vergine ringraziò l’uccellino e gli chiese di portare una lettera, da lei scritta, allo sparviero (il re degli uccelli), in cui diceva che mai più nessun uccello avrebbe dovuto uccidere un Tié tié, anzi d’ora in poi dovranno aiutarlo.

Su nel cielo la bambina crebbe bella e forte, mentre sulla terra la donna che la partorì ebbe un’altra bambina, senza alcuna malattia.

Un giorno la donna mandò questa seconda figlia nel campo a raccogliere il riso – dalla più tenera età la faceva lavorare duramente – e dal cielo vedendola lavorare decisero di mandare l’altra bambina giù sulla terra, attaccata ad una catena e con una mano d’oro. Disse a sua sorella: “Riposati, che lavorerò un po’ io per te e gli disse chi era e dove viveva. Gli raccontò quello che gli aveva fatto la madre.” La piccola rispose: “Anch’io vorrei essere figlia della Vergine. E’ molto bella?” e l’altra “E’ di quanto più bello possa esistere, ben vestita, lussuosa. Invece dimmi, quanto riso ti mandò a raccogliere mamma? Non preoccuparti, riposa che lo raccoglierò io per te.”

La madre più passava il tempo e più caricava di lavoro la figlia, la faceva rendere per quattro, mentre lei prosperava senza lavorare. Faceva fare tutto alla figlia ed il riso era abbondante, iniziò quindi ad organizzare feste, sempre sulle spalle della piccola e consumava tutto il riso.

Una volta la madre decise preparare un banchetto per tutti gli amici e parenti e quindi, c’era molto lavoro da fare. Portò quindi la figlia nel campo ed appena se ne andò, scese la sorella dal cielo e si baciarono (per questo da allora le donne si baciano); portò cioccolato, un dolce ed una bottiglia di vino dolce, cose che la sorella sulla terra non aveva mai provato.

Dopo solo un’ora la bambina tornò a casa con tanto di quel riso che la madre sospettò. “Tu sola hai raccolto tutto questo? Impossibile.”, la donna riferì la cosa al marito in segreto e gli disse anche che per tanti che sono gli invitati il riso è più del necessario, era bene andare in paese e venderne la metà, mentre alla figlia disse di raccogliere la stessa quantità anche il giorno dopo.

La bambina il giorno dopo si alzò molto presto per andare al campo, ma i genitori già si erano appostati per vedere di nascosto se non ci fosse qualcun altro che l’aiutasse.

Appena arrivata nel campo la bambina chiamò la sorella dei cieli, che subito scese.

I genitori videro la bambina che scendeva dal cielo attaccata alla catena, salutare la sorella e dirgli: “Non c’è fretta, siediti che ti pettino. Ti ho portato anche un vestito celeste.” La pettinò, la vestì e disse a voce alta, sapendo che i genitori la stavano ascoltando: “Mia madre mi gettò nell’immondizia, la nostra madre è malvagia. Un’aura mi ha raccolto e portato al cielo, dalla Vergine Maria e con lei vivo. Lei mi ha dato la mano d’oro.”

Il padre non sapeva la storia della prima figlia e rimase molto dispiaciuto. La madre invece, tanto che era avara, gli venne la voglia di rubare la mano d’oro, ma sapeva che doveva essere rapida perché presto la prima figlia sarebbe risalita in cielo. Con scatto fulmineo la donna uscì allo scoperto con le mani avanti, per afferrare l’oro ed anche le figlie; la sorella maggiore acchiappò la piccola, si appese alla catena e risalirono entrambe nei cieli.

Il marito uccise la donna come un cane e le bambine vivono ancora con la Vergine Maria, in congo chiamata Kéngue.

Così come il denaro non deve essere tenuto sempre chiuso in un portafogli, nessun male fatto in vita resta impunito.

Nel patakin di Odi-Melli è narrato che all’inizio del mondo i cadaveri non s’interravano ma si portavano al monte per lasciarli davanti una ceiba. Fu un marito ingannato, Mofá, che mise fine a quest’abitudine e fece scavare la prima fossa per castigare sua moglie, che seppellì viva. Secondo la leggenda Mofá, viveva attaccato a sua moglie, la quale però, non amava ne lui ne al figlio ed aveva un amante, che tuttavia, non l’amava come Mofá. Al marito diceva che non poteva fare a meno di lui, mentre all’amante diceva che non sopportava Mofá. Un giorno l’amante chiese alla donna se era disposta a disfarsi del marito e gli prospettò l’idea di fingersi morta; una volta lasciata dal marito ai piedi della ceiba, lui sarebbe andata a prenderla e l’avrebbe portata nella sua casa. Detto fatto: quella stessa notte la donna morì; la disperazione di Mofá non ebbe limiti, però ormai l’unica soluzione era lasciare il cadavere ad Iroko. Come convenuto l’amante la notte seguente andò a prendere la donna e la portò nella sua casa al monte. Passò del tempo e l’amante della donna di Mofá, che vendeva quimbombó (una specie di peperoncino verde), pensò che era la donna a dover vendere quimbombó e lui restare a casa senza fare niente, e così fu: la donna occupò il suo posto al mercato. Un giorno però, la donna vide arrivare suo figlio che senza sospettare niente, aveva l’abitudine di comprare quimbombó dall’amante di sua madre. Il figlio riconobbe la madre e l’abbracciò, però la donna protestò con durezza affermando che si stava sbagliando. Tuttavia il ragazzo non ebbe dubbi, tornò a casa ed assicurò al padre, Mofá, che la madre era viva e vendeva quimbombó al mercato. Mofá non credette alle parole del figlio e solo dopo tre giorni, cedendo all’insistenza del figlio, andò al mercato ed anche lui riconobbe la moglie e nonostante tutto l’abbracciò. La donna gridava a squarciagola, ma Mofá urlava di più e presto si formò un piccolo pubblico ad assistere alla strana scena. Giunse anche il figlio dei due ed a quel punto tutto fu chiaro per Mofá, il tradimento fu confermato. La folla chiedeva un castigo esemplare e Mofá propose di scavare una fossa e seppellire la donna viva, visto che per lui già era morta una volta. In quel paese non avveniva spesso che le donne tradissero i mariti e così, a partire da allora, i cadaveri non si lasciano più ai piedi delle ceibas, ma furono sepolti a quattro metri di profondità.

Sotterrato fino alle spalle sotto una ceiba, stette molti anni il grande indovino Orula o Orúmila (San Francesco), che nacque, secondo una versione, dopo il giuramento fatto da Obatalá di non volere più figli maschi. Si comprende la terribile delusione che portò Obatalá a formulare tale giuramento: suo figlio Oggún commise incesto con sua madre, Yému. Però Changó, figlio prediletto e suo confidente sin dall’infanzia, ascoltò personalmente la storia di quella tragedia familiare ed odiava a suo fratello Oggún, maledetto da quel momento dal padre e condannato a lavorare eternamente il ferro.

Changó in un certo modo già aveva vendicato il padre, rubando la donna di Oggún, Oyá ed ora desiderava salvare la vita a suo fratello Orula, condannato anch’egli ad essere sepolto vicino una ceiba. Servendo da pretesto alcune difficili situazioni che dovette affrontare, nelle vesti di re, Obatalá, Changó insinuò che l’origine di quelle sventure era senza dubbio l’interramento di Orula.

Obatalá constatò che ormai era troppo tardi, aveva sepolto il piccolo Orula con le proprie mani ed era sicuro che ora fosse già nelle mani di Olofi.

Obatalá ignorava però che Elegguá lo aveva seguito quel giorno e che assistette alla scena della sepoltura. Il vecchio re non ricordava, affermò Elegguá, che aveva lasciato Orula con la testa e le braccia fuori e che tutti i giorni sua madre Yému, gli mandava del cibo tramite egli stesso e che la ceiba lo proteggeva da tutte le inclemenze: Orula era vivo ma imprigionato dal giuramento di suo padre.

Obatalá si apprestò a partire subito alla ricerca della ceiba che offriva riparo ad Orula. La leggenda aggiunge che avendo perso la memoria, non ricordava più la strada e che Elegguá, per non ferire la sua suscettibilità ed orientarlo senza che il vecchio se ne rendesse conto, appariva ad ogni incrocio e bivio assumendo forme diverse, indicandogli la strada giusta e portandolo fino alla ceiba. Ed ogni volta che Obatalá incontrava un personaggio differente, gli offriva un po’ di cibo che aveva in una pentolina che portava con se. Iberu Babamí, gli disse Orula al vederlo. Ibósise, Orúmbila! rispose Obatalá e lo dissotterrò. Tagliò un pezzetto di tronco, fece una tavola (tablero de Ifá) per vedere il futuro con il legno, sacra per tutti i babalawos e la consegnò al figlio, consacrandolo padrone di Ifá e della tavola. Orula iniziò a leggere il futuro immediatamente e come ben aveva detto Changó, pose fine a tutte le difficoltà che in quel periodo ossessionavano Obatalá e gli orishas.

In un’altra occasione, Obatalá ordinò a tre suoi schiavi, Aruma, Addima-Addima e Achama, di andare a tagliare guano per potersi costruire una casa. Addima-Addima ebbe l’accortezza di fare ebbó prima di entrare nel monte, ma Orula gli chiese il machete che portava con lui per farglielo, il quale comunque, era di Obatalá. Quando Aruma e Achama lo videro senza machete, risero di lui dicendogli di tagliare il guano con i denti e se ne andarono. Addima-Addima non si scoraggiò ed entrò comunque nel monte raccogliendo le palme più basse. Una ceiba richiamò la sua attenzione: uno strano bozzo fuoriusciva dal tronco e Addima-Addima con un bastone riuscì a farlo cadere, trovando all’interno una grande quantità di piume d’oro. Il ritrovamento era di un’importanza incalcolabile, in quanto era tempo che Obatalá cercava inutilmente piume d’oro, oramai quasi introvabili e quindi dal valore incalcolabile per questo orisha. Addima, che sapeva tessere, preparò un cesto di mariguano e dentro ci mise, disposte per bene, le ambite piume. Non aveva ancora terminato di costruire il cesto che vide vicino la ceiba un elefante morto; gli tagliò le magnifiche zanne bianche e le attaccò con le piume.

Achama e Aruma arrivarono molto prima che Addima-Addima alla casa di Obatalá, il quale chiese dell’altro schiavo, ma i due risposero di sapere solo che aveva consegnato il suo machete ad Orula. Obatalá chiamò Oggún e gli disse: “Quando arriva Addima-Addima, che ha perso il mio machete, tagliagli la testa e bevi il suo sangue”. Oggún affilò il suo di machete e si mise ad aspettare l’arrivo del povero Addima. Quando Addima-Addima giunse al palazzo, Obatalá la prima cosa che vide furono le piume d’oro e le splendide zanne d’avorio che il ragazzo superbamente portava, e fece un gesto ad Oggún che era già pronto a decapitarlo.

Addima-Addima offrì il prezioso cesto ad Obatalá e questi fece uccidere un capretto e lo consegnò ad Oggún: “Prendi questo capretto, tagliagli la testa, bevi il sangue e vai via”, dopodiché benedì Addima, lo coprì di ricchezze, mentre castigò Aruma e Achama. (Secondo colui che mi ha raccontato questa storia, Addima-Addima è Changó, ma tra i giovani santeros quasi nessuno più lo sa).


·        I mayomberos e la ceiba

Dalla ceiba, madre degli alberi e degli uomini, “Madre del Mondo”, si ottengono le cose più impensabili. Gli incantesimi che si fanno ai piedi di una ceiba, con il suo consenso, si considerano infallibili ed indistruttibili. Il suo spirito è talmente potente che molti tra coloro che vanno a pregare ai suoi piedi, senza perdere conoscenza, sentono un peso sulla nuca e non hanno le forze per resistergli.

La ceiba è l’altare dei ganguleros, i quali ai suoi piedi montan (vanno in trance), construyen (preparano) e animano le loro ngangas e prendas (amuleti). Queste si depositano sotto la pianta, in modo che assorbano la virtù della sua ombra e si rinforzino. O meglio si sotterrano, come sappiamo, per apprendere i suoi misteri, assimilare le energie che si trovano nelle radici, in modo da diventare sacre. Con lo stesso scopo viene sotterrato lo specchio (vitite mensu) che gli permette di vedere l’occulto. Nelle cerimonie della Ocha (Regla de Ocha) invece, mai ci si dimentica d’invocare a Iroko, divinità della ceiba.

Qualcuno ha detto che la migliore clientela per uno stregone, sono le passioni amorose impossibili. La ceiba, anche se come abbiamo visto è benefattrice, misericordiosa e benedetta, quando s’invoca il suo grande potere s’incarica di causare anche disgrazie o morte di una persona. La ceiba compie tutte le opere ma, quando invocata per opere maligne, viene chiamata Indoki, l’albero stregone e temibile che ha più clientela di ogni altro. Chi vuole la morte della persona che odia, andrà vicino quest’albero a mezzogiorno o mezzanotte. Completamente nudo farà alcuni giri intorno alla ceiba, toccando il tronco ed esprimendogli il suo desiderio a voce alta. Tutte le operazioni magiche si effettuano recitando e cantando. Tutto dipende dalla parola, canto o preghiera. Los mambos mandan (I canti comandano). Con un canto si solleva tutta d’un peso una casa in muratura. Solo per la virtù del canto, il conguito, quando era giovane vide il grande gangulero del suo paese formare un’immensa nube nel cielo e far piovere in modo torrenziale per il tempo che aveva disposto. Le rivalità dei mayomberos nei quartieri negri – la Paloma e la Catalina – di quel paese, davano luogo, con la forza dei loro mambos ai più oscuri fenomeni. Così, parlando dolcemente alla ceiba, cantando e supplicandola, si giunge a commuoverla e farla fare quello che si vuole, tutto il male che si vuole. Colui che va a sollecitare il suo intervento per produrre del male, si porrà a testa in giù sotto l’albero (come un pipistrello) ed in questa posizione sentirà l’azione di uno spirito che lo eleverà dal suolo. A questo spirito si ripete quello che si vuole, dicendo tutto il male che si ha nel cuore sulla persona odiata. Dopo si da aguardiente alle radici, del fumo di sigaro ed alcuni centesimi come  ricompensa. Con un coltello nuovo, dal manico bianco, si fanno quattro tagli nella corteccia nei quattro lati (nord-sud-est-ovest), si dice: “Mama Nfumbe, così come io ti ferisco, ferisci tu a Tizio nel mezzo del petto” e gli si accende una candela.

Le ferite che riceve la ceiba non tarderà a riceverle sul suo corpo – nella sua salute – il soggetto che si desidera annichilire.

Per togliere la vita invece, esistono molti modi ed uno di questi è il seguente. Per prima cosa si chiede, con polvere se è possibile, se Sambia (Dio) vuole la sua vita, caso nel quale non si può uccidere. Se da il consenso si va al cimitero con un real d’argento a comprare la vita di questa persona. Si apre un buco e si mette dentro la moneta, si paga alla terra e ciò corrisponde alla sua sepoltura: quest’uomo ha la fossa aperta. Si accende una candela benedetta che si ruba in chiesa e si preleva un po’ della terra del buco, mettendola in un panno bianco e portandosela via. Si lavora la terra presa dal fosso e la si lavora nella propria nganga. Si va quindi al monte, da una ceiba, si riscalda un chiodo fino a farlo diventare rosso, lo si conficca nella ceiba maledicendo la persona odiata. Un pezzo della tela che conteneva la terra si mette nella Prenda e tutti i giorni, maledicendo, la si batte con una scopa sporca. La Prenda anche maledirà l’uomo e lo farà morire.

Queste ngangas, che fanno tante cattiverie, quando si va a ritirarle dalla ceiba sotto la quale sono state sotterrate, bisogna bruciare un gatto nero oppure farlo inferocire e tagliargli la testa, facendo scorrere il sangue sulle radici e sulla corteccia.

Una brava donna, disperata per i maltrattamenti che subiva dal marito, confessa pentita, come si vendicò di lui ormai trenta anni fa. Lo stregone che s’incaricò di liberarla di quell’uomo, posseduto dallo spirito Téngue Malo, si avvolse la testa con un panno nero e la vita con un altro dello stesso colore (così come fanno tutti coloro che praticano un maleficio), trafisse con uno spillo uno sparviero infuriato, legato con un filo nero ed iniziò a nominare l’uomo con nome e cognome. Prese un po’ di gramigna, un canino umano, un pezzo della camicia sudata dell’uomo e portò tutto alla ceiba. Li chiese nuovamente la perdizione di quell’uomo e nel tronco inchiodò lo sparviero: continuò a ripetere il nome dell’uomo per lungo tempo, maledicendolo, fino a che lo sparviero non morì.

Lo spirito dello sparviero, quella stessa notte, pizzicò al marito della donna, stregandolo nel sonno e causandogli una malattia che lo fece morire in pochi mesi.

La stessa stregoneria si fa con un rospo. Si mette nella bocca dell’animale un chicco di sale ed un pezzetto di carta con scritto sopra il nome della vittima, oppure si pronuncia il nome e lo si soffia nella bocca del rospo. Quindi si cuce la bocca del rospo con della tela di un abito della persona da stregare. Si mette il rospo in un vasetto e lo si porta alla ceiba ad aspettare che muoia, maledicendo ed augurando alla persona la stessa sorte del rospo.

Se per vendetta si vuole uccidere una creatura nel ventre materno, si trafigge con un ago d’acciaio la pancia di un ragno sul punto di deporre le uova: si gratta un po’ di osso del cranio  e della falange di un dito del piede contenuti nella nganga, si mescola con un ossicino di camaleonte o pipistrello ridotto in polvere ed il tutto, compreso il ragno vivo, si racchiude in un panno nero. Si recita: “così trafiggo il ventre di Sempronio, uccidendo il figlio che ha nella pancia, come questo ragno morirà il figlio di Sempronio”. Infine s’inchioda questo pacco nel tronco della ceiba, in modo che il morto s’incarichi del resto, altrimenti lo si lascia in un cimitero.

Un altro yerbero mi spiega che si “lavora” con la ceiba in sette forme differenti, così come indicano le sue foglie. Tutto di questa pianta prodigiosa serve al brujo per le sue arti: il tronco, dove si fanno i legami; l’ombra, che attrae e chiama gli spiriti e bagna con i suoi poderosi influssi spirituali alle ngangas ed a tutta una serie di oggetti protettori – amuleti e talismani – che fabbrica lo stregone e considerati piccoli santi, guardiani che difendono al loro padrone; le radici colossali che sprofondano nella terra a lunga distanza, chiamate appoggio di Mamá Ungundu, e dove si depositano le uembas, si invoca e si congiura; la terra che circonda l’albero, piena del potere di Oddúa e Aggayú, padrone anche dei fiumi, salutato davanti la ceiba con questo rezo: “Obba Aggayú, Aggayú sola okkúo e wikini sóggu iyá lóro ti bako mana mana oloddumare kawo kabie si. Olúo mi, ekú fedllú taná”.

Le foglie (se ne prendono sette) provocano la manifestazione dello spirito nelle iniziazioni in Palo Monte. L’iniziado o rayado, nuevo gando, cabeza moana ntu de nganga, tarda avvolte nell’essere posseduto dallo spirito. Non sempre il Palo monta dal principio, o lo stesso giorno che giura un nuovo figlio. Avvolte il fúmbi, prima di possederlo inizia a stonarlo: alcuni perdono l’udito, altri la voce, altri ancora accusano il battito del cuore accelerato. Lo spirito nella Regla de Congo, monta letteralmente a cavalcioni, sulle spalle del medium, che lo porta caricato sulle spalle. Il montado non vede con i suoi occhi, che restano chiusi per tutto il tempo della possessione, ma vede dalla nuca, dove si asienta ndoki. Per questo si avvicina uno specchio alla base del cranio in modo che lo spirito veda le immagini che vengono riflesse in esso e si renda conto di quello che succede.

Generalmente durante il periodo dell’iniziazione in Palo Monte, il neofito suole rimanere in questo stato intermittente di confusione mentale, o in altri casi permanente. Il ventunesimo giorno, quando torna dal dissotterrare un cambio d’abito che deve restare sepolta tre venerdì in un cimitero per saturarsi delle emanazioni di un morto, si veste l’iniziato con questi panni, in modo che il suo corpo sia come quello di un cadavere, e lo si porta alla ceiba dove il suo padrino conserva la sua nganga (nei campi sono molti i mayomberos che conservano le loro ngangas sotto le ceibas), lo si fa inginocchiare e s’intona il primo mambo, Bángarake mámboyá pánguiame, con cui lo stregone, il suo maggiordomo e la tikán-tiká (la madrina), invocano gli antenati e lo spirito (il palo) del morto subordinato al padrino stesso.

Il padrino deve fare in modo che lo spirito riconosca nel nuovo adepto, un mezzo con il quale manifestarsi ed operare. La sua fronte, veicolo per spiriti tanto potenti come Lucero-Mundo, Centella Monte Oscuro, Siete Rayos, Rumba Loma, Tumbirona Batalla, Vira Mundo, Mamá Viviana, si ricopre di foglie di ceiba. Attratto irresistibilmente dalle foglie, il morto, usando un’espressione dei nganguleros, “corona la cabeza del perro nuevo” (corona la testa del nuovo figlio). Si mette poi nelle sue mani un piatto bianco con una candela accesa e gli si consegna la kisengue o Aguanta Mano del Muerto, che è uno scettro o un bastone magico dello stregone in trance e che consiste in una tibia, con terra di sepoltura ed altre sostanze che compongono la nganga, ricoperta di gramigna. La kisengue personifica lo spirito e mette il medium in comunicazione con il mondo delle ombre.

Per contatto con questa tibia, l’anima del morto penetra nel corpo vivo con la possibilità di operare tramite esso, risponde ai mambos che gli si dirigono e conversa con il padre, il maggiordomo, la madrina e gli altri figli che sono presenti; dichiara che è soddisfatto e che il medium lo soddisfa.

Le foglie della ceiba sono perfette per la testa del novizio, a meno che non lo monta Zarabanda o Madre-Agua. In questi casi in cui lo spirito ritarda, le foglie si applicano con un po’ di terra dei quattro angoli del cimitero, mentre la testa ed il petto si bagnano con la corteccia e foglie di yaya, di guara, palo caja, tengue ed erba rompezaraguey, spezzettate in acqua, con aguardiente, cenere, vino secco e cera di candela.

Inutile sottolineare l’importanza dell’acqua nel Palo Monte, cosi come l’omiero nella Ocha, essendo questa la base per tutte le purificazioni ed i bagni che “limpiano” il corpo dal male, rigenerandolo.

Il primo passo nella consacrazione nella regla mayombe sono i bagni, durante il quale s’ingerisce l’infusione di foglie di ceiba insieme a tutte le altre che abbiamo visto sopra e poi la visita al cimitero (campo simba, plaza liri, casa grande, quita peso, kariempemba, cabalonga, kumansó, ecc.).

I paleros non si purificano al fiume, come i lucumí, ma in pieno campo ed ai piedi della ceiba (a parte alcune eccezioni) e per i sette giorni del suo ritiro hanno come tetto il cielo, mentre i suoi piedi sono in contatto diretto con la terra, che vivifica.

Il brujo cattivo, che vive nel monte, quando sente che sono le dodici del giorno o della notte (l’ora viene intuita, in quanto non si può avere un orologio sul monte: il monte ha la sua ora ed il tempo non è lo stesso che fuori dal monte), si spoglia completamente e da tre colpi a terra, sputa tre volte sul tronco della ceiba e chiama a Lungámbé.

Se lo spirito dice che bisogna andare a procurarsi un morto al cimitero, bisogna farlo e tornare con i resti in un sacco e metterli ai piedi dell’albero. Il giorno dopo si accende una candela. Il morto si presenta ed è il momento pericolosissimo di sigillare il patto, accordandosi sulle necessità del brujo e quello che vuole lo spirito. In fine si prepara la nganga, come già abbiamo visto, sia che si tratti di mayombero puro, – morto e palo – sia nella Regla Kimbisa o Villumba, incrociata con i santi e fondata da Andrés Petit.

Il mayombero kimbisa ha un pentolone, nel quale conserva una pietra, nella quale possono alloggiare di volta in volta, Fumandanga Kinpeso, in Congo il corrispettivo di Obba, Santa Rita, oppure Púngu Iyá Ñába, la Mercedes; abbiamo ancora il vecchio Tata Fúnde Cuatro Vientos, corrispondente a Orula, San Francesco. Lavorano in questo tipo di prendas anche Mama Lola (Madre di Dio), Chéche Wánga Furibimutámbo, Mama Kalunga (la Virgen de Regla) il mare dei congos, Oyá Kariempemba, Centella, Sarabanda, Oggún, Tata Legguá e Nsasi (Santa Barbara).


·        Il malocchio

Per proteggere il bambini dal malocchio a cui sono sempre molto esposti, una scheggia di ceiba “maschio” è un talismano poderoso e si attacca con uno spillo al petto del bambino o con un filo ad uso ciondolo. Un’usanza così arcaica, ma universale, è il primo pensiero verso il proprio figlio di tutte le donne, bianche e nere. L’amore materno soccombe facilmente a questa tenace superstizione, la cui origine si perde nella notte dei tempi ed anche le donne che ostentano incredulità, proteggono i loro figli con un corno di corallo o la manina di azabache (nero corvino) o d’avorio, che allontanano il male o lo assorbono al posto del bimbo. Oggi giorno nei negozi di articoli religiosi si vende una spilla da balia che porta due corallini, uno nero e l’altro rosso (simboleggianti Elegguá), chiamata azabache e che le madri attaccano ai vestitini dei loro figli.

Una vecchia iyalocha dice: “Bisogna credere nel malocchio e le donne che non lo fanno rischiano di perdere il bambino, per trascuratezza. Io che sono una persona molto istruita, rido di tutte le bugie che dice la gente ignorante, però del malocchio no. Il malocchio è positivo.”

Sono le partorienti che più di tutte credono in questo dono che posseggono tanti occhi umani; quelle che sanno attribuire, senza vacillare, la causa di un difetto fisico, specialmente lo strabismo di qualche bambino che fu guardato mentre dormiva da una persona che gli lanciò il malocchio e della quale non si sospettava la malignità.

Per quanto riguarda gli strabici dice Teofila: “Non sono buoni. Mia madre ci raccontava che in Congo era una disgrazia molto grande essere strabici. Gli strabici avevano dentro uno spirito maligno e venivano uccisi per non permettergli di fare del male.”

La spina della ceiba protegge i bambini, pizzicando chi li guarda male, mentre un piatto bianco nel quale si dipinge un occhio e fissato dietro la porta di casa, preserva dal malocchio gli adulti che la abitano.

Non si discute se hanno ragione coloro che credono nel malocchio: si sa che molti involontariamente possono causare danni e che qualsiasi persona, suo malgrado, può essere portatrice di malocchio, aradyé, oyuófo, oyunika, oyúburu, aojadora.

Scaltri, i superstizioni negri ed i guajiros (gente delle campagne), per timore del malocchio perfidamente dissimulato con una cortesia o una lusinga, quando gli si chiede della loro salute, anche se è ottima, fanno molta attenzione a rispondere “molto bene” e balbettano un prudente e vago “non ci si può lamentare”. I vecchi lucumís si limitavano a rispondere “E lei come sta?”, in modo da rigirare il possibile malocchio al mittente; comunque non dicevano mai che andava tutto bene. Quindi, nessuno deve vantarsi della buona sorte ne di niente che possa essere invidiato: se un sentimento d’invidia si sveglia nell’anima, gli occhi, che sono specchio dell’anima, repentinamente diventano maligni, senza volerlo. Possono rompere gli oggetti, far seccare le piante, o rompere i collares. “Ci sono occhi che fanno staccare un cocco dalla pianta ed uccidono una jicotea sott’acqua.” recita un canto. Gli occhi operano come veri e propri spiriti malefici. Sono capaci, incoscientemente, come abbiamo detto, di provocare nei bambini convulsioni e febbre alta ed in casi limite di uccidere all’istante.

Un esempio di questo caso estremo del male che si può fare con gli occhi è la storia che ci racconta il vecchio Cape, di come il negro Gregorio uccise il figlio di Luis, uomo molto amato in paese. “Luis si sposò in tarda età con una giovane ed il cielo volle dargli un figlio. Il vecchio era pazzo per quel figlio. Un giorno che il bimbo usciva dalla scuola si avvicinò a Gregorio, seduto su una panchina mangiando noccioline. Il bambino guardò il sacchetto e gli domandò cosa stesse vendendo. Gregorio rispose seccamente “Questa è l’ultima volta che chiedi ciò che non t’interessa”. Dopo pochi giorni il bambino morì. Qualcuno però aveva ascoltato quello che aveva detto Gregorio e questi dovette scappare dal paese perché volevano ucciderlo.”

Una mia amica d’infanzia, la quale potrebbe fare dei suoi ricordi un libro interessantissimo della vita intima cubana durante la colonia, mi racconta di come sua madre fu sul punto di morire, da bambina, vittima del malocchio, e come la salvò la perspicacia della sua balia africana.

Questa donna apparteneva ad una delle famiglie più distinte e ricche di Cuba. Distinta per molte ragioni: uno dei suoi membri illustri, dimenticato dalla presente generazione, alla quale si nutre solamente con le glorie militari della guerra d’Indipendenza, è una delle personalità più nobili e generosi della storia cubana dell’ottocento.

Nel letto di morte, la nonna di questa mia amica, aveva supplicato suo marito di non privare mai ai due loro figli che lasciava orfani, delle attenzioni di una schiava africana lucumí che meritava tutta la sua fiducia, e che nei lunghi anni che l’aveva servita gli aveva dato prova di lealtà senza limiti.

La negra Yeyé, in effetti, servì gli orfani fino alla fine dei suoi giorni con commovente devozione. “Mio nonno comprò un carico di schiavi per il lavoro nei campi, riservandosi alcuni per il servizio in casa. Mia madre era una bambina sana, però senza manifestare alcun sintomo di malattia, iniziò a dimagrire ed impallidire. Nessuno notava in lei il minimo cambiamento, fino a che un amico che non la vedeva da molto tempo, allarmò tutta la famiglia. Chiamarono il medico, cugino ed intimo amico di mio nonno, per farla esaminare. Invece Yeyé andò a consultare il vecchio Kubí, uno stregone suo compatriota, il quale gli assicurò che tra i nuovi schiavi, una negra portava il malocchio e questa era l’unica causa della malattia di mia mamma.
Yeyé scoprì subito di chi si trattava e pregò il padrone di liberarsene. Così la negra fu venduta e la bambina si rimise in forze rapidamente.”

Omi-Tomi, la mia cara amica Teresa, mi racconta il noto caso di una mulatta di sette anni, vittima degli occhi di una coppia di guardie civili del tempo della dominazione spagnola. La bimba stava alla finestra – onestamente senza nessuna protezione, corallo, azabache, zanna di cane e cosi via –. “Che bambina bella “, disse lo spagnolo ed insieme all’altra guardia gli regalarono un real per potersi comprare le caramelle. Appena le guardie se ne andarono la poveretta iniziò a tremare. “Capì subito che gli avevano buttato il malocchio”. Allargando i suoi ricordi, Omi-Tomi aggiunge: “sua madre era mezza pazza. Aveva già perso un figlioletto che adorava in quanto bianco, poiché non avrebbe voluto figli mulatti. Vestì il figlio morto d’azzurro turchese ed organizzò una festa (a quel tempo era usanza comune fare una festa quando moriva un bambino), per poi vegliare il corpo nel campo fino a che si potesse sopportare la puzza del cadavere. Le veglie ai piccoli defunti erano come delle rumbe, si ballava in cerchio attorno alla cassa e si cambiava frequentemente abito al piccolo morto”.

Elogiare, fare dei complimenti ad un bambino è una leggerezza che non si deve commettere senza aggiungere l’elogio di un “che Dio lo protegga”. Qualsiasi cosa succeda ad un bambino si pensa che sia un malocchio. I contadini hanno paura persino dei complimenti che si rivolgono ai propri animali, per paura che possano morire di malocchio.

L’uso dell’azabache, è così frequente e necessario, perché rompendosi opportunamente, avverte in tempo del pericolo di questi sguardi così forti. Con l’azabache, il bambino deve portare anche una perla di corallo rosso (indebolisce la vista della gente) ed una d’ambra (dalle virtù profilattiche).

Si consiglia inoltre, uno spicchio d’aglio e un pezzo di canfora nascosti in una taschina, anche se forse il più efficace sarà, secondo molti, portare la famosa e già sperimentata orazione di San Luis Beltran, piegata dentro una busta di tela. Questa classica orazione salva molti angioletti ed animali dal malocchio.

Una madre vigilante in ogni caso, quando sente elogiare il proprio figlio, lo pizzicherà o troverà un pretesto qualsiasi per farlo piangere. Il pianto “rompe” il malocchio.

In fine, vedremo che gli adulti, anche se più forti e resistenti, non sono meno esposti ai oyú ofó, il malocchio.

La nipote trentenne di una santera amica mia, ballava così bene che attirava su di lei gli occhi di tutti coloro che la vedevano ballare, ammirandola, fissando specialmente i piedi. Proprio questo continuo fissare i piedi di questa ragazza che, all’uscita di una festa fu investita da un’auto e rimase zoppa.

Devo confessare che sono colpevole di aver attratto sopra una povera vecchietta, a cui feci visita portandogli un paio di scarpe in regalo, molta invidia di quella pericolosa. Il giorno che si mise per la prima volta quelle scarpe, una vicine gliele guardò con uno sguardo molto cattivo, procurandogli una caduta mentre scendeva dal tram. Un pezzo della corteccia della ceiba, resistente alla furia di qualsiasi elemento, invulnerabile al fuoco e l’uragano, è un mezzo molto efficace per proteggersi, oltre che dal malocchio, da ogni tipo di male possibile. Un villumbero mi assicura che non esiste guardiano migliore di un pezzo del legno di una ceiba per impedire che gli spiriti erranti entrino e s’installino nella casa. Una croce fatta con due rametti di ceiba, fissata dietro la porta con intenzione di placare tutti i rumori e scricchiolii indefinibili nonché misteriosi: la ceiba caccia e mantiene lontani agli spiriti intrusi e senza pace, che non oseranno più a tornare. Un amuleto che svolge anche questa funzione di impedire l’ingresso in casa di spiriti perturbatori e dannosi è l’Arikú-Bambaya, costituito da un bastone con una gonnellina, alimentato come Elegguá e messo dietro la porta.


·        Importanza della ceiba nella superstizione del popolo cubano

Nella medicina magica popolare cubana, appare sempre la ceiba come rimedio tradizionale per combattere le malattie veneree e renali.

Con un pezzetto della sua radice, raccolta il Sabato di Gloria o il giorno di San Giovanni, unita a quella dell’ateje, del piñon lechoso, radice di palma e di bejuco ahorca-perro, si prepara un’infusione per le affezioni renali. Queste tisane in cui sono specializzati i paleros, di foglie e radici di varie piante forti, si danno a bere ai pazienti con acqua comune. Curano tutti i mali e sono molto popolari, ma specialmente, per le malattie veneree e renali.

La gente delle campagne bolle le foglie della ceiba e fa bere il decotto alla sua vacca, rimasta anemica dopo un parto, oppure al proprio figlio, impallidito e rachitico. A poco costo e velocemente, sia la vacca che il bambino si rinforzeranno. La ceiba è un poderoso depurativo e recostutiente che la fede garantisce.

In effetti, a protezione di una persona, si semina seguendo le disposizioni di un cantero, un albero che sta in relazione o meglio ancora appartenga al suo Angel de la Guardia e che, per prosperare e conservare la salute, curerà religiosamente.

Sono le piante, le erbe del Santo Patrono di un individuo quelle che sono simpatiche e benefiche: altre che non gli sono affini potrebbero pregiudicarlo. Da ciò che il yerbero deve fare molta attenzione nel consigliare, in quanto la stessa pianta non funzionerebbe allo stesso modo con tutte le persone e quelle che sono buone per una potrebbero essere nocive per un’altra. In termini generali, tutto ciò che è in disaccordo con il temperamento della divinità che regge il destino di una persona, deve essere evitato: alimenti, colori, luoghi, occupazioni, ecc.

Una iyalocha cosciente, un buon babalocha, la prima cosa che fa è verificare chi è l’orisha o santo tutelare della persona prima di lanciarsi ad indicare una sola limpieza. Allo stesso modo deve operare il mayombero nella confezione di un amuleto.

Ad un cinese gli prepararono una prenda, la quale dopo poco tempo iniziò a frastornarlo a tal punto che una notte fu trovato a terra tremante e con gli occhi fuori dalle orbite. L’amico che lo trovò in queste condizioni era palero e capì subito quello che doveva fare e lo portò ad un pozzo cieco (pozzi davanti al quale bisogna sempre passare dalla parte sinistra), dove gettò dentro la prenda, liberando il cinese da quella forza troppo violenta per lui.

Il simpatico Manuel piantò una ceiba nel nostro giardino con il generoso fine di farci proteggere per il resto della vita.

Ma piantare una ceiba non è un gioco da ragazzi, un semplice atto profano senza altra conseguenza che germinare i semi e crescere un albero. Colui che consapevolmente pianta una ceiba contrae un legame religioso con la pianta stessa, un laccio mistico lo lega all’albero sacro, che lo proteggerà in cambio di certi tributi.

L’ideale sarebbe essere in quattro, di sesso differente e con assoluta fiducia reciproca. Ognuno di queste quattro persone porterà la terra di quattro luoghi diversi (nord, sud, est, ovest). Si battezza la ceiba con preghiere ed impregnando la terra con il sangue di un torello o maiale maschio, oppure più semplicemente, quando non si possiede denaro, con quello di un gallo.

Il giorno migliore per piantare una ceiba a fini religiosi è il 16 novembre, giorno di Aggayú. Una volta piantata (il rito deve terminare prima di mezzogiorno) si fa una festa, si suonano i tamburi e si balla per celebrare il battesimo.

Piantare una ceiba e consacrarla è la stessa cosa che preparare una nganga e fare un ‘alleanza con essa. Da lei dipenderà la nostra salute e la nostra sorte.

Ogni volta che nasce un figlio ad un palero, padrino o madrina di ceiba, va ad offrire il nuovo nato all’albero protettore, in modo che lo benedica bagnandolo con la sua ombra ed impregnandolo della sua forza.

Il bimbo imparerà molto presto a venerare la ceiba, ad amarla e temerla: saprà che dipende da lei, come i suoi genitori ed i suoi fratelli.

Dal battesimo di una ceiba sorgono nuove generazioni, parentele spirituali, discendenti dell’albero.

Quando uno dei confratelli muore, la cerimonia funebre si celebra sotto la ceiba: le cose del morto si mettono sotto la sua ombra, i mozziconi di candela che restano dalla veglia si consumano insieme a Madre Ceiba, in modo che possano illuminare l’anima del defunto e non fargli soffrire la solitudine e le tenebre, ma possa vedere la luce e avere pace.

Se oltre a costruire una nganga, qualche devoto desidera sentirsi protetto da Iroko o Sanda, può seminare una ceiba da solo, versando acqua benedetta e mettendo alcune monete insieme a dei chicchi di mais nel buco dove si pianta l’albero. Se non si sa recitare in congo o lucumí non importa; si recita un Padre Nostro ed un Ave Maria, poiché le ceibas capiscono tutte le lingue umane. In segno di reverenza, a mezzogiorno o alle dieci di sera, si saluta la ceiba a proprio modo, l’importante è che siano parole che vengano dal cuore.

Lo spirito della ceiba è eminentemente materno. Molti credono che Iroko è lo Spirito Santo, uomo, ma questo è un grande errore. La ceiba è una Madre che non abbandona i suoi figlio nei momenti difficili. Basta toccare la ceiba con una mano per riceverne i benefici.

Quest’albero che si crede immortale e che per tutto ha una virtù, somma la forza mistica della vegetazione e la utilizza anche per fecondare le donne sterili. Le donne che vogliono rimanere incinte e si consultano con un palero, devono bere per tre lune un decotto della corteccia della ceiba femmina, raccolta dalla parte del tronco orientata ad est. Viceversa coloro che non vogliono figlio, devono lo stesso decotto ma con la corteccia di una ceiba maschio e raccolta dalla parte del tronco che guarda a ponente.

E’ Bomá, affermano in molti, divinità femmina di Iroko, che da questa virtù alla ceiba.

La ceiba cura i pazzi. Bisogna portare il pazzo alla ceiba un po’ prima di mezzogiorno, attaccato e trascinandolo se necessario: però la cosa più importante è l’esattezza dell’ora, è da questo che dipende l’esito di questo “lavoro”.

Si devono bendare gli occhi del matto in modo che non passi il più piccolo bagliore. Se si tratta di un uomo il mayombero gli passerà per il corpo una gallina nera anch’essa con gli occhi bendati, se invece è una donna si passa un gallo nero.

Si prepara in una bacinella dell’acqua con erbe anamú, piñon botijo e rompezaraguey. S’inclina il matto su questa bacinella e gli si rompono due uova sulla testa e lavandola quindi, con la stessa acqua; a questo punto gli si domanda (a mezzogiorno in punto): “Che vedi?”

Se il pazzo risponde che non vede niente, gli si strappa bruscamente la benda che lo impedisce di vedere. Il pazzo sarà rinsavito mentre il gallo o la gallina, che restano bendati, saranno diventati matti. Un'altra uova s’interra insieme al tronco della ceiba, con il nome del paziente scritto sulla buccia.

Per molto tempo questa persona non potrà avvicinarsi alla ceiba, poiché sarebbe esposto al pericolo di una ricaduta.

Un cuscino ripieno con le morbide e tenere foglie della ceiba, produce sogni strani ed avvolte profetici. Essendo Obatalá l’orisha che comanda i sogni, preferisce come figli, persone che dormono su questi cuscini, tant’è vero che l’iyawó di Obatalá, nei sette giorni che dorme sulla stuoia a terra, ha vicino un rametto di ceiba.

L’acqua che trasuda il tronco, il sudore della ceiba, o che si deposita in alcune cavità delle sue radici, è curativa e miracolosa.

Serve per il bene e per il male. Con questa acqua si bagnano coloro che giurano e si lava lo specchio magico. Non è raro che tra le acque umide che si depositano tra le radici si possa trovare un particolare verme chiamato manca perro e che è sempre molto apprezzato e non dovrebbe mai mancare in una nganga, in quanto il suo contatto con l’acqua ne aumenta le virtù.

Le radici della ceiba sono sempre piene di offerte e monete di cui nessuno osa appropriarsi, richieste di offerte e tributi pagati a grazie ricevute.

A Iroko si fanno sacrifici e feste di tamburi, che a Matanzas rivestono particolare solennità. In queste occasioni i fedeli contribuiscono ognuno con il suo panno, ad adornare la ceiba, rivestita anche di un cinturone verde intorno al tronco.

Nei cortili delle case di molti santeros un castello manufatto racchiude il tronco di una ceiba.

I mayomberos cristiani uccidono un gallo il Sabato di Gloria e le ossa s’interrano sotto la ceiba, facendo attenzione che non se ne rompa neanche uno.

Gli spiriti che manovrano i paleros, permettono sempre che questi consumino la carne degli animali sacrificati. Non la reclamano mai. Non è così invece, per gli orishas lucumí, che molto spesso privano i santeros, quando questi più li appetiscono, di condividere con loro un’appetitosa gallina. Infatti i devoti della ocha uccidono in onore ai vari santi solo animali in ottime condizioni, quelli in cattivo stato, ciechi, zoppi, malati o rachitici, rappresenterebbero un’offesa e per questo bisogna fare molta attenzione.


·        Giovedì, Venerdì Santo e Sabato di Gloria

Per i nostri negri, che rispettano anche i precetti della settimana Santa, era ed è tuttora un grande giorno il Sabato di Gloria. Il miglior giorno per tagliare rami e raccogliere erbe: per salutare alla ceiba. Giovedì e Venerdì Santo, olachas, iyalochas e babalawos si astengono dall’esercitare le loro funzioni e di offrire cibo ai loro orishas: si butta l’acqua che bagna le pietre del culto e si coprono con tele nere. Non si accendono candele, non si suonano campane, ne si da a bere a nessun santo. Gli orishas seguono un lutto molto rigoroso e così anche le ngangas cristiane. I kimbisas dalle sei della mattina fino a tarda sera, visitano chiese e cimiteri. I ñañigos (appartenenti al gruppo massonico degli Abakuá) coprono Akanarán. Non si raccoglie una sola erba però, la notte che precede il Sabato di Gloria, iyalochas, babalawos e paleros vanno tutti nei campi a salutare la ceiba ed a fare provviste di éwe o vititi, di erbe e piante che portano nelle loro case dopo aver sgocciolato la rugiada miracolosa e sacra dell’alba di questo giorno. Resuscita il Signore, Babá-Olorun, la vita batte la morte e continua.

Lasciamo che una vecchia iyalocha ci spieghi la ragione di questa abitudine: “In questo giorno, di notte, come Dio resuscita, le erbe hanno molto più aché (potere), hanno più vita, curano e rinforzano più delle stesse raccolte un qualsiasi altro giorno dell’anno. Il Sabato di Gloria non c’è yerbero ne santero che alle dieci della mattina non sia già ritornato con le sue erbe dal monte. Non so se a Cuba i miei antenati facevano lo stesso, ma qui nessuno dimentica di farlo. Mia madre raccoglieva le erbe e le bolliva con l’acqua del primo acquazzone di maggio, che da giovinezza e cura i brufoli, e la conservava”.

Un altro giorno che bisogna andare a raccogliere le erbe è il 24 giugno, giorno di San Giovanni ed in cui all’Avana si celebra Oggún, signore del monte; però l’aché della resurrezione è più grande, non c’è paragone. Il Sabato di Gloria è il giorno più santo dell’anno, giorno di rinnovo della vita, di rigenerazione miracolosa e di ricostituzione di tutte le forze che ha creato il Signore e la nuova forza della vita si concentra nelle erbe, negli alberi e nell’acqua. Quando Dio resuscitò il sabato, benedisse la terra, da l’aché a tutta la natura ed accresce il valore curativo e magico della pianta che il santero, della Regla de Ocha, il lucumí, utilizzerà solo a fin di bene.

Tutto il contrario invece, succede il Giovedì e Venerdì Santo: il diavolo si sveglia e ne combina di tutti i colori, i mayomberos cattivi ne approfittano per fare del male. Dio è assente e non può opporsi alle diavolerie di Lucifero. Bisogna cautelarsi dagli stregoni malvagi che durante questi due giorni svolgono un’intensa attività. Questi stregoni salgono al monte a mezzanotte e si procurano erbe e piante del diavolo, potentissimi se raccolti nelle notti di Giovedì e Venerdì Santo. Catturano gli spiriti malefici, compongono le loro wembas fatali, danno sangue ai loro ndokis, trafficano con tutto il male possibile. Vanno ai pozzi a raccogliere l’acqua del diavolo, collocano uno specchio a mezzogiorno sul bordo di un vecchio pozzo, si annerirà e potranno parlare con Lugambé, satana e chiedergli le cose più orribili.

I congos si vantavano di fare un congiuro in una tinozza piena d’acqua offrendo, a coloro che erano separati dalla una persona amata per assenza o morte, la consolazione di vederli riflessi nell’acqua.

L’acqua di pozzo che si raccoglie in questi due giorni e che lo stregone conserva in casa, ha la proprietà di appestare terribilmente. Il sapore è immondo, corrotto. I nganguleros cattivi la somministrano ai loro familiari in caso di malattia (perché il diavolo cura la sua gente), per fargli acquisire le su proprietà infernali o per renderli invulnerabili contro gli attacchi di altri diabolici avversari.

Viceversa l’acqua di Dio, l’acqua di Gloria o di risurrezione, che congos e lucumís tirano dai pozzi il sabato e la domenica, che devono e fanno bere ai loro figliocci ed amici per liberarli dagli stregoni e mantenerli in salute, – indenni ai bilongos – non puzza ne si perde.

“I lavori malefici fatti dai kimbiseros cattivi il Giovedì e Venerdì Santo non si annullano; se qualcuno perde l’ombra in questi due giorni ed in pieno giorno, e sente chiamarsi ma non vede nessuno, che si prepari alla morte perché è perduto. Quante fosse si aprono in quei due giorni”.

La solennità del Giovedì e del Venerdì Santo, giorni nei quali il negro si astiene da ogni attività, è profanata solo dagli stregoni che hanno fatto un patto con le forze del male. Ogni cosa in questi due giorni soffre per la morte di Nostro Signore e non bisogna toccare alberi e piante fino a quando non torni a governare il mondo e lo benedica.

Tutti sanno che in assenza del Signore le piante non hanno potere, il monte è in lutto e perde le sue virtù ed i valori curativi, tutte le energie benefiche della natura sono ferme.

Ai tempi dell’ingenio il giovedì si vestiva una ceppa di platano, che rappresentava Olorun, gli si accendevano quattro candele e lo si vegliava.  Il venerdì si seppelliva la ceppa ed il sabato andavano a dissotterrarla. Olorun e Obatalá rappresentavano in questo caso a Gesù Cristo per gli africani ed i loro discendenti: e questi uomini e le loro oscure divinità, celebravano con gioia la resurrezione del Dio degli uomini bianchi.

Il monte durante la settimana Santa è teatro di fenomeni strani e di orrende apparizioni.

Si narra che su un monte vicino ad un certo paesino viveva un cimarron e che nessuna donna osava, il Venerdì Santo, salirvi, senza restare mutilata del suo petto, necessario al negro per alimentare la sua nganga e berne il sangue. Invano la polizia lo cercò e non si era neanche più sicuri che si trattasse di un morto o di un vivo. Ancora oggi questo schiavo cimarron appare in forma metà umana e metà animale, ai mayomberos che vanno li a raccogliere erbe e piante.

I negri più attaccati alle antiche credenze africane e lontano dalle pratiche cattoliche, fanno in questi giorni più attenzione a non gioire e festeggiare per alcun motivo. Non è consigliabile ridere, giocare, bere e perfino far vedere i denti questo giorno. Non bisogna maledire nessuno o si verrà puniti. Nessuno deve alterarsi in questa settimana e non bisogna sgridare i bambini. Sono giorni di assoluta astinenza: se una donna pecca e concepisce il Giovedì o il Venerdì Santo partorirà un bambino con il diavolo in corpo. Infine non si lavora, a meno che non sia per pura necessità.

Per rispetto del Signore, in casa non si fanno le pulizie, non si lavano i piatti, non si stira ne si cuce. Fare rumore è un’offesa per il Signore.


·        L’albero sacro per eccellenza

Chi ha vissuto a Cuba sa fino a punto è difficile abbattere una di queste piante che venera il nostro popolo. Un oscuro terrore impedisce al contadino di colpire con la sua ascia il tronco di una ceiba, qualsiasi sia il vantaggio che ne possa ottenere. Solo un temerario, un irresponsabile, acconsentirà ad abbattere una ceiba. I cubani sentono nella ceiba la terribile onnipotenza di Dio, la materializzazione di un mondo di spiriti; sono spaventati dalle forze occulte e soprannaturali che gli si rivolterebbero contro per vendicarsi. La maggior parte dei cubani si rifiuta di commettere questo atto di indiscutibile empietà che porta sempre, prima o poi, ad una disgrazia. Abbattere una ceiba è peccato, con tutte le aggravanti di un peccato mortale. La ceiba si vendica, la ceiba non perdona. Il credere nella sua santità trasmessa da generazione in generazione, è più forte che l’interesse, molto più che la necessità, a volte drammatica, di intascare una generosa ricompensa. Chiunque preferirebbe morire di fame e far soffrire moglie e figli, che abbattere una ceiba.

In ogni a caso all’Avana mai nessuno si permetterebbe di ordinare di abbattere l’albero sacro, visto che le conseguenze sarebbero terribili anche per il mandante. La ceiba non lascia mai impuniti i suoi assassini: se l’ascia non si abbatte rapidamente sull’aggressore, costui non tarderà a patire il rigore di una disgrazia ineludibile.

Tutti ancora ricordano l’abbattimento di una ceiba centenaria, santissima, che costò la vita a due uomini e ne mutilò un terzo e tutti gli altri che parteciparono al taglio dovettero fare ebbó, spendendo tutti i soldi guadagnati con quel lavoro.

E’ molto conosciuta a Matanzas la splendida ceiba del Central Socorro. Si racconta che l’antico padrone di questo ingenio, tutti gli anni il 17 novembre, regalava ai negri il migliore dei suoi torelli perché lo sacrificassero ad Aggayú.
                                                  
Quando vendette l’ingenio ad una compagnia americana, specificò che come condizione essenziale non dovevano dare fastidio ne alla ceiba, ne ai negri che la adoravano. Tuttavia gli americani decisero di abbatterla.

Nessuno dei negri dell’ingenio volle eseguire l’ordine, si cercò quindi altrove ed accettò l’incarico un negro di Santa Isabel de Lajas: non fece in tempo ad arrivare all’ombra dell’albero che una vespa, uscita dal tronco, lo pizzicò all’occhio. Il negro, che si vantava che a lui la ceiba non avrebbe fatto niente perché era di Santa Isabel, iniziò a gridare, forte, sempre più forte, fino a quando dovettero portarlo al manicomio, dove cieco e pazzo ricevette un ultimo morso ai genitali. Gli americani spaventati, rinunciarono al proposito e come il negro, non tornarono più a Central Socorro, dove ancora si trova, indisturbata, la ceiba centenaria.

In un altro paese, un uomo diede solo il primo colpo d’ascia ad una ceiba che dovette fermarsi per il dolore al fianco. In pratica l’ascia è come se avesse colpito a lui, la ferita andò in cancrena e dopo poco tempo morì.

Gli incidenti stradali spesso sono ritenuti causati dall’azione nefasta degli spiriti delle ceibas abbattute per facilitare la circolazione.

Nel parco della Fraternità all’Avana, c’è una ceiba, sotto la quale si dice che il generale Machado seppellì una nganga. Si dice che a Cuba non ci sarà pace e tranquillità fino a quando non sarà tirata fuori e distrutta questa nganga. Si dice che questa prenda sta vendicando il suo padrone della ingratitudine del popolo cubano.

Per tutti i credenti gli atti ufficiali che si celebrarono per inaugurare questa piazza (una volta Campo di Marte) hanno un carattere magico. Le frecce di ferro che adornano la cancellata che circonda la ceiba nel mezzo della piazza, sono quelle di Oggún, Elegguá, Ochosi, Alláguna, Changó e sono segni di Palo Monte (Nkuyo, Nsasi e Siete Rayos). La terra che fu portata per piantare l’albero (di ventuno luoghi differenti), le monete d’oro che si gettarono nel fosso, la presunta ingerenza del famoso Sotomayor un mayombero amico di alcuni influenti politici del tempo), sono indizi molto eloquenti del fatto che li c’è qualcosa, qualcosa di molto forte.


UKANO BECONSI


·        La ceiba e la società segreta degli abakuas o ñañigos

La ceibaukano beconsi – è considerata sacra anche dagli abakuás o ñañigos, i membri di una società segreta, negativamente famosa nell’ottocento, fondata nel paese (oggi quartiere dell’Avana) di Regla, ai margini opposti della baia dell’Avana, da schiavi e uomini liberi del Calabar.

“Mercanzia umana, pacchetti, pezzi” del Calabar, molti vennero a Cuba: abayas, suamas, eluyos, okankuas, isiekes, efís, áppapas, áppapas grandes, áppapas chiquitosbibís, “che erano il diavolo” – brinches e brícamos, tutti compresi nel termine generico di carabalis.

Uno dei molti viaggiatori anglosassoni che visitarono Cuba ai tempi della tratta e scrissero le loro impressioni, ebbero dei carabalís la stessa impressione che ci danno oggi molti negri che li conoscerono: “molto industriosi ed avari; dal temperamento irascibile e collerico. La maggior parte dei negri liberi sull’isola diventati ricchi, provengono da questa tribù”.

“Tutti avevano una botija (brocca di terracotta, utilizzata come salvadanaio). Il carabalí risparmiava. Erano attaccati. Molti divennero ricchi. Erano anche impuntati, non si poteva discutere con loro. Nervosi e sempre con rancore”.

Altri invece, li segnalano tra i più nobili e docili portati dai trafficanti di ebano (schiavi).

Docili o indomiti, attivi o fannulloni, la reputazione conquistata durante la colonia di cattivi ed arroganti, avari, risparmiatori e danarosi, resta indelebile nella memoria dei negri che li conobbero. “Quando un carabalí riscuoteva, conservava; mentre la maggior parte degli altri negri lo consumavano subito. I carabalís poi, riscuotevano sempre i loro crediti: non perdonavano mai i loro debitori!”.

Catalino, un mio informante, racconta che c’erano più carabalís liberi che negri di qualsiasi altra nazione: “perché erano più lavoratori degli altri e molto uniti”.

Qualsiasi siano stati i loro pregi o i loro difetti, va riconosciuto che i carabalís introdussero a Cuba il ñañiguismo (la massoneria), specialmente dai già citati áppapas, “che giocavano (svolgevano) nel loro antico cabildo Abakuá Efó senza volere inizialmente ammettere nella loro società ai creoli (negri nati a Cuba), fino a che questi, che erano loro figli, insistettero tanto che i genitori africani dovettero insegnargli e li autorizzarono a formare il primo partito (gruppo) di creoli, che s’impiantò a Regla, nella calle (via) Perdomo. A loro volta i creoli ammettevano i mulatti, ne tanto meno i bianchi”.

La occulta fraternidad (gruppo) con residenza a Regla e licenza ufficiale, era una reminescenza di quelle che esistevano ai tempi della tratta in Africa Occidentale e tuttora esistono, disseminate ed innumerevoli in tutto il continente nero.

Un vecchio ñañigo ci traccia così la genealogia delle società – potencias, tierras, partidos o juegos – di ñañigos, che sorsero durante i primi trent’anni dell’ottocento: Appapa, (Efó) (il fundamento degli abakuá a Cuba) ed Efí, le due potencias iniziali. Efó autorizzò a sua volta Efik Butón, che a sua volta autorizzò a Efik Kondó, Efik Ñumané, Efik Acamaró, Efik Kunakúa, Efik Efigueremo ed Efik Enyemiyá. Efí invece autorizzò Eforí Isún, Eforí Kondó, Eforí Ororó, Eforí Mukero, Eforí Bumá, Eforí Araocón. Sono queste le sette filiali o rami delle due potencias creatrici Efí ed Efó.

“Quando gli abakuá iniziarono ad incrementare”, mi racconta l’enkríkamo di una potencia Efor, “i bianchi pensarono che anche loro sarebbero potuti diventare ñañigos. Andrés Petit, lo stesso che fondò la Regla de Santo Cristo del Buen Viaje, entrò in negoziazione con i bianchi e vendette il segreto per cinquecento pesos. Grazie al suo tradimento i bianchi potettero diventare ñañigos e fondare la loro potencia, che chiamarono Acanarán Efó. Petit si difese dicendo che i bianchi dovevano essere ammessi se si voleva far durare il ñañiguismo a Cuba”. Da questa potencia, Acanarán Efó, nacquero tutti i successivi partidos misti di bianchi e negri. Tra i ñañigos bianchi che fece giurare Andrés Petit, c’erano molte persone di alto livello sociale: militari, cavalieri, aristocratici e cosi via. Però la verità è che a partire da quella data, iniziarono le rivalità e le uccisioni ed il vero ñañiguismo fu considerato finito. I ñañigos di San Lazaro se scontravano, dandosi alle mani, con quelli di Jesus Maria: parlavano i coltelli. Se un ñañigo del quartiere di Colón pugnalava uno di Jesus Maria, tutti quelli di Jesus Maria iniziavano le rappresaglie, per vendicare il loro fratello. Ciò succedeva anche per motivi molto più futili, quali litigi, scherzi, la danza, le donne e cosi via.

Un alto dignitario di un partito Efó mi enumera le potencias più antiche all’Avana: Efik Abakuá, Efik Ibondá, Efik Abarakó, Efik Ubane, Efik Uriabón, Efik Enclentati, Ekerewá Moní, Ekerewá Kamfioro, Guman Efó, Eforí Komón, Ibiabanga Efó, Muñanga Efó, Eforí Betongó, Eforí Barando, Eforí Bacocó (coloro che fecero giurare ai bianchi), Oru Appapa, Oru Abakuá, Abakuá Oru, Oru Bibí, Escorio Etán Oru.

Suddividendo i vari gruppi per quartiere si poteva disegnare questa mappa: nel quartiere di Jesus Maria, celebre negli annali della società ñañiga (ma anche di mayombe e della malavita in generale), c’erano i partiti Ibondá (nei due rami Efí ed Efó), Efó Kondondibó, Ekerewá Memi Efó. Anandibá Efó, Amiabón, l’illustre Ecoriofó ed il non meno illustre Ibiabanga, Enyemiyá Efí, Barondó, Oru Appapa; nel quartiere di Carraguao c’era Eforí Gumá; in Carlo III (los barracones, le baracche) c’era Eforí Encomo; nel quartiere Pueblo Nuevo c’erano Muñanga Efó, Betongo Efó, Appapa Umoni, Urianabón Efí; a Belén c’era Kerewá Icanfioro Efí, molto numeroso; in Sitios avevamo Usagaré Mutanga, Sangrimoto e Usagaré Munankere; nel quartiere di Atarés, Isún Efó; a San Lazaro c’era Ebión Efó; nel Vedado si trovava Embé Moró; a Regla c’erano tutti gruppi misti (formati da bianchi e negri) Enyegueyé Efó, Abakuá Efó, Iriondá Efó, Obón Tanze Efó, Abaracó Efí (primo e secondo), Efik Nurobia ed Efik Abakuá.

I gruppi Eforí Gumá, Ibondá, Kondondibó, Amiabón, Appapa Umoni, Uriniabón, erano costituiti da soli negri. Ebión, Kerewá, Icanfioro, Usagaré Mutanga, Akamamoró, Ekueñon, Eforí Onandibá Masongo, Otán Efó, Muñón Tete, Endibó Abasí Irionga, da negri e bianchi.

Attualmente la maggior parte dei capi della potencias sono bianchi, anche se ci sono partiti che permettono di giurare solo ai bianchi.

Questi dati bastano per dare l’idea dell’importanza di questa segreta fratellanza che conta migliaia di adepti, anche se le tierras non si estendono più a sud di Matanzas. I ñañigos stanno solo all’Avana e nella provincia di Matanzas. Nel resto dell’isola, non sappiamo per quale motivo, non è germogliato il seme abakuá.

Brujo e ñañigo sono termini che spesso confondono i profani: i primi sono stregoni ed i secondi sono i membri di una società massonica.

Altri suppongono che il ñañiguismo è il nome che ingloba tutte le pratiche o credenze religiose di origine africana che ancora professano i nostri negri, ignorando sicuramente che la sottoreligione o religione extraufficiale cubana, ai margini di quella cattolica ed in buoni rapporti con essa, è la Regla de Ocha, la lucumí, includendo in questo gruppo anche la Regla Arará e Dajómis (la quale a sua volta non deve essere confusa con il mayombe o la magia originaria del Congo).

Un devoto degli orishas può entrare tranquillamente in un gruppo abakuá senza dover rinnegare la sua fede e lo stesso vale per i cattolici e molti mayomberos.

L’Abakuá è una società di mutuo soccorso e di aiuto fraterno, di amore reciproco, che conservano ed adorano i segreti della società come lo adoravano i loro discendenti in Africa. I ñañigos sono massoni dell’Africa ed i cubani loro discendenti. Il ñañiguismo non è oggi quello che fu una volta, oggi chiunque, senza neanche accertarsi che sia un uomo, può diventare ñañigo. Non è vero che un abakuá dopo il giuramento doveva ammazzare il primo cristiano che incontrava. Il giuramento era di non rivelare il nostro segreto, non spargere il sangue del prossimo, non utilizzare armi taglienti. Si uccide gettando dai palazzi oppure con denti e mani. Quello delle vendette interne ai gruppi o tra differenti gruppi è una piaga che è nata con il tempo, ma non certo per obbligo della fede stessa. Il ñañigo doveva essere un uomo buono, caratteristica che andava dimostrata nei primi anni dopo l’iniziazione, non ci si doveva far manovrare dalle donne, non si poteva essere omosessuali, ne ladri o bugiardi, ne tanto meno avere le mani sporche di sangue. Se il ñañigo ha un soldo in tasca deve aiutare il fratello che non ne ha.

I gruppi hanno dei fondi cassa per le disgrazie, le malattie, incidenti e sepolture; un po’ come funzionava nei cabildos dei yorubas, ma, ci assicurano, che per aiutare i propri fratelli nessuno era più serio dei carabalís. Si aiutano le vedove, quando non trovano un altro uomo e gli anziani che perdono i figli che li mantenevano. Più si era poveri e più si era uniti nell’aiuto reciproco. Coloro che sbagliano vengono puniti, avvolte con la pena più dura, la morte, ma quasi sempre si correggono e riprendono la buona strada.

Come tutti questi particolari si ignoravano, gli strani diablitos o Iremes (ñañas), che nell’ordine hanno un carattere simbolico e religioso importantissimo, con le loro maschere impressionanti, popolarono di terrore l’infanzia della generazione precedente la nostra, così come i negri brujos, che per rubare il cuore, ci dicevano, sequestravano i bambini alla prima disattenzione della madre, turbarono i sogni infantili dei bambini già dall’era repubblicana.

In fine, senza il prestigio del mistero che, gelosamente conservato agli inizi della società, circondava i loro riti (Ñaitua) nel Fambá, Ecufón o Batamu, la stanza delle consacrazioni, dove brama l’ekue, incarnazione del mistico pesce che adorano i fratelli; di segreti impenetrabili e di giuramenti cruenti, il ñañiguismo, per un tempo seriamente minacciato e perseguito dalle autorità, conta attualmente un grande numero di affiliati dall’ermetismo un po’ più trasparente e non tanto turbolento e temibile come nel secolo XIX.

Le potencias, rami dei due tronchi iniziali Efí ed Efó, erano governati da quattro grandi capi.

La dignità più alta è quella dell’Iyamba – re –, nei partiti Efó e quella di Efiméremo Mocongo Obón, in quelli Efik.

Le cariche prendono il nome di plazas ed insieme ad Iyamba e Mocongo (rappresentante del potere militare) abbiamo, uguali per entrambi i tronchi, Isué (potere ecclesiastico) ed Empegó (potere legislativo o scrivano reale).A queste quattro figure principali vengono dati nomi diversi, ognuno alludente ad i tanti atti che andranno a realizzare nelle cerimonie.

Iyamba riceve i seguenti nomi: Iyamba Kekere Kuora Kaike Bongó, Iyamba Mosongo, Iyamba Nandokie, Iyamba Ña Moruá, Iyamba Kurrukié, Iyamba Eforí Sese Iyamba, Iyamba Mantereró, Iyamba Tié-Tié, Iyamba Queremí, Iyamba Becobeco, Iyamba Sangue Iyamba, ecc.

Mocongo invece: Mocongo Yabutame, Mocongo Yabuyabuya, Mocongo Masaúsa, Mocongo Beconsí, Mocongo Macoiko, Mocongo Guna Cambori, Mocongo Mauyo-Uyo, Chabiaca Mocongo Machebere, ecc.

Isué, il vescovo: Isué Eribó Engomo, Isué Yuntereré, Isué Nansese, Isué Sucuru Ekuán Tiyén, ecc.

Empegó, lo scrivano, l’uomo più serio dell’istituzione, il confidente di Iyamba e Mocongo: Empegó Mongobión, Empegó Acaribongó, Empegó Ekue Areniyó, Empegó Embara Nasabio, Empegó Ekue Iyamba, Empegó Unasora, Empegó Ten Combanté, ecc.

Seguono in ordine d’importanza le seguenti plazas:

o   Nasacó, il medico (rappresenta la facoltà di medicina), stregone ed indovino della società. Nasacó riceve i seguenti nomi: Nasacó Naguerembá, Nasacó Eribetán, Nasacó Kundimayé, Nasacó Tori Muñón, Nasacó Sacu-Sacu, Nasacó Namboroka, Nasacó Entieroro, Nasacó Tecombre Orosó, Nasacó Endimefán, Nasacó Beko-Beko, Nasacó Sume-Sume, Nasacó Ecumba Sororí, ecc;

o   Ayudante de Iyamba. Riceve i seguenti nomi: Isunekue, Isunekue Eribó, Isunekue Bongó, Isunekue Eran Eurabe, Isunekue Enkiko Guanemoto, ecc;

o   Enkríkamo, il cacciatore, il personaggio che si vede alla testa delle processioni ñañiga attraendo ad un diablito, l’Encóboro, con un piccolo tamburo. I suoi nomi sono: Enkríkamo Akuá Mañongo, Enkríkamo Guariniampo, Enkríkamo Cotobá Mañon, Enkríkamo Afónkoró, Enkríkamo Erumí, Enkríkamo Igwandocha, Enkríkamo Obón;

o   Mosongo, l’aiutante di Mocongo, capo delle forze, protegge nel suo bastone il segreto Abakuá. I suoi nomi rispettivamente sono: Mosongo Gwana Moto, Mosongo Guanaribó, Mosongo Okambomba, Mosongo Bakueri, Mosongo Basoraka, ecc;

o   Ayudante de Mosongo. Chiamato anche: Abasonga Barinde, Abasonga Afiémene, Abasonga Muna Mucatene, Abasonga Namoriguí, ecc;

o   Moruá, il cantore della potencia, cantore dei re, llamador (colui che attrae) di spiriti. I suoi nomi sono: Moruá Tindé, Moruá Eribó, Engonso Moruá, Yánza Moruá Empegó, Moruá Entoti, Morua Mocheté, Moruá Nangopobio, Moruá Erikundi, Moruá Fusanté, ecc;

o   Ekueñon, il boia incaricato dei sacrifici e d’introdurre nel bongó l’anima di Sikan. Riceve i nomi di: Ekueñon Tánkuebo, Ekueñon Arafembé, Ekueñon Sacará Erikundi, Ekueñon Changanake Fambá, Ekueñon Sanga Camina, Ekueñon Arokobo, Ekueñon Nasacó Iyamba, Ekueñon Sanga Kerobián, Ekueñon Encanima, Ekueñon Efión Favorikondo, Ekueñon Tiné-Tiné, Ekueñon Biaconsí, Ekueñon Yagasigamá, ecc;

o   Encóboro, aiutante di Isué, colui che da fede delle consacrazioni e guardiano dell’altare e del Sése. Viene chiamato anche: Encóboro Navarakuá Kisongo, Encóboro Bongó, ecc;

o   Ecoumbre, aiutante di Nasacó e maggiordomo del tempio e della stanza Fambá;

o   Encandemo, cuoco della potencia. Chiamato Encandemo Mituta, Encandemo Napigué;

o   Moni Fambá, portiere del Fambá;

o   Kundibón, il cassiere. Era anticamente l’incaricato di raccogliere i soldi dell’aguinaldo il famoso Dia de Reyes;

o   Coifán e Cofumbre: il sarto e il custode degli abiti della maschere, diablitos o iremes;

o   Moni Bongó, colui che custodisce il fundamento o Ekue ed in assenza di Iyamba, Isunekue ed Ekueñon, può “fragayar”, farlo parlare. Questa plaza, come quella di Isún Eribó, capitano di Abanekue, fu creata a Cuba. Moni Bongó è anche il capo dei tamburi del gruppo e suona l’Enchemi. Chi riveste questa carica deve essere un percussionista consumato;

Vediamo ora le plazas di Iremes o diablitos, che rappresentano gli spiriti:

o   Anamanguí, colui che officia nelle cerimonie funebri, “el muertero”;

o   Encamina, colui che porta al monte tutte le limpiezas (purificazioni) dei membri della potencia;

o   Aberiñan, colui che mantiene il capretto nel momento del sacrificio, va insieme ad Encamina al monte. Non può entrare nel Fambá;

o   Aberisún, colui che ammazza il capretto. Lo colpisce con un bastone sulla fronte. Lui lo ammazza ed Ekueñon gli prende la testa. Prima di uccidere l’animale, Aberisún s’inginocchia, guarda il cielo, fa il segno della croce, implora in silenzio, descrive un gesto di supplica con le mani e salta due volte sopra l’animale. Anche Aberisún non può entrare nel Fambá, infatti una volta ammazzato il capretto, bussa la porta, s’inginocchia, fa un segno della croce e va via;

o   Embolo, il poliziotto, protegge l’Ekue e l’Eribó. Ireme Embolo Fembe. Si vede nella processione ñañiga vicino ad Ekueñon;

o   Mirabá (rappresentato solo nella potencia Jurianabó), il guardiano del mare. Può essere presente nel Fambá;

o   Embema (carica ormai scomparsa da tutti i juegos), colui che ballava con tre corni, uno nel mezzo della fronte e con un guscio di tartaruga gigante come sombrero;

Embácara, il giudice, colui che condanna e detta i castighi. Abbiamo poi delle plazas che esistono solo in alcune potencias ed altre ormai scomparse. La figura di Mosco resiste solo nei juegos Oru Appapa, Oru Abakuá, Abakuá Oru, Oru Bibí ed Ocobio Etán Oru. Un’altra carica, onorabilissima, come quella di Abasí (Gesú il Nazareno), fu creata dagli abanekues (ñañigos dell’Avana o ñañigos creoli) ed è presente in tutte le potencias. Fu invece abolita la figura dell’Obón-Obonekue, carica molto ambita e per la quale erano richieste grandi conoscenze; solo individui molto capaci e savi potevano ricoprirla ed a causa delle rivalità, spesso sfocianti in violenze e vendette, fu soppressa questa carica.

Solo una plaza per le donne – quella di Sikán – la occupava nell’Oru Appapa, una donna che doveva essere molto anziana.

Attualmente nei juegos di Matanzas, è un uomo che riveste il ruolo di Sikán; ed in un juego dell’Avana, c’è Casikanekua, Sikán o Akanabionké, la mistica madre dei ñañigos, scelta da Abasí per dare origine alla segreta confraternita, simbolizzata nel Fambá da una bambola.

Tutti nel baroco rappresentano i morti. E’ come una rappresentazione di quello che facevano gli antenati abakuás morti in Africa e gli spiriti. Ogni plaza ha facoltà ed attribuzioni molto precise. Le nuove gruppazioni nate dai tronchi originari Efí ed Efó, nascono dall’accordo scritto di tredici obonekues che affiliano e riconoscono la nuova potencia. Costituita la nuova società, dovrà essere accettata da tutte le altre tierras esistenti in Efí ed Efó.

Però senza prima rendere omaggio alla ceiba, – per gli abakuás rappresentazione dell’Onnipotente, della Maestà Divina, de Abasí – i ñañigos non celebrano i loro misteri.

A mezzanotte in punto si recita questa preghiera ai piedi della santa pianta:

Entomiñán afomá sere ebión endafión umbrillo atrogo boco macaire nanumbre achené ebión asere ucano beconsí entomiñan sanga abakuá”;

si chiede quindi permesso al sole, alla luna, alle stelle, allo spirito del vento, alle nubi, allo spazio e si da inizio ai riti di iniziazione, che terminano alle sei della sera seguente.

Prima di “romper el plante” o festa ñañiga, un Indiobón, uno degli alti dignitari della potencia, Mosongo, Abasonga, Encricamo o Morúa Engomo, conduce l’indíseme – il neofito, nuovo figlio – alla ceiba, nudo dalla vita in su, scalzo e con gli occhi bendati.

In tempi veramente difficili per gli abakuás, quando eludendo la vigilanza delle autorità impegnate a perseguire tutto ciò che era il feticismo africano, era preciso jugar (celebrare i riti della società) nei solar (cortili) delle case dell’Avana, in uno spazio ridotto e riempiendo di carta le campanelle dei diablitos in modo che non suonassero allertando la polizia; si disegnavano con il gesso la ceiba e la palma, mentre il fiume Oddán (molti pronunciavano Oldán) si riduceva ad una bacinella piena d’acqua. Oggi i ñañigos, per celebrare le loro cerimonie possono scegliere il luogo che preferiscono, una ceiba ed una palma vere.

L’indíseme viene “preparato” insieme alla ceiba. E’ il primo passo dell’iniziazione. Morua Engomo, il maggiordomo di Empregó, si inginocchia davanti l’albero sacro, saluta il cielo e gli astri, si riempie la bocca di aguardiente e spruzza abbondantemente il tronco. Quindi lo spruzza nuovamente con vino secco ed infine, con un po’ di basilico bagnato in Umón Abasí, l’acqua benedetta della chiesa (Cufón Abasí). Dopo affumica con l’incenso il tronco e traccia su questo i segni simbolici. Il dignitario Ecoumbre, ai piedi della ceiba, presenta un gallo (enkiko) agli astri e l’Enkrícamo (oppure Moruá Yansa) chiama al diablito, all’Ireme Eribangandó, colui che purifica – limpia – con il gallo al neofita o i neofiti messi in fila a gattoni davanti l’albero. Terminata questa fase, Eribangandó o Encamina si attacca il gallo vivo alla vita a testimonianza che gli indíseme sono stati debitamente purificati. Questi galli con cui si toglie il male dei futuri abakuás, si lasciano poi liberi: cosa che per i semplici spettatori delle cerimonie costituisce un pericolo, in quanto si ritiene che i galli hanno assorbito tutto il male posseduto dai neofiti e lo vadano quindi spargendo in giro; succede sempre che qualcuno senza scrupoli catturi questi galli e li venda a basso prezzo.

Già purificati ai piedi della ceiba, gli indíseme (anticamente scelti tra coloro che si erano comportati in maniera irreprensibile negli ultimi due anni) vengono purificati nuovamente dall’Ecoumbre con un mazzetto d’erbe e finalmente, fatti rialzare. Moruá Engomo li raya (segna) disegnandogli con gesso giallo,  colore che simbolizza la vita, una croce sulla fronte, sul petto, sulle mani e sul dorso dei piedi, contornandole leggermente con gesso bianco, che simbolizza la morte.

S’inizia quindi, una marcia cantata molto conosciuta:

Indíseme Emparawaó Kendé Yo

Ed in fila, si dirigono alla stanza Fambá nella quale tutto è già pronto per la cerimonia: purificati i quattro angoli, puliti gli attributi sacri, la testa del gallo sacrificato posta sopra l’Ekue ed il corpo sotto. Prima di iniziare il rito iniziatorio, Ekueñon Tankén presenta un gallo al sole ed agli astri. Consegna il gallo a Nasacó, il quale purifica tutti coloro che officiano all’interno del Fambá. Si lavano le mani in un secchio d’acqua e contenente anche un osso, basilico, cenere, carbone, escoba amarga (un’erba), anamú e cardo. Iyamba chiama ad Ekueñon Tankeo perché sacrifichi il gallo e questi lo uccide con i denti, quindi presenta le offerte (cibo ed ogni tipo di frutta) e versa il sangue sul tamburo (l’Ekue). La testa si deposita sopra l’Eribó. Ekueñon, con un ekón, un obonekue che porta una campana ed un altro che mantiene una candela, abbandona il Fambá e va a cercare la voce dello spirito, di Akanarán, per condurla dal segreto. Ritorna e dice, dando tre colpi sul tamburo (ekue): “Ekueñon besún cán suabasí! Ya yo, ya yo!” e pronunciando l’ultima parola rompe l’ekue, comincia il pianto ed esce la prima processione. Ogni volta che sfila la processione si gira la testa del gallo. Ci sono due pentole – mokubas – con sangue di gallo, una per l’ekue e l’altra perché bevano gli iniziati.

Davanti la porta s’inginocchiano gli indíseme e Moruá Engomo traccia a terra un altro segno e firma. Si brucia altro incenso, si versa altro aguardiente, vino secco ed il composto di basilico descritto prima, poi Nasacó o il suo aiutante Ecoumbre, fa esplodere la polvere che conserva nel suo corno e che distribuita a terra lungo il segno, apre e schiarisce il cammino dei neofiti, portandosi via tutto il male.

Dopo aver fatto fare vari giri  verso destra ai nuovi figli, li si introduce nel Sanctasanctorum, il recinto dell’impenetrabile mistero abakuá.

Più nessuno si domanda cosa succede nel celebre Fambá o Batamu, protetto da Famba-Moni, il portiere che apre la porta all’Amanisón e dove li aspettano gli alti dignitari della potencia per farli giurare: Mocongo, Mosongo, Abasonga ed Ireme Encóboro il quale, quest’ultimo, darà fede del giuramento; Isué, che li battezzerà e l’Iyamba, nell’Efe-Ekue, fa continuamente “parlare” il segreto, l’oggetto sacro per il quale sono disposti a morire gli obonékues.

Peccò di curiosità e pagò con la morte la sua leggerezza la donna Sikán, che trovò nel fiume Oddán, in terra Efó, al pesce Tánze, “il segreto”, che era la materializzazione dell’Essere Onnipotente sotto forma di un pesce. Ed anche se fu una donna ad effettuare questo ritrovamento che diede origine alla società abakuá e grazie al quale il suo spirito si fissa nell’Ekue, l’adorato tamburo, le donne non possono assolutamente partecipare a questi riti. Di Tánze se ne impadronì il padre di Sikán, come vedremo più avanti, così come s’impossessò del Sese Eribó, che è dopo l’Ekue, l’attributo più sacro dell’ordine, in precedenza posseduto da un’altra donna: Arúmiga di terra Orú. Il re Lenimota inviò al guardiano del suo Famballín, Témen Cava, ad impossessarsi ad ogni costo del Sése, ed un canto ñañigo ricorda la tristezza di Arúmiga quando le fu rubato il suo tamburo: “Arúmiga, Sese Eribó, mi Sese Eribó”. Arúmiga di Orú ebbe la stessa sorte di Sikán.

Visto ciò, le donne devono accontentarsi di essere lontane spettatrici delle feste ñañigas, quando dopo le cerimonie segrete, queste si svolgono pubblicamente nei cortili o nei terreni deserti. Una volta, grazie alla deferenza di un Abasí e di un Mocongo comprensivi ed amabili, mi fu possibile presenziare ad un “enrollo” o “llanto”, l’interramento dei “derechos” di un defunto e del gallo morto, messo su di una tela con qualcos’altro di indicibilmente umano, che rappresentava all’abakuá scomparso.

Per quanto riguarda il Fambá, la stanza del segreto, impenetrabile per qualsiasi donna e tutte le persone non appartenenti alla società, devo rifarmi alle informazioni ed investigazioni del secondo capo della polizia dell’Avana, pubblicate nel 1882. Questo poliziotto secondo i racconti dei miei informatori, “era mayombero e abakuá giurato. Era brujo, conosceva le ewe e per questo non sbagliava mai un colpo. Però era un uomo giusto. Un grande poliziotto. Aveva in tasca tutti i malviventi e ñañigos più turbolenti del quartiere di Jesus Maria”.

La soglia insuperabile del Fambá è protetta dallo stesso principio millenario e conservatore, comune a tutte le società segrete magico-religiose, che consiste nel fatto che il profano ignori su che si basi e dove risieda il potere soprannaturale che conoscono solo gli iniziati, padroni e solidali per virtù di una consacrazione, dello stesso arcano o prodigio, come quello che Ekue, nel caso dei nostri ñañigos, implica per il monina o ñaito, membro della fraternità. Così nel Fambá non penetrano altri che gli iniziati, quelli che vanno ad iniziarsi ed i dignitari di altre potencias, invitati a presenziare le cerimonie in qualità di testimoni. La curiosità della gente è però, forte, e spesso ha cercato di penetrare o semplicemente interrogare i membri della società sui misteri contenuti nella stanza; quindi, se oggi resta poco di misterioso nel Fambá, è proprio grazie alle, prima piccole confidenze, poi rivelazioni vere e proprie, fatte dagli stessi membri. Da li i creoli prima e poi i bianchi, entrarono nella società e gli fecero perdere tutto il prestigio.

Il Fambá, nella casa di un Abasí amico e già scomparso, che ha messo a mia disposizione i testi sacri che non possono essere letti dai profani, e che per lo più risultano essere illeggibili, consta di un tavola ad uso altare, fissata nel mezzo della parete sul fondo della stanza, di fronte alla unica porta d’entrata. Su quest’altare l’Abasí, conserva alcuni oggetti sacri della sua potencia: gli Itón, – cetros – i bastoni di comando degli Obones (capi) della società e gli abiti degli Iremes o diablitos che ballano nelle cerimonie pubbliche e che non possono toccare le donne.

Nei giorni che giurano nuovi affiliati, in quelli dove vengono consacrata la plaza di un alto dignitario o quando si crea una nuova potencia, si appende alla parete, dietro l’altare, un panno colorato, che si sostituisce nella cerimonia del pianto (1) – onori funebri che si tributano ad un membro scomparso della società, chiunque abbia fatto parte della sua scala gerarchica – da un’altra tela nella quale è disegnato un teschio tra due ossa e quattro ovali. Sopra questa tela nera si tracciano con gesso giallo, le firme (gandó) dei re – capi – o Obones della società, rappresentanti i capi delle tribù o tierras che la fondarono in Africa: Efó, Orú, Efí, Bibí; a sinistra quella di Mocongo (Efí), al centro quella di Isué (Orú), a destra quella di Iyamba (Efó). Sotto la firma dell’Iyamba, firma Empegó (re della tierra chiamata, secondo gli storici abanekues, Mucando Efó, la prima ad essere consacrata), ancora sotto firmano Mosongo (re pastore, guardiano di Ubane), Abasonga (re di una tierra lontana di Orú) e per ultimo Abasí (carica, come già detto, creata a Cuba, in quanto si volle incorporare Gesú agli Abakuá e si creò una figura che lo rappresentasse. Quella di Abasí è solo una carica di rispetto e senza nessun compito, conferita ai più anziani per fare le veci, nel baroco, di Nostro Signore Gesú Cristo).

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(1)       Nell’ ”enrollo” o “ Ñampe”, la disposizione dell’altare varia. Dietro la tavola, la parete si copre con un panno nero che ostenta la firma Ebakurero dei lutti. Un altro panno nero copre la tavola: su di questa si trovano il tamburo di Empegó, “Cancomo Abasí”, che sostituisce il Sese Eribó, un crocifisso, l bastoni di Mocongo, Mosongo ed Abasonga ed una candela, la candela dell’anima. Nel suolo una pentola a testa in giù. Nella stanza ci saranno un Irere e Moruá.
In un’altra stanza contigua al Fambá, appare su un altro panno nero appeso sulla parete, la firma di Yebénden – teschio con quattro ovali – e la firma corrispondente al defunto abanekue, come dire, quella della carica che disimpegnava in vita nell’Ocobio. Un bongó nel suolo, un Ireme che piange in ginocchio ed un ñañigo di guardia. In una terza stanza, dove il panno sarà bianco, si tracciano le firme di Mocongo, Iyamba ed Isué. Sulla tavola, insieme al crocifisso, gli attributi sacri saranno coperti da piume in segno di lutto. Il Sese Eribó sarà posto su una pentola rovesciata e sopra il Sese alcune foglie di platano. A terra un bongó, tutti i “derechos” – gli stessi che tributò lo scomparso quando giurò – ed un altro obonekue come sentinella. Nella processione del pianto escono solo i bastoni di Mocongo e Abasonga.
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Sulla tabella dell’altare, alla sinistra, si traccia la firma di Mosongo; nel mezzo quella della potencia o di Nasacó, palma, ceiba o paloma (2) ed a destra quella di Abasonga. Al centro della tavola si colloca il Sese Eribó, un tamburo a forma di coppa , que non si suona, adornato con quattro piume di gallo o pavone reale, che simboleggiano le quattro teste, i quattro capi ed i quattro territori. Con il Sese, segreto di tierra Orú, si consacrano gli altri attributi sacri. Tutto diventa sacro al contatto con il Sese Eribó e solamente l’Isué – il vescovo – lo maneggia. Davanti al Sese non si possono fare sacrifici, ne si castigano gli adepti colpevoli di un qualche delitto (puniti con un determinato numero di colpo di bastone, determinativa Embóroko).

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(2)       La Paloma. Quando tutti i grandi uomini di Efí erano riuniti per dare inizio al “baroco”, videro che mancava il bongó e delegarono il re di Efí, Cunakua, di recarsi in terra Enyemiyá – la terra dei tamburi – a prendere un bongó. Costui compì la sua missione ed offrì il bongó ad Efiméremo (Mocongo). Cominciarono i festeggiamenti e giunta l’ora della consacrazione, Mocongo vide una colomba e domandò se non fosse stato uno spirito che veniva a partecipare con loro alla festa. Ekueñon disse a Nasacó di indovinare il perché di questa apparizione e Nasacó disse che non era un fantasma. Era una colomba, grazia ed immagine dello Spirito Santo. Ekueñon la prese e la presentò all’Ekue mormorando: Madre mia, ti presento questa colomba venuta da terra Orú, giunta qui per opera di Dio e dello Spirito Santo. L’Ekue suonò piano tre colpi ed Ekueñon lasciò libera la colomba. E tutti videro la colomba bianca dello Spirito Santo quando sfilavano in processione dal palazzo del re della terra Besundi ed i principi di terra Efó, Yambeke e Enyegueyé, portavano il fundamento.
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Alle credenze africane degli abakuá si sono man mano sovrapposte elementi cristiani, accentuati da creoli e bianchi sempre maggiormente; così vediamo il Sese Eribó assimilato al Santissimo e portato nelle processioni ñañigas dall’Isué, vestito come un vescovo, con mitra e sandali francescani.

Il Sese Eribó si adorna in base ai mezzi economici della potencia. Si riveste con pelle di tigre, che significa, come in tutte le Reglas, forza e potere, e lo si circonda con un anello d’argento o più semplicemente con perle e conchiglie.

Il calice della messa può sostituire al Sese Eribó.

Sull’altare, dietro al Sese, si espone un crocifisso che rappresenta Abasí, l’Essere Supremo, ed alla sinistra, appoggiato alla parete, il bastone del capo militare Mocongo, Mañene Itón, “Ordine e comando”, insieme a quello che si colloca a destra, vicino al Sese, un piccolo tamburo, ugualmente sacro come all’Ekue, che ostenta una sola piuma ed appartiene ad Empegó: il Cancomo Abasí. A destra del Sese Eribó, figura un bastone o cetro di Mosongo, Aprosemí Itón, ed insieme a questo, Besoco Itón o Sánga Mañón, quello di Iyamba. Questo bastone, chiamato anche “Juez y Parte”, rappresenta la massima autorità della società Abakuá, la direzione massima in ogni Ocobio Efor.

Con il cetro Sanga Mañon ordina, comanda e decide Obón Iyamba, padrone e guardiano di Ekue, del quale giunse ad impossessarsene – dice la sacra storia della segreta confraternita – per espressa volontà del cielo, e lo fece suonare per la prima volta nel fiume, sopra una pietra.

Per fabbricare il primo bastone, l’Itón di Iyamba, lo stregone Ña Nasacó “registrò” e vide nel suo specchio magico che nel monte Appapa Traume si trovava l’albero Besoco, fatto con il legno indicato per fabbricare il cetro dell’Iyamba di Efó, ed Iyamba e Mocongo andarono insieme nella foresta a tagliare un ramo di quest’albero.

Il bastone di Abasonga, aiutante di MosongoEñua Itón – l’Embákaradibó, rivestito di pelle di capretto e con il pomo di corona d’argento o di metallo, simbolizza la giustizia, impone il rispetto della legge e nei casi in cui si commette una mancanza, ordina il meritato castigo. L’infrazione di qualunque requisito di carattere morale richiesto all’adepto, è posto all’attenzione di un’assemblea che giudica e condanna in base alla gravità dello sbaglio.

Sull’altare si collocano anche, una calice di legno, Ñangaipe, che avvolte si adorna capricciosamente con incrostazioni di madreperla, che contiene l’acqua benedetta e il pezzetto di basilico e due candele.

In base al grado di sincretismo che raggiunge la potencia, l’altare viene ornato con candelabri e fioriere di metallo, gli stessi che decoravano le antiche chiese coloniali e che i ñañigos, anticipando gli antiquari americani, compravano dai curati che rinnovavano il corredo della chiesa.

A terra, davanti l’altare, si dispongono le offerte ed i tributi che paga l’indíseme quando giura (gli stessi che verranno poi offerti alla sua morte), e specialmente platano verde (atereñon), ñame (embiá), canna da zucchero (embolo), sesamo (mecrecré), sale (agresó), noccioline (embachán), ginepro (moto), pepe (dochán), pesce affumicato (condondó), jutía (encuco), una bottiglia di aguardiente (ocoró nimbá), una bottiglia di vino secco (ocoró besuá), carbone (ebionón), tre mazzi di legna (ibón), basilico (camemerú), erba escoba amarga (ifán), cardo (mendibá), gesso (engomo saracó), polvere (ekún) e tre pietre.

In un angolo della stanza, a sinistra, vicino l’altare, si trova il Famballín o Fekue, dove si nasconde, dietro una tenda che porta disegnata la firma di Isunekue, figlio di Iyamba, re di Ekuendube, il fundamento o segreto, Acanarán, madre degli Abakuás: l’Ekue ineffabile. Un tamburino. Isunekue alla pari che Iyamba può suonarlo e dargli cibo.

Davanti al segreto si colloca la tinozza in cui avvenne il miracolo. Dentro di questa, il pesce soprannaturale, manifestazione di Abasí, scodinzolando e brillando come una cometa che si fosse trasformata in pesce, emise il primo terribile suono. Come dire, testualmente, urlò spaventando a Sikán.

In linea retta alla tinozza, che custodiva l’Ireme Marimbá Cánkemo, pendono dalla parete destra i sacchi (afomiremos o cofombres) degli Iremes o diablitos, che sono i morti, gli spiriti degli antenati che vivono nel monte, e che si vedono ballare in tutte le feste abakuás.

Insieme all’Ekue si deposita la mocuba o pentolina che contiene il sangue del sacrificio e pezzi di tutte le offerte prima menzionate, sangue assolutamente indispensabile a che Iyamba o Isunekue, che hanno la facoltà di farlo, facciano parlare al segreto per il tempo che dura l’iniziazione. E qui tocchiamo il fondo del grande mistero abakuá che nascondevano ermeticamente i vecchi ñañigos e quello che più dispiace, ancora oggi, ad un ñaito degno, che sia stato svelato pubblicamente: Come si produce il muggito misterioso che per molto tempo fu il segreto impenetrabile dei ñañigos? Strofinando semplicemente dall’alto verso il basso con le dita indice e pollice un pezzo di canna (yin o guin), appoggiata nel centro del tamburo (nel “llanto” il dito si appoggia sul bordo di legno). E’ così che si ascolta la voce dello spirito di Sikanekua, che Ekueñon va a cercare nel monte e porta nel Fambá. Sikanekua parla attraverso l’Ekue, sua materializzazione.

Perché suoni il yin e condizione indispensabile che le dita siano umide, ed Iyamba e Isunekue le bagnano continuamente nel sangue del gallo contenuta nella pentolina (è possibile che il sangue aumenti la forza localizzata nell’oggetto sacro e segreto, che i profani non vedono, però sentono).

Una tenda nasconde l’interno del Fambá agli sguardi dei curiosi. Anticamente, vicino alla porta, si metteva un tamburo, l’Enkamao, sul quale l’ocobio chiedeva il permesso per entrare nel Fambá, pronunciando il suo nome. Al suo posto è rimasto un piccolo secchio di legno che contiene l’Anamabó, l’acqua benedetta dove si mischiano le sette erbe rituali: incenso, lino, pepe, paraiso, escoba amarga, cardo, anamú e basilico.

Alla fine gli Indíseme entrano nel Fambá, in fila, sempre bendati ed accompagnati ognuno da un ocobio che funge da padrino. Nel Fambá si trovano Empegó ed Enkrícamo, un altro figlio di Iyamba, il più piccolo e l’Ireme Encóboro, spirito che apparse alla prima consacrazione di attributi e cariche, che come abbiamo detto deve presenziare e dar fede di tutti i giuramenti.

Ireme Encóboro yumba sunaga arasandé”, dice l’Enkrícamo quando Encoboro entra nella stanza segreta e restando durante l’iniziazione, in piedi vicino al Sese Eribó del quale è guardiano. Sono presenti naturalmente, i capi della potencia a cui appartengono gli indíseme: Iyamba, Mocongo, Mosongo, Isué, Embákara, Ekueñon, Nasacó ed il suo maggiordomo Ecoumbre, Abasí Ocampo, Abasonga e l’Ireme Emboco.

Gli Indíseme s’inginocchiano davanti l’altare e salutano ai capi riuniti insieme a quelli delle altre potencias, che assistono a testimonianza del giuramento dei nuovi membri. I padrini si fermano dietro gli Indíseme ed è Mocongo che, impugnando il bastone, legge il regolamento, la legge della società e chiede, in spagnolo, se vogliono rispondere sinceramente alle sue domande. I cerimoniale è questo:

“Si, signore”, rispondono fermamente i neofiti alla prima domanda.
“Perché volete far parte di questa potencia?”, chiede Mocongo,
“Per difenderlo fino alla morte, per essere un buon fratello”, è la risposta.

I padrini ripetono in coro le parole di Mocongo ed alla fine questi gli fa baciare il suo bastone. Mosongo e dopo Abasonga, terminato l’interrogatorio di Mocongo, gli fanno baciare i loro di bastoni, l’Eñuá Itón e l’Aprosemí Itón.

Ed ogni volta l’Indíseme, ritualmente nudo fino alla vita come abbiamo detto, riceve una spruzzata d’aguardiente, di vino secco ed un colpo di basilico bagnato nell’acqua benedetta.

Isué li battezza poi con il Sese Eribó: appoggiando sulla testa di ogni indíseme il santo tamburo e recitando in abakuá per lungo tempo. Recita in fine il Padre Nostro abakuá, che conoscono tutti i negri di strada:

Atarabó guaso, macara guaso, mutasia chekedeke Mosongo, Obón Iyamba abairemo encaura enkiko bagarofia ata Efiméremo bakongo Abakuá;

ed un Credo:

Obón, Obón Abakuá como Ireme Yanusa Ireme Sanga Condo como niene aberitán afoco tentén maseri ocambó cambo yagasi Gabón.

Isué, sua eminenza, a questo punto della cerimonia, ripete più volte agli indíseme, che sono ancora in tempo per tirarsi indietro. Poi gli mette in mano il Sese e fingendo di non sapere, chiede agli indíseme:

“Che cosa avete in mano?”.
“Non lo so”.
Sese Eribó”.

Al sentire che si tratta del Sese Eribó lo baciano con fervore e per ultimo baciano il crocifisso e devono il sangue di gallo dalla pentolina. Viene tolta quindi, la benda che avevano agli occhi e si versano alcune gocce di cera calda sulle spalle.

Immediatamente dopo dell’iniziazione escono dal Fambá a ricevere le congratulazioni di amici e confratelli e ad essere scortati nella cerimonia. Segue quindi il sacrificio del capretto, con grande solennità, che si consuma nel patio e mai nel Fambá.

Encandemo, il cuoco della potencia, prepara un pasto di comunione che riproduce quello del primo baroco Iriate Acamañene Efik, celebrato in terra appunto Efik, con ingredienti che furono procurati in un luogo chiamato Agguanañongo Ecombre ed offerto da Obune Efike Kiñongo Endiagame di Ubane.

Questa cerimonia che attualizza, come tutte le feste ñañigas, un momento della storia mistica della società, si svolge così: quando Encandemo, il cuoco, ha preparato il pasto, manda a cercare lo stregone Nasacó in modo che questi possa assicurare che gli alimenti non siano avvelenati.

Nasacó esamina e mette la pentola a terra, precisamente sopra la firma di Empegó. Queste firme convalidano tutti i riti ed hanno lo scopo di ricordare e riaffermare quello che si fece in Africa alla nascita delle potencias. Sono evocazioni ed autorizzazioni sacre che danno forza a quello che si fa. La firma autorizza, consacra, certifica.

Di questo cibo, per niente appetitoso, che si compone dei resti del gallo sacrificato, di ñame, platano, canna, pesce, ecc., si separano due porzioni, che si pongono in due pentoline e si portano al monte ed al fiume, perché Sikán era un essere della terra e Tanze un essere dell’acqua, e perché così fu fatto quando la tribù dei Bibí di Efí, si unì a quella di Usagaré di Efó.

Messa la pentola sulla firma, Nasacó chiama a Isué, che a sua volta chiama gli altri membri a partecipare al pasto. Gli obones cantano alla pentolina: “bánbakó Mamá Nangariké” e ballano intorno ad essa con gli obonekues e l’Ireme Eribangandó, che prende un frammento dell’ala del gallo, del ñame, del platano, per offrirlo ai quattro venti. Moruá Yanza, il padrone dei canti, dalla bella voce, inizia vicino alla pentola i canti ed i balli che durano all’incirca un’ora.

Nel momento di mangiare si canta “Eribé macaterére” agli obones, che girando senza tregua intorno alla pentola, ricevono nelle mani il cibo che gli offre l’Isué. “Amana amana empaira” sono le parole che deve pronunciare Isué quando distribuisce il cibo di comunione agli ocobios ed ai nuovi ocobios.

Si apre la porta della stanza del mistero e spuntano l’Ireme Eribangandó, Nasacó e Moruá. Nasacó brucia un pugno di polvere nel palmo della mano per allontanare i spiriti maligni ed aprire la strada.

L’Isué si mette al centro reggendo il Sese Eribó tra Ekueñon e Empegó, entrambi con i rispettivi tamburi. Dietro seguono Mocongo, Mosongo ed Abasonga con i loro bastoni, e poi gli altri dignitari con candele accese e tra questi un obonekue che porta il calice dell’acqua benedetta, con il ramo di basilico per benedire e purificare. Quindi sfila Moní Boncó, il capo dei tamburi, con il tamburo Encheme e tre obonekues con tre tamburi più piccoli: il Biappa, Tete ndoga e Cuchiyeremá. Sono quest’ultimi che vivacizzano la festa. Con loro va un ocobio che suona a Ekón (la campana) e le marugas (erikundi). Un altro ñañigo suona la clave o palitos nel fianco del boncó Encheme.

Queste processioni si svolgono nel ridotto spazio di un cortile o corridoio della casa occupata dalla potencia.

Nelle ville di Regla e Guanabacoa, nel Polito o Pogolotti a Marianao, in alcuni quartieri di Matanzas e Cardenas, dove i ñañigos sono molto numerosi, se gli obones hanno influenza sugli amministratori municipali, specialmente vicino alle elezioni, la processione si fa per strada e ad essa si aggiunge il popolo, che facilmente infiammabile dai tamburi, marcia agitandosi aritmicamente e seguendo i cori.

E’ uno spettacolo incredibile, sconcertante per tutti quelli che reputano il ñañiguismo una vergogna nazionale, questo sfilare di scamiciati bianchi e negri, l’esporre il Crocifisso vicino un tamburo africano, la testa decapitata di un capretto ed un’arcaica pentola di terracotta. Per l’osservatore, precisamente per il carattere così primitivo e barbaro di questi riti che diventano di un interesse straordinario.

Il procedere, i gesti rigorosamente stilizzati – ogni gesto è una frase – degli ocobios vestiti da diablitos, che rappresentano gli iniziati morti in tempi lontani, la maschera immemorabile nella funzione religiosa ed in tutto il suo valore che li trasforma in astrattezze, in esseri irreali e sacri; la loro mimica e danza contemplata alla luce della magica notte di Cuba, è uno spettacolo di una bellezza straordinariamente strana, così fuori dal tempo, così remota e misteriosa che non può che lasciare fortemente impressionati a coloro che li contempla.

Non dimentico il terrore che gli Iremes, con i loro occhi bianchi da ciclope, incussero a Federico Garcia Lorca (scrittore spagnolo della prima metà del novecento), ne la descrizione delirante come una poesia,  che mi fece il giorno dopo l’aver presenziato ad un plante.

Se un Diaghilev fosse nato in questa isola, sicuramente avrebbe fatto sfilare i diablitos dei ñañigos per i palcoscenici d’Eurpoa.

Terminata la cerimonia del giuramento, la cui durata dipende dal numero di neofiti che entrano nella società, la stessa sfilata si ripete all’alba con i nuovi obonekues, che vengono presentati al sole nascente, con queste parole: “Abasí kesonga obonekue embremeri amaná corobé Efike (o Efó) baraoco”, ed alla ceiba, “immagine del santissimo”. E per ultima e terza volta, già al tramonto, quando finisce il juego, la processione esce di nuovo dal Fambá per rendere, tutti i fratelli insieme, un ultimo omaggio alla divina Ukano Beconsí (la ceiba).

Il giorno prima o la stessa mattina di una cerimonia, Nasacó chiede il permesso alla ceiba per preparare alla sua ombra tutte le pozioni che seppellirà ai quattro punti cardinali della casa dove si terrà la cerimonia, a protezione della stessa dalla polizia e da ogni possibile incidente.

Abbiamo già detto che ogni rito si realizza disegnando gli officianti le firme corrispondenti alla loro carica. La firma di Nasacó si traccia sul tronco della ceiba, perché tutto il suo lavoro si svolge sotto l’albero.

I giuramenti di obones – cariche che sono vitalizie – avvengono ai piedi della ceiba, perché il primo Mocongo giurò all’ombra di quest’albero e dopo consacrò ad Iyamba ed Isué. Mocongo fu il primo che verso sull’Ekue il sangue del capretto. Mocongo era marito di Sikán ed uno dei capi fondatori di Abakuá. Sikán prima di essere sacrificata, diede a Mocongo, secondo gli abitanti di Efí, il titolo di Masause, perché ricevette il segreto e fu sempre Mocongo che confermò la tinozza dove suonò Tanze, incarnazione dell’Essere Supremo, secondo la confusa storia dei ñaitos, che sarà forse compresa meglio nel capitolo riguardante la palma reale.

Empegó, lo scrivano, disegnò sulle radici e sul tronco della ceiba il simbolo del baroco e nell’occasione che si consacra un Mocongo, costui appoggiò la sua spada sul tronco. Ekoi-Mesón è il nome della ceiba dove Mocongó si addormentò e riposò prima di andare alla sua consacrazione. Quando si consacra un Mocongo, si porta alla ceiba il suo bastone, il sacrosanto palo-Mocongo. Fu Nasacó che rese magico questo bastone, preparandolo con l’aiuto del suo maggiordomo Ecoumbre ed in presenza di Isué, re di Afiama.

Per celebrare questa cerimonia, oltre al bastone, si portano alla ceiba due candele rituali che “illuminano l’uomo nella vita e nella morte” (s’intende, all’entrare nella società ed al morire in seno ad essa), il gesso giallo, “con cui si scrive quello che mai verrà cancellato” (i distintivi d’iniziazione sulla pelle dell’adepto), gesso bianco che simbolizza la morte, aguardiente, vino secco, acqua benedetta, basilico ed incenso.

In quel tempo, l’aurora degli Abakuá, Empegó per “rayar” a Mocongo, autorizzato da Nasacó, fabbricò il gesso della consacrazione con la terracotta gialla della collina Itiamo Canda e l’acqua di una laguna chiamata Jei, in terra Moconda.

Come allora e lo stesso oggi, nel tempo immutabile del rito abakuá, Empegó traccia il segno eterno del baroco con il gesso, recitando: “Asubuo aramiñon indora áñe”…

Vicino la ceiba aspetta di essere sacrificato il capretto della consacrazione di Mocongo, anch’esso dopo essere stato marcato con il gesso sui costati. Su entrambi i lati una linea orizzontale corre lungo il dorso, all’altezza della spina dorsale; nel mezzo una verticale che scende fino alla pancia e due ovali a destra ed a sinistra di questa linea. Questi sono gli occhi di Tanze o di Sikán: i due ovali si disegnano su tutti gli oggetti della liturgia abakuá e prendono il nome di iboco iro, quello a sinistra ed iboco eroco nimi, alla destra. “Il cerchio, Chabiaca, significa l’unione di tutti gli obonekues”.

Sulle corna si disegnano le croci di terra Efík (o gli ovali di Efó) ed il ramo stilizzato della palma. Ognuna delle zampe del capretto rappresenta una nazione o tribù di quelle che costituirono alle origini, la società: Efó, Orú, Efí, Bibí.

Questo capretto, Embori Sorobia, che portò Mocongo, re pastore di capre alla sua consacrazione e che sacrificò con Ekueñon ed Iyamba alla presenza di Mosongo, unendo i loro pensieri e vedendo insieme il fantasma di Sikán e giurarono di non rivelare mai i segreti della religione.

Mocongo disse, come dice tutt’ora: “Awana Embori Mocongo Ibañón”, e a cavalcioni del capretto ed impugnando il suo bastone Mocaitén, battezzato da Isué con l’acqua benedetta del fiume e cantando “Biwi biwi ponponté mi yaó”, entrò nel baroco, dove i tre obones lo ricevettero esclamando: “Mocongo Baribá condo sere condo unpón entón ñaña kuá kerefé”.

Nell’atto del suo giuramento Mocongo si chiama Mocongo Urá Cambori.

Mocongo Aricuá Aricuá, si chiama quando va al monte a cercare la sua canna;
Mocongo Forifá Aritá, quando penetra nel Fambá;
Mocongo Chabiaca Yabutame, quando sta davanti l’altare;
Mocongo Macheveré, quando sfila nella processione;
Mocongo Muchángana, quando va in guerra.

Ad una ceiba in terra Orú, Nasacó attrasse grazie alla sua magia lo spirito di un congo che fu sacrificato da Aberiñan e scuoiato per utilizzare la sua pelle come tappeto per l’Ekue.

In fine, la donna Sikán è condannata a morte da Embáraka sotto una ceiba, dove ascolta la sentenza appesa al sacro tronco.

Ukano Beconsí e Ukano Mambré, come vedremo dopo, sono i due alberi sacri della massoneria abakuá. “Essi autorizzano le nostre opere e tutto ciò che giuriamo, prima di entrare nel Fambá, ci si deve inginocchiare davanti la ceiba e salutarla”. La ceiba è di Abasí (Dio)”. Embori, il capretto, che si uccide con un colpo in testa Aberisún, viene prima consacrato davanti la ceiba.

L’uomo che giura come ñañigo, rende omaggio prima che davanti l’altare ai grandi della potencia, a Ukano Beconsí:

Asere ukano entomiñon beconsí sanga abakuá asere itia obón indiobón eteñe nefón abakuá bakánkubia”.


LA PALMA REALE

Il più popolare degli orishas, Changó, Alafi-Alafi re di Oyó e re dei re, Santa Barbara, è inseparabile dall’albero più bello e affascinante di Cuba. Changó Olúfina, come abbiamo visto, vive nelle ceibas, ma è l’incomparabile palma reale, che da al paesaggio dell’isola l’incanto della sua altezzosa grazia, fina e malinconica, ad avere l’onore di essere la vera casa di Alafi, la sua abitazione prediletta. E’ il suo trono e da li vede tutto quello che succede. Li suole manifestarsi nel suo aspetto più terribile, Changó Obayé. E’ padrone di altri alberi, del pioppo, dello jobo, del framboyán, del cedro e del pino: però la palma è il più rappresentativo della sua divinità. Il re del mondo che si veste di punzó, il negro bello che manga il fuoco, il dio del fuoco, dal ramo affilato e tremante della palma che si eleva al cielo, tira le sue frecce verso la terra.

Dove c’è una palma, lì c’è Changó che spicca tra i rami e seduto come sulla torre della sua ilé olódin (castello).

Questo germoglio che si eleva nel centro dell’arioso pennacchio che compongono le sue braccia, è un vero parafulmini che attrae le scariche elettriche. Changó, il tuono – l’artigliere del cielo – cade sempre sulla palma. L’associazione con il grande orisha, è inevitabile. Grazie al fulmine, che ogni anno distrugge un considerevole numero di questi alberi, soprattutto nel periodo delle piogge, Alábbi o palma reale ha, nella cultura religiosa del nostro popolo, un’importanza ed una sacralità quasi pari a quella della ceiba.

“La ceiba è del Santissimo; la palma, di Santa Barbara.”

La palma raccoglie il fulmine e lo conserva dentro, ha la potestà per catturare i fulmini. E’ l’albero di Changó Obakoso e molti devoti la confondono con lo stesso orisha.


·        Relazione tra Changó, Oyá ed Obba

Naturalmente per la sua parentela o affinità con Changó, anche altri orishas sono partecipi del culto che si rende alle palme reali, quali Oyá o Yánsa, Mamá-Oyá-ferékún, la Vergine della Candelaria, la padrona della scintilla, inseparabile e fedele concubina di Changó, seguendolo ovunque e combattendo al suo fianco in tutte le contese.

Oyá Obinidóddo è il braccio destro di Changó, ci dice una omó della santa. La donna che lui più ama e rispetta. Quando Changó esce a guerreggiare, lei gli è già davanti. Lotta sempre al suo fianco con due spade. Senza l’aiuto di Oyá, Changó sarebbe stato sconfitto molte volte, come nella sua prima guerra con Oggún.”

Oyá è dello stesso territorio di Changó, da Olorín saltò a Cuba. E’ figlia di terra Otá, però per seguire a Changó andò in terra Tákua.”

Oyá jécua jei yó ro obini óddo! Oyá wolenilé irá!

“Tutti gli orishas odiavano Changó e confabularono per fargli guerra senza quartiere. Changó lo seppe e disse agli altri orishas: “Venite tutti, che combatterò fino alla morte”. Oyá si sedette a contemplare la battaglia, mentre Changó lottava con un’ascia ed un machete, giorno dopo giorno e solo contro tutti. La battaglia si prolungava, Changó non ne poteva più e quando era sul punto di mollare, Oyá entrò nella mischia lanciando scintille e grazie a lei Changó ne uscì trionfante.”

La lealtà di Oyá, la sua fedeltà e costante abnegazione, non mancò a Changó in nessun momento della sua azzardosa vita.
Changó ebbe molti problemi: era un giocatore, un soldato, un debitore… Fu uomo e re, Alafín, prima di mutarsi in santo e salire al cielo. Tutti gli altri re delle altre tribù lo perseguitavano e gli dichiararono guerra per farlo fuori una volta e per tutte. Changó trascorse la sua vita facendo cattiverie, fuggendo e litigando. Ma Oyá è sempre ferma al suo fianco. Oyá e Dádda e Obañeñe, la sorella di latte di Changó.”

Una volta Oyá, che rappresenta anche il “Viento Malo”, il turbine, la devastante tromba d’aria, precede Changó portando la tempesta nella sua gonna, mentre l’orisha combatte lanciando fulmini, pietre e lanciando fuoco dalla bocca (Però Oyá essendo così rivoluzionaria e valente nella lotta e più fiera di Changó, è molto femminile, amante del focolare. Passa anni senza uscire, seduta in un angolo).

“Obakoso, Santa Barbara, quando era di questo mondo, fu il re di tutti i lucumís. Però era cattivo come il diavolo e nessuno poteva sopportarlo. Re errante, costretto sempre alla fuga. Da Oyó, dove commise molti orrori se ne andò a Nupé insieme ad Oyá. Li c’era sua madre, Yemayá. Quando credevano di essersi liberati di lui, essendosi finto morto, gli cadde in testa ed uccise tutti.”

Changó Eyéo combatteva lanciando dalla bocca fumo, fuoco e fulmini. Lottava anche con l’ascia, il machete ed un coltello a forma di mezza luna. Dove passava lottando lasciava montagne di cenere. Ainá yole omóbá! Rabbioso come nessun altro, uccideva chiunque gli si mettesse davanti. Per questo quando si possiede un pupazzo vestito da Changó mai gli si pone il braccio con la spada in alto. Si arma sicuramente”.

“Esiste un Changó più serio che va a cavallo, un altro che va a piedi ed un altro che fugge. Il più scandaloso e litigioso di tutti è quello di Tákua. Eshu ed Osain (suo padrino) andavano sempre con lui. Va di pari passo con Oyá-Yánsa, la donna di Oggún, rivale di Changó. Oggún la trattava male, mentre lei e Changó erano fatti l’uno per l’altra e così Changó la fece sua.”

Oyá era regina di Koso. E’ santa di corona, brava ragazza, come Obatalá, Oshún e Yemayá. Saliva al monte e cacciava animali come un uomo. Ha una sorella, Ayaó, vergine e che non si asienta (non entra in possesso della mente degli esseri umani), ma che si può nominare. Quando Oyá baja (possiede un essere umano) canta a sua sorella:

Abeokuta mó fi Ayaó
Abeokuta lú sangé

e viene ballato con una marcia. Ayaó proibisce il matrimonio, come Yewá, anzi per molte cose assomiglia a Yewá. I gangás la rispettano molto.”

Changó faceva quello che voleva e ad Obatalá arrivavano molte lamentele. Il vecchio affermava che la causa fosse che Changó crebbe lontano da lui, ma decise di fargli sentire il peso della sua legge; e così fu. Un giorno Changó attaccò il suo cavallo alla porta della casa di una donna, passarono Obatalá ed Odduá e se lo portarono via. Quando Changó chiese del suo cavallo gli risposero che lo avevano preso due vecchi ed uscì di corsa per recuperarlo. Obatalá lo vide arrivare e gridò: - Kunlé, foribale!

Changó sentì il peso della legge e si gettò a terra. Changó portava un eleke (collar) tutto di perle rosse ed Obatalá decise di combinarlo con perle bianche, così tutti avrebbero capito che era suo figlio.

Obatalá viveva in un palazzo che aveva sedici finestre; Obba, innamorata di Changó, disse ad Obatalá: digli che lo amo. Obba regalò un cavallo nero a Changó e lo lasciò nel cortile del palazzo.

Disse Obatalá – Guarda che ti ha portato Obba – e Changó rispose – bel cavallo ma la donna che mi piace è Oyá.

La donna legittima di Changó è Obba, come lui originaria di terra Tákua. Obba Yúru, Obba Guirielu, Santa Caterina da Siena o la Vergine del Carmine.”.

“E’ vero che Changó ha tre donne, Obba, Oshún ed Oyá”, diceva un vecchio santeros.

Obba, la prima della tre donne è “la principale, la signora, la donna di rispetto”; la sua gelosia ed un perfido consiglio di Oshún (altri dicono di Oyá), la condannarono a vivere lontana da suo marito, “il quale ha grande considerazione di lei, ma che non volle più vivere con lei da quando gli fece mangiare la sua orecchia.”

Obba pretendeva che Changó le fosse fedele. Un giorno si lamentò di questa cosa con Oshún, la quale gli consigliò di tagliarsi un’orecchia e farla mangiare al marito, così lui avrà un pezzo di te dentro di lui e ti amerà molto di più. Obba si tagliò l’orecchia, preparò da mangiare e chiamò a Changó. Il marito stava però con Oyá e quando si sentì chiamare subito corse da lei. La tavola era pronta ed Obba aveva la testa coperta con un panno bianco. Changó mangiò tranquillamente anche se domandò alla moglie perché non mangiasse, senza avere una risposta chiara. Appena finito il pranzo Changó andò da Oshún, che iniziò una polemica chiedendogli come mai un uomo elegante come a lui potesse vivere con una donna con tale difetto. Changó chiese subito di quale difetto parlasse ed Oshún gli disse dell’orecchia. Changó corse a casa e strappò il panno bianco dalla testa di Obba e vide che gli mancava un’orecchia; gli chiese come si fosse potuta mutilare e disse da quel giorno pur essendo sempre lei la sua donna principale, non avrebbe più vissuto con lei.

Obba cita Changó in giudizio ed il giudice che si occupa del caso è Ocha-Oko, San Isidro Labrador, che dirime le controversie tra santi. Changó spiegò il motivo per cui abbandonò Obba. Changó portò Obba in cielo e per questo che questa santa non baja, o se lo fa è solo per portarsi via un figlio. Come donna legittima di Changó è turbolenta come lui, che sempre si consulta con lei. Vive nel cimitero, sui bordi delle fosse.”

Colei che balla Obba, porta le mani alla testa nascondendosi le orecchie.

Dice Tata Gaitan: “Obba, parlando con Yemayá, gli disse di quanto fosse ghiotto Changó e della quantità di farina e quimbombò che doveva cucinargli, che passava molto tempo fuori casa e che fu abbandonata presto. Changó non voleva altro che batá (musica) e mangiare. In una delle sue assenze Elegguá, consigliò ad Obba di organizzare una festa; chiamò Changó e lo portò al batá preparato dalla moglie. Oyá andò a cercare Changó per portarlo via da quella festa ma lui non voleva perché si stava divertendo molto e gli fece vedere la testa del montone, Oyá si spaventò e fuggì. Obba per sacrificio e per tenersi legato il marito, si tagliò un’orecchia e la mise nel quimbombó. Però Changó vide l’orecchia nella pentola e se ne andò. Obatalá coprì la testa di Obba con un panno bianco che da quel giorno non si sarebbe più tolto.”

Obba ed Oyá sono nemiche da allora. “Obba che adora Changó (che si chiama Obbalubbé quando sta con lei ed Obadimelli, quando è nella terra di suo suocero Obatilá), non ha perdonato ad Oyá per il consiglio di tagliarsi l’orecchia. Vive appartata e nascondendo l’orecchia mancante. Molto rispettata custodisce la casa di suo marito.”

Però l’amante, la concubina ufficiale del dio del tuono, è gelosa quanto la sposa, Obba.

Changó è un donnaiolo incorreggibile. Una leggenda ci spiega perché la palma, più di ogni altro albero, è bianca dai fulmini.

Changó saliva su una palma e da li comunicava con i segni con le donne con cui aveva una relazione segreta, senza dubbi, per evitare i sospetti di Oyá e la sua terribile collera. Changó teme ad Oyá e prima di fare qualcosa che lei non vuole prende mille precauzioni.

Tuttavia, Oyá avvertì che Changó stesse facendo qualcosa di strano e cominciò a spiarlo: vide che saliva sulle palme con frequenza e decise di nascondersi anch’essa su una palma per vedere cosa facesse.

Changó vide che Oyá era nascosta sulla cima della palma e capì che sospettava qualcosa, fece finta di non vederla e riempì l’albero di lucertole sapendo che avrebbero messo paura alla donna, la quale, per difendersi dall’assalto di quegli animali, bruciò con una scintilla la pianta.

Da allora le palme sono vittima delle gelosie di Oyá.

Di questa leggenda esiste anche un’altra versione in cui Oyá non interviene. La lucertola, messaggero di Changó, non consegnò ad una donna corteggiata dal santo un piccolo regalo. La lucertola si mise il regalo in bocca e partì alla ricerca della dama, ma durante il cammino per errore, lo inghiottì ed il regalo non arrivò nelle mani della donna, che tanto lo attendeva.

Quando la donna si lamentò con Changó per non aver ricevuto nessun regalo, questi minacciò la lucertola di restituire il regalo e questa, sapendo di non poterlo restituire, scappò sulla palma; Changó arrabbiato lanciò un fulmine, che non colpì la lucertola ma bruciò l’albero.

In conclusione: Changó non perdonò mai la lucertola e da quel giorno lancia fulmini alle palme pensando che sui rami ci sia la lucertola.

“Quando viene il brutto tempo ed in lontananza si sente troneggiare, le lucertole alzano al cielo la zampetta in segno di perdono ed a mezzogiorno in punto scendono a baciare la terra, fanno una croce con la bocca ed immediatamente risalgono sulla punta della palma.”

Nel tempo i ganguleros, che amano la palma ossessivamente, si sono tramandati questo racconto (di origine lucumí) ed alcune volte, quando vogliono che Changó (Nsasi) faccia morire una persona, s’impossessano di una lucertola, gli aprono la bocca e gli fanno ingoiare un pezzo di carta con scritto sopra il nome della vittima designata. Si cuce la bocca della lucertola e la si rimette sulla palma tenendola legata per un filo rosso, legato all’altro capo ad un chiodo dalla testa quadrata fissato al tronco, attraendo poi sull’animaletto la collera del santo.

In un’altra leggenda Changó, grande ballerino e padrone del tamburo, olú batá, fu invitato a ballare meta, un ballo distinto dal bakoso, nel quale tutti i movimenti si accompagnano con le mani. Changó in quel tempo stava in terra mina e da li andò a ballare in terra tákua. Era, come ci è stato detto tante volte, indovino e guaritore e lasciò nel monte il suo até, il tablero per leggere i segni del destino, vicino la palma sulla quale abitava. Changó era sicuro che la palma avrebbe protetto la tavola in sua assenza. Tuttavia, dopo poco che se ne era andato, la palma si addormentò profondamente (non c’è albero più distratto della palma). Passò Orula e si prese il tablero.

Quando Changó tornò dalla festa, nel giungere alla riva di un fiume prossimo alla sua palma, incontrò Osain. Questo gli indicò l’albero, Changó non vide il tablero e capì; gli lanciò un fulmine e la bruciò e da allora castiga la palma perché non seppe difendere il suo tablero.

E’ possibile che ci siano molte cose vere in questi racconti, ma l’essenziale è che il fulmine colpisce le palme a causa di una connessione sacra e misteriosa.

In Africa l’albero di Changó è di un legno molto duro, chiamato Ayá, con il quale si costruisce un bastone (oché), impugnato dal santo quando scende sulla terra per ballare.

I congos chiamano al dio de tuono, Nsasi e Nkita e lo invocano anche loro nella palma reale. Gli ararás gli danno il nome di Jebioso.

Lo acclamarono e lo venerarono i popoli che castigò più severamente. Quando gli africani di tutte le tribù lucumís giunsero a Cuba, riconobbero Changó nella palma reale.


·        Patakkin di Changó

Changó nacque in terra Tákua, da li andò in terra Sabalú, poi in terra Dajomi (dove fu chiamato Jebioso) e quindi in Congo (dove lo chiamarono Nsasi).” Tutte le tribù di ogni nazione hanno Changó tra le loro divinità. Un adepto di Palo Monte, spiritista, ci racconta la sua versione della storia di Changó. “Changó dal cielo cade in Africa (i lucumís dicono che dalla terra salì in cielo per diventare orisha) e precisamente in Congo, dove viene allevato da Kalunga (la madre dell’acqua, che allevò anche gli Jimaguas) e diventa un ragazzo ribelle e attacca brighe, iniziò a combinarne di tutti i colori che Kalunga fu costretta a cacciarlo dal Congo. Changó prese il suo tablero, il castello ed il pilón ed iniziò ad andare ramingo. Sulla testa ha il castello, in una mano un’ascia e nell’altra un trapano (naturalmente a mano), nella cinta un machete. Vagando incontrò Orula e gli diede il tablero. Sapeva che Orula, uomo vecchio e serio, glielo avrebbe conservato per bene. Changó giunse in terra Yesa, dove viene acclamato da tutto il popolo e dove avviene un miracolo. Fu fatto re e prosegue ad indovinare il futuro con caracoles e cocco ed Orula conferma le sua profezie. Divenne re ed ottenne riconoscimenti in quasi tutte le terre. Per questo Changó è l’orisha che ha più caminos (avatares). Non si stanca mai di combattere, era crudele e per colpa delle sue guerre e violenze che fugge da un paese all’altro con uno schiavo che non lascia solo neanche un momento. Tutti i suoi nemici si unirono per sconfiggerlo, ma Changó batté a tutti.”

Quando Changó s’infuria , Yemayá cerca di calmarlo; Olofi intercede, altrimenti ridurrebbe in cenere il mondo intero. La bomba atomica è di Changó. Un’immagine della Nostra Signora della Mercedes, equivalente cattolico di Obatalá, deve stare sempre insieme a Changó per placarlo in qualsiasi momento.

“Una volta Changó stava leggendo il futuro in pubblico, uno zoppo lebbroso che ascoltava le sue parole gli domandò: “Perché non mi dici niente? Non vuoi leggermi il futuro?”, e Changó rispose: “Ti dirò. Mio padre mi ha detto che in questa terra ho un fratello ed un mezzo fratello, più grandi di me. Il mezzo fratello sei tu. Ascolta adesso. Dove sono nato non ho potuto vivere. Oggi mi chiamo Oni Changó, ma vivo in terra forestiera. Il tuo avvenire e la tua fortuna stanno lontano da qui. Gira le spalle e vattene, attraversa il monte ed incontrerai dove regnare.” Lo zoppo (si trattava di Babalú Ayé, San Labaro) allora chiese come potesse andare in giro per il mondo nelle sue condizioni e Changó si diresse da un altro uomo li presente (Oggún, l’altro suo fratello) accompagnato da due cagnacci, prese i cani e li consegnò allo zoppo. Oggún reclamò i cani a Changó (Oggún ha molti cani e Changó molti cavalli) e questa sua azione scatenò una guerra tra i due. Sono rivali. Entrambi molto poderosi, stanno sempre alle strette e per nulla si danno alle mani. Quella volta Changó per risolvere la questione lanciò un fulmine ad Oggún, che lo deviò con un pezzo di ferro che aveva in mano (probabile origine del parafulmini). Changó quindi, lanciò un altro fulmine sulla sua officina di fabbro e la riempì di fumo. Anche se Oggún è risoluto come Changó, non se lo aspettava e si spaventò. Intanto Babalú Ayé attraversava la selva protetto dai due cani, verso la direzione indicata da Changó e quando arrivò in terra Ararás si stese a dormire vicino la porta di una casa. Nella notte un ragazzo lo svegliò, aveva il corpo pieno di piaghe come lui; gli disse “Come devi soffrire con quelle piaghe. Devi soffrire quanto soffro io.” Babá gli chiese: “Desideri essere curato?” ed il ragazzo con molta fede rispose di si. Babalú gli chiese della farina, burro di corojo ed un sacco di zaraza. Fece un pane con la farina, lo ammorbidì nel burro e gli cosparse tutto il corpo con quel pane. Bruciò gli abiti del ragazzo e lo vestì con il sacco. Una volta terminato gli diede il pane e gli disse di andare a casa e di inchiodarlo dietro la porta, dopodiché si sarebbe dovuto denudare davanti la madre. Quando la madre vide il corpo del figlio completamente risanato, gridò il miracolo a tutto il paese e tutti poterono comprovarlo. San Labaro, così come gli aveva augurato Changó, regnò in Dajome e fece riconoscere suo fratello con il nome di Jebioso.”.

Un altro olocha racconta:
“Nel periodo che Changó era un vagabondo, senza tetto, ma con tante donne ed innamorato di Oyá, lo sorprese la notte durante il suo cammino. Cercando un luogo dove fermarsi, la prima casa che incontrò fu un castello. Quel castello era di Babalú ayé. Chiese ospitalità ed il vecchio gliela concesse. Quando la mattina dopo si svegliò, essendo Changó avvolte traditore, disse a Babalú: “Vattene e lasciami il castello. Ormai è casa mia.”, e San Lazzaro rispose “non può essere, combattiamo. Il mio castello me lo dovrai togliere con le armi.”. Changó non avendo armi in quel momento andò da Oyá a chiedere di combattere al suo fianco. Il giorno dopo i due, si presentarono alla porta del castello pronti al combattimento. Babalú ayé si avvolse in un mantello, apri la finestra e la scintilla di Oyá entrò, incendiando il castello e costringendo Babalú e le sue truppe ad abbandonarlo, lasciandolo nelle mani di Changó.”.

Per questo ai tempi dei cabildos Changó, spesso non permetteva di fumarvi dentro, in quanto solo lui poteva cacciare fumo dalla bocca e dal naso.


·        Changó ed Oyá

Sono tanti i servigi che Oyá gli prestò nel corso della sua girovagante vita, durante la guerra senza quartiere che alla fine tutti gli dichiararono.

“Una delle volte che dovette nascondersi dai suoi nemici, in quanto se fatto prigioniero gli avrebbero tagliato la testa, andò in casa di Oyá. Assediarono la casa senza lasciare vie di fuga. Quel giorno Changó vacillò; Oyá si tagliò le trecce e gliele mise, lo vestì con i suoi abiti, lo adornò con le sue prendas, i suoi collares, anelli e bracciali, e fece girare la voce che sarebbe uscita per una passeggiata. Avendo lo stesso fisico, Changó uscì vestito da donna, camminando come Oyá, salutando con la testa, facendo molte cerimonie e senza parlare a nessuno. Per i capelli lunghi, i vestiti ed i movimenti, nessuno sospettò che non fosse Oyá Ayabba in persona. I nemici di Changó, molto rispettosi, cedettero che fosse la santa, gli aprirono il passo e Changó poté scappare. Quando non c’era più pericolo, uscì Oya, quella vera, ed i nemici di Changó rimasero increduli che Changó gli fosse scappato davanti i loro stessi occhi.”.

La Santa Barbara che si adora nelle chiese è Changó vestito da donna.

“Un’altra volta, da terra Mina andò a Tákua per uccidere un feroce animale che stava ammazzando tanta gente e nessuno riusciva a fermarlo. La gente gli chiese perché fosse venuto, pensando che si sarebbe fatto ammazzare anche lui dalla terribile fiera. L’animale ruggiva e la terra tremava, divorava le donne, ma Changó non volle ne un soldato per affrontarlo. Da solo e corpo a corpo, lottò e lo ammazzò:

Kaui Kaui Maforilé
Ke eñi Aladdo, titila eyé

Erano i versi cantati da Changó, lanciando vampe di fuoco dalla bocca, una volta ucciso l’animale.”.

“Ipocritamente, nelle terre Tákua e Tulempe facevano festa a Changó, le donne lo desideravano alla follia, mentre gli uomini lo odiavano. Ad una festa lo prendono e lo rinchiudono in una cella con sette mandate di chiave. Changó aveva lasciato il suo pilón (l’ascia) a casa di Oyá. Passarono i giorni e vedendo che Changó non tornava, Oyá mosse il pilón: guardò e vide che era prigioniero. Dal carcere, Changó sentì che qualcuno stava utilizzando il suo pilón e pensò che nessun altro oltre Oyá sa come utilizzarlo, ed iniziò ad emettere tuoni a ripetizione. Oyá accende il suo braciere ed inizia a ochiché (stregare). Oyá samaterére, Oyá samaterére! Ma il canto non la accompagna e la fiamma la brucia, quando s’accorge che non funziona, cambia canto:

Centella que bá bané
Yo sumarela sube,
Centella que bá bané
Yo sube arriba palo…

Non dice che queste parole, che il numero sette si forma nel cielo. La scintilla rompe le sbarre della prigione e Changó esce. Vede ad Oyá che giunge dal cielo nel vortice e lo porta via da terra Tákua. Fino a quel giorno, Changó non sapeva che Oyá possedesse la scintilla. Da quel momento iniziò a rispettarla.”.

Spesso negli altari popolari i rami di una piccola palma di ottone, sostengono un soldatino di piombo che rappresenta Changó. Le palme giocattolo non mancano mai in questi altari come simbolo tradizionale del dio del fuoco e della guerra.


·        Changó ed Aggayú

Condivide la palma reale, oltre che con Oyá, con il grande orisha Aggayú, Brazo-Fuerte. Aggayú solá, Aggayú lari, San Cristobal, San Cristoforo, Babadina, il padrone della terra e del fiume. Fratello maggiore di Changó per molti vecchi; suo padre, e questa è la versione più corrente, per molti altri. Aggayú era talmente temuto e rispettato che lasciava sempre la porta della sua casa aperta. Nessun avrebbe mai osato ad entrarvi. Aggayú la teneva sempre piena di frutta, dopodiché anche il fiume, le terre e le praterie sono le sue.

Changó si mise in casa di Aggayú, mangiò di tutto, quando si saziò si mise a dormire tranquillamente sulla stuoia. Quando Aggayú tornò dai campi, trovò quel negro riposando tranquillo. Lo prese e lo gettò nella brace, ma Changó non ardeva e quindi lo portò in spalla alla riva del mare, per affogarlo. Nel mare appare Yemayá Konlá, madre di Changó, che disse: “Che fai Aggayú?! Non puoi uccidere nostro figlio!”. Aggayú quindi rispose: “Sulla terra io sono il più prepotente di tutti e tu, Changó, lo sei quanto me. E’ la prova che sei mio figlio.”.”

Tuttavia, molti vecchi credono che pur considerando Changó figlio di Aggayú, è allo stesso tempo suo fratello, in quanto entrambi figli di Obatalá. Changó rispetta talmente ad Aggayú che se sta per combinare una delle sue e vede che è presente Aggayú, abbassa la testa. Basta che il grande orisha, grosso come i pilastri del cielo, si pianti al suo fianco e lo guardi severamente. Con uno sguardo gli fa capire tutto. Pur essendo la palma reale il trono di Changó Lúbbeo, erede legittimo ed universale di Obatalá, è anche proprietà di Aggayú, in quanto tutto ciò che è del figlio, è anche del padre. Oké, la montagna, è il bastone di Olofi, mentre la palma reale è il bastone di Aggayú, come lo è anche la ceiba. Aggayú e Changó sono due in uno, adorando all’uno si adora anche l’altro. Quando un affiliato di Changó è abbattuto, prega ad Aggayú. Aggayú concede a Changó il diritto sulla palma reale ed entrambi vi imperano. I due si vestono uguale. Entrambi sono re. Hanno lo stesso temperamento, collerici e bellicosi, soprattutto Aggarí, un Aggayú molto antico.
Sono due santi che non si possono separare e che mangiano le stesse cose; al iyawó che gli si asienta Changó come Angel principale, riceve allo stesso tempo o dopo Aggayú; come colui che riceve Yemayá non può rifiutare di ricevere Olokun. Ai figli di Oshún e Changó, è necessario fargli oro prima che ricevano Aggayú.
La pietra di Aggayú, quando riceve il santo un figlio di Changó o di Yemayá, non viene poggiata sulla testa, ma solo sulla spalla dell’iyawo. Mentre la pentola destinata a ricevere Aggayú, ha due corni, quattro pietre e diciassette piccole zucche. Siccome è padrone del fiume, la sua pietra resta nove giorni sommersa nell’acqua. Una figlia di Oshún porta il neofito a cercarla al fiume ed in questi giorni, li stesso gli si fanno le offerte.


·        Changó e Yemayá: l’incesto

Sulla paternità di Aggayú nei confronti di Changó viene detto quanto segue:
“Il padrone del fiume, Aggayú, ebbe una relazione con Yemayá, dalla quale nacque Changó. Yemayá abbandonò Changó, il quale fu raccolto da Obatalà, il quale lo crebbe, lo riconobbe come figlio e gli mise un collar bianco e punzó, disse che sarebbe divenuto re del mondo e gli costruì un castello. Changó fino a quando non diventò uomo non seppe chi fosse la madre, quando un giorno cercò di innamorare Yemayá. La Virgin de Regla, avvertita da uno schiavo che si era accorto delle intenzioni di Changó, gli disse la verità e dopo un attimo d’incertezza, questi si gettò ai suoi piedi piangendo. Oshún tanto meno sapeva che Changó fosse suo nipote e vi ebbe una relazione.”.

Yemayá, anche se non fosse la madre carnale di Changó, lo adora come un figlio, visto che altre versioni sostengono che fu concepito da Obatalá, che fu poi costretto ad abbandonarlo in quanto frutto del peccato. Yemayá si occupò di crescerlo. E’ sua madre di latte.

Yemayá partorì sedici ocha e tra questi Alafi

“Ci sono misteri religiosi di cui non si può parlare. Yemayá ama talmente Changó, che essa stessa lo fece uomo, essendo stata sua amante. Gli insegnò a ballare e non voleva che ballasse con nessun altra donna. Orula, che era suo marito, fu geloso delle preferenze di Yemayá verso Changó. Con Oggún, altro marito di Yemayá, successe la stessa cosa e per questo motivo ci fu guerra tra i due.”.

In un altro racconto di terra Mina, Yemayá non commette incesto, ma da una buona lezione a suo figlio.

Changó giunse nella terra di Yemayá e senza sapere di essere il figlio, cercò di conquistarla ad una festa. Yemayá gli confessò che anche lei lo amava e lo invitò a casa sua, segnalandogli il mare in lontananza. Changó pur confessando di non sapere nuotare, arrivò fino alla sponda del mare, salirono in una barca e Yemayá remo fino a giungere in alto mare, dove non si vedeva più la costa. Yemayá si tuffa e s’immerge fino al fondo, provoca un’onda gigantesca che fa rovesciare la barca, gettando Changó in mare, il quale tenta di aggrapparsi alla barca rovesciata nella speranza di non affogare. Yemayá torna in superficie a vedere cosa succede e vede Changó disperato che grida e le chiede aiuto, ma lei tranquilla, ride e non lo soccorre. In questo momento arriva Obatalá, in piedi su di un serpente marino e dice: “Adyaguá è omoddukué Orissaggo” (Yemayá, non permettere che tuo figlio muoia!) e Yemayá risponde: “Alákátta Oni feba Orissa Nigwa.” e quando Changó non ce la fece più, lo sostenne e gli disse: “Ti salverò ma d’ora in poi rispetta a tua Iyá (madre).” E quest’ultimo: “Cofieddeno, Iyá mi!” (Non sapevo che eri mia madre), rispose Changó. Yemayá addirizzò la barca e lo aiutò ad entrare e Changó, davanti a lei ed Obatalá, chiese: “Chi mi ha messo al mondo?” ed Obatalá: “Yemayá, io ti ho cresciuto ma lei ti ha partorito.” Changó e Yemayá si abbracciano nel mare e quando c’è un batá e scendono entrambi questi due orishas, Changó dice: “layé layé mi ságguo” (nel mondo non c’è santo più grande di te), e s’inginocchia ai piedi della madre. Changó rispetta Yemayá e Obatalá, che lo calmano quando lui s’arrabbia.”.


·        Changó ed Oggún

Di un tema così scabroso come quello dell’incesto, non piace parlare a molti anziani, che quasi sempre cambiano discorso. Tuttavia, dopo aver cercato inutilmente di far parlare Gabino, i cui antenati eggwaddós, che conoscevano il mare, erano molto devoti di Yemayá, un giorno per riabilitare Changó o per rispetto, aprì il discorso spontaneamente.

Changó non disonorò sua madre, anche se sua madre naturale fosse stata Yemayá. La donna del vecchio Obatalá Ibaíbo, Iyemmu era la madre di Changó ed Oggún, e lo sporco fu quest’ultimo. Il vecchio si era accorto delle particolari attenzioni che Iyemmu rivolgeva ad Oggún. Tutto il meglio lo conservava per questo suo figlio, ogni cosa era poco per lui, a cui rivolgeva persino più attenzioni che al marito. Babá s’insospettì, quell’affetto gli sembrava più di una donna innamorata che non di una madre ossessiva.
Un giorno Babá uscì a fare un giro per i campi. Aveva un gallo bianco quindicenne che quando lui non era in casa lo avvisava se fosse stato il caso di tornare, altrimenti gli raccontava quello che succedeva in sua assenza. La casa di Babá aveva una sola porta. Appena Babá se ne andò apparve Oggún, si barricarono in casa e Yemmú andò a letto con Oggún.
Da lontano, Babá sentì il suo gallo che gridava: “Oggúndadié!...” e che batteva le ali. Ritornò e vide la porta di casa chiusa ed il gallo agitato, sbattendo le ali. Yemmu, sentì il chiasso fatto dal gallo e disse ad Oggún: “Lasciami che Ibaíbo sta arrivando”. Quando Babá entrò nella casa vide il letto in disordine e si accorse degli occhi di Yemmu; a sera gli disse: “Domani prepara il mio sacco con i viveri che devo andare molto lontano”. La notte Yemmu fece molta attenzione a soddisfare i desideri di Obatalá, quindi gli preparò il sacco ed in piena notte uscì a salutarlo. Ma il vecchio non si allontanò molto, dopo un po’ tornò e si nascose dietro un cespuglio vicino alla casa. Arrivò Oggún: “E Babá?”, “Starà fuori tutto il giorno, approfittiamone”. Babá attese un po’. Il gallo iniziò a cantare: “Oggúndadié! Oggúndadié! Oggúndadié!” e Babá piano piano arrivò alla porta e bussò. Bussò ripetutamente ed alla fine Oggún risponde con malumore: “Chi è? Se ne vada che devo dormire”, ma il gallo sbatte le ali talmente forte e continua a gridare “Oggúndadié!”, che Yemmu dice ad Oggún di vedere chi fosse a bussare. Oggún si alza, toglie il lucchetto ed apre appena un po’ la porta. La faccia del padre appare davanti a lui; si lancia a terra e chiede perdono: “Perdonami signore mio, castigami di giorno e di notte”. Babá gli rispose: “Tu stesso ti condanni, fino a che il mondo sarà mondo, non potrai più riposare, ne di giorno che di notte” e Yemmu gli disse: “Perdona anche a me, Ibaíba” e Babá “Va bene figliola, ciò non ha importanza, capisco che sono molto vecchio, ma d’oggi in poi sulla tavola di casa mia dovrai mettere tre coperti, il mio, il tuo e quello di Oggún, per ricordarti della tua colpa.”. Quando Oggún offese suo padre, Obatalá fece uscire a Changó, che era un bambino, dalla casa; per evitare che seguisse quell’esempio. Lo portò a Obañéñe, ma questa lo portava tutti i giorni dal vecchio a visitarlo; il bimbo baciava sempre suo padre e quando alcune volte non baciava a Yemmu, Obañe gli diceva: “Alafin, perché non baci tua madre?” e Babá rispondeva: “E’ sufficiente che baci me.”. Changó si rese conto che Ibaíbo e Yemmu, anche se vivevano insieme, non erano più una coppia ed una volta chiese a suo padre il motivo di quella situazione. Babá gli promise che gli avrebbe raccontato tutto una volta adulto e così fu.
All’età di diciotto anni, tutte le sere Changó andava ad un gala, essendo lúbbeo (principe), con il seguito, parasole e tamburi. Mentre Oggún, condannato a lavorare ad ogni ora, giunse la sua ora, perché Oyá s’innamorò di Changó, il quale era deciso a vendicare suo padre. Changó andò a casa di Oyá, la chiamò e la portò fino a casa sua. Obañéñe ricordò a Changó che si stava rubando la donna di Oggún e Changó disse: “Se Oggún è uomo che venga a riprendersela”.
Ora forse capirà che di alcune vicende dei santi non si possono dare troppe spiegazioni, perché sono cose di cui è proibito parlare. Chi ne è a conoscenza lo sa e se ne sta zitto.
E’ come quando si sente dire che Changó riposò nel cetro per esempio, capisce, perché non si può dire che Changó…riposò.”

“Quindi non si può dire che Changó morì?”

“Non lo dica. Ora capirà anche perché Oggún e Changó sono due santi sempre pronti a combattersi e che quando s’incontrano nel cabildo, Oggún beve aguardiente per dimenticare. Se poi lo sputa a terra può formarsi un litigio tremendo, perché ubriaco sempre sfida a Changó. E’ la sua idea fissa. Tutte le loro guerre nascono dal fatto che Changó non ha mai perdonato al fratello per quello che ha fatto al padre e Oggún a Changó perché gli ha rubato la sua obini (donna)”.

Obañéñe o Bayoni, la sorella di Changó, una santa molto elevata, che non baja, fu sempre molto devota e fedele a suo fratello.

In un’altra versione della stessa storia Obatalá vive con la sua donna, Yemmu, ed i suoi figli Oggún, Ochosi, Elegguá ed ha una sentinella Osun. Oggún era il figlio preferito della coppia, in quanto il più lavoratore di tutti ed i fratelli erano obbligati ad ubbidirgli. Oggún però s’innamorò di sua madre e diverse volte giunse quasi al punto di violentarla; però il piccolo Elegguá, lo vigilava ed avvisava Osun, che arrivava all’improvviso ed intimava ad Oggún di fermarsi.
Oggún capì che Elegguá, che va sempre ficcando il naso dappertutto, aveva raccontato l’accaduto ad Osun ed inventando un pretesto lo mandò per strada. Elegguá però restò all’angolo, girando intorno la casa senza però entrare e senza perdere di vista ad Oggún, il quale tirava mais a ripetizione ad Osun per non essere scoperto. Mentre Osun mangiava, lui approfittava del momento per abusare della madre, consenziente, tutti i giorni alla stessa ora. Oggún chiudeva la porta di casa, lasciando fuori Osun a riempirsi la pancia di mais e via.
Elegguá aspettò Obatalá e gli disse: “Babamí sono molti giorni che non mangio. Oggún mi ha castigato lasciandomi per strada, in modo che non possa vedere le cattiverie che sta facendo ed Osun non ti ha avvertito perché Oggún gli da molto mais e se ne resta a dormire.”. La mattina dopo Obatalá si svegliò presto e si nascose in un cespuglio. Da quel nascondiglio vide Osun che dormiva ed Oggún che chiudeva la porta. Pianse dalla vergogna e gli tremarono le gambe. Tagliò un ramo dell’albero per appoggiarsi e bussò alla porta con lo stesso bastone. Yemmu capì che era Obatalá e corse ad aprire la porta, ma Oggún, sapendo che la madre non era colpevole gli disse: “No mamma, non aprire, sono un uomo e la colpa è la mia.”. Obatalá aveva la mano alzata pronto a maledirlo quando Oggún disse: “Non maledirmi Babá, che io stesso mi maledico. Io, Oggún Agguanillé, Oggún onile kobá Kobú, Oggún tocumbi, lavorerò giorno e notte fino alla fine del mondo”. Quindi Obatalá entrò in casa ed Oggún disse, indicandogli la madre, “Mia madre è innocente” ed il padre rispose “Vattene, non puoi vivere in questa casa” ed Oggún se ne andò pieno di vergogna, nella sua fucina, Oggún Alággueddé.
Ad Osun, Obatalá disse: “Avevo fiducia in te e ti vendesti per un po’ di mais”, mentre ad Elegguá “La mia sentinella sarai tu” ed a Yemmu “Non ti maledico, ma se partorirai un altro figlio maschio lo ucciderò”. Nacque Orula ed Obatalá lo mandò a sotterrare ai piedi di una ceiba. Quindi nacque Changó e malgrado il suo giuramento, nel vederlo talmente grazioso s’intenerì e lo consegnò a Dáda, la sua sorella maggiore, per farlo crescere in casa sua. Passarono quattro anni e Dáda lo vestì di rosso e lo portò in visita a casa dei genitori. Obatalá fu molto contento e fece molte carezze al figlio, mentre Yemmu lo contemplava piangendo e pensando ad Orula. Obatalá  prese il piccolo e lo fece sedere sulle sue gambe e nel vedere il pianto di Yemmu, Changó Mó kokén, chiese il perché di quelle lacrime ed il padre gli disse: “Un giorno te lo dirò”.
Ordinò a Dáda che da quel giorno in avanti gli avrebbe dovuto portare il figlio e tutti i giorni Obatalá, narrava a Changó un episodio della sua vita; tutti i giorni gli raccontava quello che Oggún aveva fatto. Così Changó crebbe (da bambino viene chiamato Olúfina Koke) accumulando nel suo cuore odio e rancore verso Oggún. Quando divenne uomo, Ayalá Yeo, bello e festaiolo, si vestì da guerriero, montò il suo cavallo Esinla, e si diresse verso i territori di Oggún per rubargli la donna, Oyá. Questa lo vide passare ed all’istante rimase colpita dalla sua bellezza. Oggún lavorava come uno schiavo e non pensava ad altro che a bere come una spugna.
Era un uomo brutale, dispotico e dalle mani facili, ed Oyá si lasciò rubare da Changó, incantata.
Questo rapimento diede origine ad una tremenda guerra tra Changó ed Oggún, dalla quale al principio Changó, non ne uscì vittorioso.

·        Changó e gli Ibeyi

Per ragioni di parentela, anche gli Ibeyi o mellizos (gemelli), adorati da tutti i lucumís, Taébo e Kainde, cattolicizzati in San Cosma e San Damiano, figli di Oyá e di Changó, risiedono nella palma. “Due Ibeyi femmine, che sono Santa Rufina e Santa Justa (Giusta), che dormono sulle palme ed appaiono insieme al tronco”.

“Gli Ibeyi sono alleati di Changó, che li ama alla follia, così come loro amano Changó. Proteggono molto i figli di Obakoso ed i figli di Obakoso devono mimarli.. Per ottenere denaro li si prega. Un ebbó, in modo che facciano per noi quello che fecero per Changó una volta che gli orishas rubavano ad Obatalá tutto il suo denaro. In qualsiasi posto lo nascondesse, lo trovavano e lo rubavano. Quando ad Obatalá gli mancava owó (denaro) ed andava a cercarlo, non trovava niente. Chiamò quindi ad Ochosi e gli ordinò di costruirgli una scala ed un cesto. Quando Ochosi gliele portò, riempì il cesto di denaro, appoggiò la scala vicino un albero grandissimo che stava nel centro della prateria, salì ed attaccò il cesto al ramo più alto. Quindi riempì quel luogo con ogni tipo di animali feroci, cani da presa, leoni, tigri, pantere, serpenti velenosi, in modo che difendessero il suo tesoro. Colui che avesse provato a derubarlo sarebbe stato sbranato da quelle fiere.
In quel momento il caso volle che gli Ibeyi stavano giocando nelle vicinanze dell’albero e videro ciò che Obatalá stava preparando e che non fece caso ai due. Siccome vanno in giro per la prateria e sanno molte cose, Changó gli portò della frutta, essendo quello che più gli piace insieme a colombe e ghiottonerie in genere, e fece anche un offerta a Yewá, per farsi dire dove fosse nascosto il denaro. Talmente che erano golosi gli jimaguas (gemelli) gli raccontarono tutto. Changó andò dove si trovava l’albero molto contento, ma gli apparvero le belve davanti. Scappò lontano ed afflitto si chiese come avrebbe potuto rubare quel denaro.
Andò a casa e si mise a cucinare tutto quello che aveva, e di ogni alimento cucinò una porzione e lasciò un’altra cruda. Riempì un cesto con tutto quel cibo e portò acqua, zucchero ed aguardiente. Iniziò a spargere il cibo per il campo ed intorno l’albero e, mentre gli animali mangiavano, salì la scala, prese il cesto con i soldi ed al suo posto lasciò l’altro cesto vuoto. Il denaro lo divise tra i suoi vassalli”.

·        Nsasi

Changó è lucumí quanto congo. Nkitan, kita, grande santo congo. Rimase in terra tákua perché gli piacque il cibo. Anzi, più congo che lucumí, poiché lo è di radice: di nascita. Tutti i creoli discendenti dei congos, rivendicano con calore questa patria d’origine per il dio del tuono, che solo dopo sceglie come scenario delle sue imprese il territorio lucumí (Nigeria) e viene coronato a Oyó, anche se venne al mondo già coronato dallo stesso Olorun, suo padre, e già era grande in cielo prima di scendere sulla terra. E’ chiaro che tra i congos aveva un altro nome, Nsasi, figlio di Sambi e Kalunga, del cielo e del mare. Gli gangás congos lo chiamano Wáfi-tiembla-mundo.

Altri informatori ci diranno al contrario, che Changó Nipa, Alafia Kisieko, era un negro molto bello; cresciuto per strada, disobbediente e maledetto, tirava pietre e commise molti errori, uccise molta gente ovunque, e fuggendo dalla giustizia trovò riparo in Congo. Li fece più miracoli che in nessun altra parte e gli diedero il nome Nkita. I congos di nazione (quelli venuti direttamente dall’Africa, non i discendenti) lo chiamavano anche Pungún Sasi ed il Torito de la loma (torello del monte).

E’ l’unico santo che riconosce il mayombero. Quando un Ndoki dice:

Abukékiá, yo no juega con lo Sambi
Yo no vá casa lo Santo
Oggún son mi zapato
Elegguá son mi camisa,
Santa Barbaro son bendito!

Tutti i nganguleros lo rispettano e lo elogiano ed anche se dicono che non va al campo santo, ne nei luoghi dove ci sono i malati, per aprire la nganga e a jugar palo, la prima cosa è menzionarlo, e questa cosa, anche nei lavori di mayombe diabolici, dove non c’entra nessun santo. Quando un congo nomina e saluta a Nsasi, è come se avesse menzionato a tutti i kimpúngulu (santi). La passione dei ganguleros sono i fuiri (morti) ed essi stessi sanno che a Changó non piacciono ne i morti, ne i fazzoletti neri.

Changó quando era uno arákisa (straccione) fuggitivo, lottò con la morte. Fu la morte che lo portò a questo stato; dovette scendere con essa al fondo della terra e quando tornò disse che laggiù non sarebbe mai più sceso e che non gli piaceva la compagnia dei morti. Quando i suoi omó (figli) muoiono, Changó chiede che il suo otán (pietra del fundamento) venga portata da un’altra parte”.

“Changó morì e resuscitò. Il giorno che Oyá rubò il suo segreto, cadde a terra stecchito e venne sepolto. Dove fu sepolto restò una catena che usciva fuori dalla terra. Non gli piacciono i morti ma risulta che la sua legittima sposa, Obbá, è la padrona del cimitero, che la sua amante, Oyá, ha un ruolo importante nel cimitero e che, Oshún, sua altra amante, spesso va a spasso con la morte”.

·        Changó, Oyá ed i mayomberos

Changó fu il re dei mayomberos, lo brujo più potente che conobbe il mondo. I suoi malefici erano spaventosi. Quando la gente lo vedeva arrivare, lasciava ogni cosa e fuggiva”.

Quindi ci si chiederà il perché lo spaventino tanto i morti. “Perché in un’occasione fece una brujoria talmente forte, che spaventò la sua stessa gente, i suoi figli compresi e questa cosa gli rimase impressa. La sua prenda lanciava fulmini ed a lui stesso gli bruciò l’olodi ed i figli. Dal disgusto si mise su un albero”.

Secondo altri, questa paura che Changó ha dei morti, è solo un racconto. Se rispetta Oyá, regina del cimitero in un camino (non unica regina in quanto sono diverse le sante che vivono nel cimitero), non è perché regni sui morti o come anche si dice, perché le forze dei due orishas sono una sola cosa ed insieme non possono essere sconfitti in combattimento, ma perché prima di tutto, si rispetta lui stesso ed essendo un re, onora una regina.
Changó non teme nessuno e non fugge davanti i morti”, dice ancora un altro vecchio, che ci fa capire che il vero problema è l’essenziale incompatibilità del dio con la morte.

Ancora un’altra versione, da altri smentita, narra: “Changó ed Oyá nei monti, iniziarono una disputa accalorata. Changó perde il dominio e spinge Oyá dalle spalle, facendola cadere dal cielo alla terra, in un cimitero. Changó la segue per chiedergli scusa, ma vedendola in piedi tra i morti, circondata di scheletri, non osa superare il cancello del cimitero”.

Changó trema davanti i morti. Una volta Oyá, parlando con lui, lo portò distrattamente al cimitero, si fermarono al bordo di un fosso e gli disse di guardare dentro, quando Changó vide il morto steso in quella tomba aperta, se ne andò correndo”.

In un’altra occasione, Changó ballava in un cimitero al ritmo di un tamburo, senza sapere dove si trovasse, gli apparì una figura bianca, uno spirito dalle sembianze femminini e gli chiese il perché stessero suonando e ballando in quel posto. Changó gli rispose con tono arrogante e dicendo che lui suonava e ballava dove gli andava (avendo per queste pratiche, il permesso di Olofi e di Aggayú) e lo spirito prima di svanire gli disse che in quel posto comandava lui. Changó terrorizzato, prese il tamburo e corse a casa di Orula, il quale gli disse che lo spirito che gli era apparso era Yewá, la regina del cimitero ed il luogo dove stava ballando era la casa dei morti. E siccome Changó, con tutta la sua spavalderia, prova orrore per la ikú (morte), non entrò mai più in nessun cimitero.

Oyá voleva Changó solo per lei e quando usciva, lei soffriva. Per impedire che Changó la lasciasse sola, chiamò i morti, circondando la casa e tenendo così Changó prigioniero. Ogni volta che apriva la porta e cercava di uscire, i morti gli andavano incontro fischiando e lui rientrava in casa chiudendo la porta. Un giorno che Oshún andò a trovarlo, in assenza di Oyá, Changó si lamentò della situazione in cui si trovava. Oshún prese una bottiglia di aguardiente, oñi (miele) ed efún (cascarilla); dipinse Changó con la cascarilla ed ai morti di guardia fuori la casa li fece ubriacare con aguardiente e li addolcì con il miele, dopo di che si rende attraente agli occhi di uno dei morti, che quindi cerca d’innamorarla, convinto che l’avrebbe conquistata. Intanto Changó, colorato di bianco e quindi irriconoscibile, fuggì dalla casa.
Dopo che Oshún lo aveva salvato, facilitandone la fuga, Changó era risentito con Oyá e tutto quello che ella facesse lo molestava. Alla fine i due entrarono in guerra ed Oyá, facilmente trova il modo di sconfiggere Changó. Va nel cimitero e prende un teschio, per poi mostrarlo a Changó, da vicino, nel mezzo del combattimento e costringendolo alla fuga”.

·        La piedra de rayo

Matari Nsasi, matari mukiama, matari mono yilo, è la pietra nella quale Nkita o Nsasi siémpúngu, cade dal cielo. La stessa pietra, odduara, dei lucumís, che Changó tira dal cielo verso la terra. Nsasi è la pietra del fulmine: Nsasi munánsulu fula inoka muínda munánsulu sacríla Nsasi kinfunla munántoto.

Scende dal Kaín Sambi (il cielo) e tutto il mondo sa che lui, Saulán bembo kóngo (il re dell’Africa), viene nella sua matari (pietra) direttamente dal cielo. E’ l’espressione divina di questa forza che fa tremare i mundele (bianchi) ed i mufuita (negri) quando munan sulu bongán kéle (tuona nello spazio).

Oyá, della stessa essenza, fúla inoka, tempesta, kitembo témbo, vortice, sóngue munalánga, púngún bánso Yáya wánga, moana bángo, bángo, sasínguili, è nel camino congo, un altro poderoso fondamento che maneggiano i mayomberos.

Odduara o matari Nsasi (la pietra in cui Changó, chiamato anche Nsasi o Nkita, è presente) è la sua materializzazione e si trova vicino la palma reale, sette anni dopo essere caduta sulla terra, e non la raccoglie un baloyula Nganga (figlio della nganga), ma il Mambi-Mambi (il padrino), il maggiore del suo gruppo, oppure il maggiordomo, che prima di tutti, la alimenta. Raccogliendola da terra, gli darà il rosso dell’uovo, la rinfrescherà in modo che non venga a prenderla un fulmine e dopo gli darà menga (sangue) di gallo o di montone. Già pronta la pietra, la si consegna all’affiliato, che la conserva in un po’ d’acqua, per non farla riscaldare troppo.

Un altro mayombero ci dice: “Le pietre di Changó e di Oyá, cadono e si nascondono e solo dopo molti anni (nel caso di Changó, sette) escono dalla terra. Se un aberikolá la scopre, perché venga destinata a lui, deve avvisare un’autorità (un olúbbocha), in modo che venga fatto oro (benedizione) alla pietra. Bisogna pregare e cantare per raccoglierla.”.

I figli di Changó, o di un altro orisha, di qualsiasi regla, possono raccogliere la loro pietra nella terra di una palma reale o di una papaia, anche se la preferenza va alla palma. Se la pietra cade in terra nera, assorbe più oscurità e mai perde il suo aché (potere).

Anche la pietra di Oyá si trova nella terra ai piedi di una palma reale. Changó, nel camino lucumí, viveva con sua sorella Dáda, Obañene o Bayoni, che rispetta ed ama come una madre. Changó però, ha anche un fratello che viene spesso confuso con sua sorella: lui lo saluta dicendo Aburo mi dádda bako yi bále (saluto a mio fratello Dadda). La sorella è Obañene, che molte volte viene chiamata Dádda. In questo camino, Changó negava di essere figlio della sua vera madre, vestiva solamente di rosso e per una questione familiare che già conosciamo, prese le difese del padre ignorando sua madre. Da questo rifiuto risultò che Changó si portò Oyá nella sua casa, a vivere con lui ed Obañene. Per questo si trovano tre pietre uguali ed unite, Changó, Oyá ed Obañene.

Changó aveva nella sua casa un osain (un güiro magico) e tutti i giorni, al momento di uscire, lo apriva, metteva il dito dentro al güiro e si faceva il segno della croce sulla lingua (il segreto per mezzo del quale poteva cacciare il fuoco dalla bocca e sconfiggere i suoi nemici). Oyá vide che Changó non dimenticava mai di fare questa operazione e, curiosa, una volta aprì il güiro, che aveva fuoco all’interno, e mise il dito dentro così come faceva Changó. Gli uscirono dalla bocca due lingue di fuoco danzanti e per lo spavento chiamò Dáda, che aveva iniziato a fare i lavori di casa. Anche se adorava suo fratello come lui amava lei, lo temeva ed evitava qualsiasi cosa che lo potesse infastidire. Prima che Dáda andò a vedere cosa fosse successo, Oyá corse alla palma reale e si mise sotto terra. Dáda la cercò e non la trovò, ma vide che il güiro di Changó non era nella posizione in cui lui lo lasciava ed inoltre non era chiuso. La curiosità era talmente forte in quelle donne che anche Dáda mise il dito nel güiro, chiama Oyá e gli esce il fuoco dalla bocca. Anche lei corre a sotterrarsi ai piedi della palma vicino alla donna di suo fratello, pensando le due, che Changó le avrebbe uccise, non sapendo cosa rispondere, specialmente la sorella, che aveva anche l’incarico di proteggere la casa e che nessuno si avvicinasse alle sue brujorie. Quando Changó torna a casa, chiamò le donne ma non ottenne risposta; andò quindi a vedere il suo güiro e si accorse che era aperto. Immaginandosi quello che era potuto succedere, corre alla palma e si sotterra fino ad incontrare le due donne per rinnegarle.

Changó è adorato dai suoi adepti, siano essi lucumís, ararás o congos, in queste pietre celesti, asce levigate che in gergo si chiamano piedras de rayo e che a Cuba furono intagliate dagli aborigeni.

Della Oyá conga, se così può essere chiamata Mamá Wanga, in una delle sue manifestazioni, il vortice (Malongo Vira-Vira), si appodera lo brujo per metterla nella sua prenda e sfruttare la sua energia, in quanto con il vento si prepara una boumba molto distruttiva.

Un mayombero racconta che, da bambino, vide il compagno di sua nonna, insieme ad il maggiordomo della sua nganga, catturare un soffio di vento che passava per la strada, con una candela in una mano ed un mpaka nell’altra, cantando un mambo. Intanto nella casa teneva pronto un  pentolone vuoto insieme alla sua nganga fondamento, che si chiamava Mala-Vianda. A questo punto brucia della polvere e quando questa esplose il vento sparì, era nel pentolone.

Lo brujo s’impossessa del vento seguendone i movimenti, si toglie il cappello e pronuncia “Se tu sei all’inferno, io voglio stare con te, ti chiamo perché mi accompagni e mi aiuti ed in cambio ti pago e ti aiuto”. Dopo aver pronunciato queste parole, corre nel mezzo del polverone alzato dal vento e con un panno rosso cattura il vento e lo mette nella prenda.

Il soffio del vento ispira grande timore perché con esso arriva il male, le malattie, l’epidemie, bisogna quindi farsi di lato con rispetto, salutarlo e dargli strada. Le figlie di Oyá non possono chiudere la porta della loro casa al vento. Infatti un’anziana, attiva e battagliera come il suo angel, dice di aver ricevuto l’ordine direttamente dalla santa: “Un giorno Oyá bussò forte alla mia porta e mi disse che voleva uscire ed entrare a suo piacimento in quanto la mia casa era anche casa sua, se avessi chiuso un’altra volta la porta mi avrebbe uccisa”. Oyá quando s’impunta è più impetuosa e feroce di Changó.

Ai bambini si dice, quando troneggia, che Changó sta rimproverando i ragazzini, “ma Oyá gli si avvicina e gli dice che con i rimproveri non si correggono i comportamenti. Prende la frusta e nel cielo si vede un lampo, ma Changó cerca di fermarla dicendo che le frustate sono un castigo troppo severo”.

Le ngangas ed i nkuttu dilangas (i talismani), in cui si trovano i poteri di Oyá e Changó e che sono anche fundamento di qualche altra brujoria, si distinguono per i loro effetti fulminanti. Sono le più veloci e distruttive.

Rayo vá caé”, come dice il nome stesso, determina l’esplosione immediata di un fulmine. In essa agisce Oyá. Se il padrone di questa prenda, all’ora in cui il sole è più ardente, alle dodici del giorno in punto, getta sulla terra riscaldata dal sole un secchiello d’acqua invocando Nsasi ed Oyá, provocherà la caduta di un fulmine.

Queste ngangas vivono al sole, sotto una palma. Per coprire il recipiente che contiene questa forza così temibile, si disegna una faccia nella metà di un güiro, che gli serve da tappo. “Le teste degli animali che gli si sacrificano, si lasciano imputridire su questa faccia. Lo spirito di questa nganga è tremendo. Non si può tardare nel dargli il sangue perché lo succhierebbe allo stesso padrone”.

Remolino Campo Santo è la sorella di Campo Santo Buenas Noches e non esiste altra soluzione che alimentarla con sangue di donna. Si prende il sangue del ciclo mestruale gli si bagna un panno dentro. A questo pericolo si espongono le donne incoscienti, perché questo sangue si ruba ed in genere, le donne a cui si è rubato il sangue per alimentare questa nganga, presto muoiono di anemia”.

Il padrone di queste ngangas non può dormire in un letto ma a terra, al suo fianco. Non ha prezzo per uccidere, ma a cambio di tanto sacrificio però. Il ganguleros, per nove giorni in un mese, non può avere contatti con la sua donna. Ed a questa nganga bisogna compiacere a tutti i suoi capricci, come portarla a passeggio al cimitero, anche alla presenza della polizia.

Nel campo, si asienta l’igguoro o iyawo della Regla arará e lucumí, su di un altare ai piedi di una palma, mentre il neofito di mayombe giura a Nsasi.

Nel tempio palo monte-cruzado (misto con la religione lucumí), si viene iniziati vicino ad una piccola palma adornata da sette bandiere di differenti colori, escluso il nero. Nel momento di fissare le bandiere nella palma, il bakuyula si stende a terra, con la fronte che sfiora il tronco. Sul corpo semi nudo gli si versa mungoa inkisi (acqua benedetta), vino secco, erbe, tre diverse spezie, aguardiente e terra. Quando il neofito si alza gli si passa intorno al corpo un uovo, che poi verrà sotterrato nello stesso posto dove aveva appoggiato la testa. Questa iniziazione si effettua a maggio, all’inizio delle piogge o, a giugno, quando il fulmine cerca le palme; e dove si è sotterrato l’uovo si troverà un matari-Nsasi.

Nelle palme, il santo risolve tutto, risponde e lavora, ed i fedeli di ogni regla, lo invocano e gli offrono amalá ed alilá, o la frutta, l’obbligato grappolo di platano verde o mele attaccato con un nastro rosso, mamey (zapote) o marañon, che tanto piace a questo orisha. La palma è il luogo più adatto per lasciargli ebbó, quindi tutto ciò che il santo prescrive va portato alla sua pianta.

Una palma, considerata miracolosa perché vi si è manifestato il santo alla presenza di molti testimoni, per il numero di offerte che riceveva quotidianamente, dovette essere abbattuta dal municipio di Marianao come unico mezzo possibile per porre fine a quel deposito inesauribile di materie in putrefazione, che producevano un odore insopportabile e la presenza allarmante di mosche, zanzare, scarafaggi e topi. Però questa soluzione sanitaria, drastica per un certo verso, obbliga a chi la compie a fare un sacrificio a Changó ed anche ad un altro santo, Okáddá, che secondo un vecchio spazzino, vive nei secchi dell’immondizia e si nutre della stessa. Anche la spazzatura è santa.

Senza ricorrere ad un babalawo, quando un omó Changó sente un pericolo, sospetta che qualcuno lo sta trabajando (possibilità non certo remota), compra un bel grappolo di platano ed un grande piatto con il bordo rosso. Il primo platano che stacca, lo unge con burro di corojo e dice: “Changó, padre mio, mi stanno facendo una brujoria, voglio ….”, e lega il platano con un nastro rosso. Ripete la stessa operazione con altri tre platano, pregando ogni volta che fa un nodo al nastro. Ne impiega quindi quattro, numero di Changó, e li mette nel piatto. Accende una candela e versa un po’ d’acqua a terra. “Il male che mi stanno facendo te lo lascio qui Santa Barbara. Vediamo se osano anche con te!”. Quando i platano sono completamente marci, li toglie dal piatto, li avvolge in una carta e li porta ad una palma: “Alafi Oba koso, qui lascio tutto il male che vogliono farmi. Ora è un problema tuo”. E siccome Changó già ha mangiato i platano, si è reso responsabile di difenderlo e l’uomo resta libero dal pericolo. Alafi Oba koso castigherà il suo nemico. Una volta abbandonati i platano nella palma, deve tornare a casa immediatamente e, nello stesso piatto bianco, collocare tre pezzi di cocco verde ed una libra (circa mezzo chilo) di manteca (burro) di cacao. Si passerà il cocco e la manteca, tre volte al giorno, per tutto il corpo. Dopo si bagnerà per quattro o otto giorni con erbe di Changó ed Obatalá, sapone di Castilla ed uno strofinaccio nuovo, e si asciugherà con una tovaglia che non dovrà usare più nessuno. Ad ogni bagno verserà nell’acqua quattro o otto gocce di sette distinte essenze ed acqua benedetta della chiesa, e mentre si purificherà deve tenere accesa una candela da cinque centesimi. Dirà: “Alafi, Papà, nelle tue mani sta la mia purificazione”. Deve quindi pettinarsi con un pettine nuovo e vestirsi di bianco. Il pettine, il sapone e la tovaglia, una volta finiti i bagni, vanno lasciati sotto la palma e dopo aver recitato tre Padre Nostro e tre Ave Maria.

Leonardo, modesto impiegato statale, figlio di Changó, ricorre al seguente procedimento per rafforzare la sua situazione quando in pericolo di tradimento. A giudicare dai buoni risultati che ha sempre ottenuto con questa amarre, va raccomandato a tutti i dipendenti pubblici. Leonardo scrive su un foglio nome e cognome del ministro, o del funzionario che sarà il suo nuovo capo. Incanta il nome, lo prega nella zuppiera del suo santo: colloca il foglio sotto un vasetto nel quale versa miele d’ape ed ewe orosú, un’erba appartenente ad Oshún, dal gusto mieloso. Per quattro giorni lascia sommerso un chiodo in questo sciroppo, dopo di che lo toglie e lo avvolge in un foglio di carta, con mercurio benedetto e le efficacissime polveri di amansa guapo. Lo riveste con nastri di sette colori e crea il legame magico pronunciando in ognuno il nome del suo capo. E’ importante si leghi il nastro facendo i giri verso l’interno. Una volta preparato il chiodo lo porta ai piedi di una palma, chiama Changó, gli parla e gli consegna il suo uomo ben legato. Calpesta tre volte il chiodo con il piede sinistro e lo sotterra ai piedi della palma.

Nei giardini che circondano il Capitolio dell’Avana, nascosti nella terra, moltissimi amarre mantengono al loro posto il proprio impiegato, che invecchia compiendo tranquillamente il proprio dovere.

“Gli impiegati ci fanno guadagnare tanti soldi”, confessa una santera, mentre un palero specializzato dice: “mi difendo bene nel fare nkanguito per far trovare lavoro”.


·        Malefici

Lo brujo malvivente chiama nel tronco delle palme a Kaddiempembe o Lungambé, poichè anche il diavolo frequenta spesso le palme, sotterra il pentolone ed al suo riparo realizza i malefici mortali. Particolarmente, le misteriose e temute palme jimaguas (gemelle), dal tronco doppio o che crescono quasi attaccate, sono testimoni di tormenti e crudeli sacrifici di animali, di feroci congiure, di terrificanti apparizioni. Ospitano enti come Elufamá, il figlio della cattiva fama, Eshu, nome questo, anche se d’origine lucumí, da allo brujo lo spirito malvagio; e di kolofofo. Vicino la palma jimagua viene invocato con queste parole:

Elufamá hijo de mala fama,                      No puede llegar a Nsulu
Gallina come maiz entero                         Bika dioko, bika ndiambo
Y ensucia maiz molido                               Tu, hijo de mala fama,
Remolino da vuelta                                    Candela infierno no te quema
                                                           que tu mismo son Infierno.

Li si trova il demonio, Tata Lubuisa, sempre disposto a distruggere il mondo.

“E’ la casa di Ndoki, è kuikimáfinda. Nelle palme jimaguas Nkombo Akinó, il cavallino del diavolo, o Nsuso muteka, prende il ragno, Yágga o nánsi, e la sotterra ai piedi del tronco. E proprio li, sapuntá, nasce misteriosamente un rovo”.

Così mal abitate sono queste palme jimaguas, dove molte feste si sono convertite il tragedia per molte madri, se a queste, non le aiuta una grande presenza d’animo o una fede cieca in Changó.

Ne esiste una molto celebre nella Manuelita, nelle vicinanze della cittadina di Alquízar, che nella notte producevano un effetto diabolico solo a vederle e si diceva che spesso appariva Eshu tra i tronchi. Inoltre si sapeva che un mayombero molto attento, teneva sotterrata li la sua prenda, il quale spiegava il perché di tante persone serie avessero visto dei fantasmi girare intorno alle due piante. Si racconta che una volta un gruppo di giovani, decise di andare di notte nei pressi delle due palme, a sfatare tutte queste dicerie malefiche. Proprio nel momento che il gruppetto stava per giungere agli alberi, scocco la mezzanotte, annunciata dalla sirena dell’ingenio e, nello stesso attimo uno dei ragazzi grido Alósi, diavolo. Tutti videro innalzarsi da terra fino ad arrivare alla cima delle due palme, un fumo nero che prese la forma di una bolla enorme che, ronzando come un vespone, si precipitò roteando verso di loro. Molti dei ragazzi si gettarono al suolo piangendo e chiedendo misericordia. Il più coraggioso di tutti, anche se tremando, chiamò Changó, ed invocando il suo nome mostrò a quella forza infernale la sua sánga, il suo collar protettivo, appena un attimo prima che li assalisse. Istantaneamente la grande bolla, il cui colore scuro rendeva più profondo l’azzurro chiaro della notte, si fermò, obbedendo all’alt di Changó, e retrocesse, riducendosi lentamente fino a svanire nello stesso punto dove era apparsa.

Questi taitas ngángangúlas, quando vogliono far morire con il fuoco un avversario, o una qualsiasi persona gratuitamente odiata, la invocano e sentenziano davanti una palma, scatenandogli contro una di queste forze sterminatrici, Siete Rayos, Nsasi, Ma Wánga, Centella, Karire, Láüisa.

Ho qui uno dei tipici malefici, lo nkangue della morte, che si utilizza nella palma reale: con un coltello nuovo si apre lo stomaco di un pollo completamente nero, e si bagna abbondantemente con aguardiente. Si riempie con ají e pepe di Guinea (due ingredienti indispensabili per qualsiasi brujoria), mescolati con zolfo e polvere di cimitero ed avvolto in un panno nero. Mentre si porta a termine questa operazione, si maledice incessantemente il soggetto e si chiede allo spirito della palma che lo faccia morire nel modo più cruento possibile. Si sotterra il pollo alle radici della palma, ferito ma ancora vivo, lasciandogli la testa fuori, e con una kámba (scopa nuova), si scuote il tronco della palma in modo che Nsasi o Siete Rayos, inferocito, agisca velocemente e duramente.

Un vecchio kimbisa, rimuovendo tra le ceneri dei suoi ricordi, mi confidò di come si vendicò impunemente, durante la sua gioventù, senza essere dovuto andare a Nso-Zarabanda (il carcere), di una perfida donna, una prostituta che gli rubò denaro e salute e che per colpa di un Ndiambo che gli tirò dietro, passò molto tempo ubriacandosi e incapace di guadagnarsi la vita.

Quadro sintomatico dello stregato: confusione mentale (non si sa quello che succede), trascuratezza, indolenza, esasperazione dell’allergia che il lavoro disciplinato suole produrre nel negro, ed in molti casi, un’imperiosa necessità di bere aguardiente. Questa è la cosa più tipica: il vizio di bere è spesso effetto di un trabajo, e la conseguenza indesiderata di tale nsálala, la indigenza, l’ospedale e la morte, essendo sempre quest’ultimo il fine che si persegue. Le vittime di queste morubbas che fanno perdere la volontà, non possono lottare contro essa; però a questo vecchio kimbisa lo aiutò un buon amico, che sconfisse la fattura della donna malvagia. Libero di ciò che successivamente ricordava con orrore e soprattutto l’incapacità di fare un discorso, non pensò ad altro che a vendicarsi. Lasciò passare il tempo ed intanto si fece una prenda molto forte. Quando la donna ormai pensava di averlo incapacitato per sempre, o addirittura di averlo ucciso, una notte, a mezzanotte in punto, bussò per tre volte alla porta della donna, recitando ad ogni colpo un’orazione. Portava con lui una bottiglia vuota, preparata per rubare la voce della donna e portarla ad una palma reale, chiusa al suo interno.
Le bottiglie vuote, non vanno mai tenute senza tappo, perché le anime dei morti ci si mettono dentro. Questo è un consiglio che i taitas danno a tutti, specialmente ai figli di Oyá, che non devono conservare bottiglie, piatti e bicchieri rotti.
La donna, incauta, rispose tre volte. Siccome è risaputo che la voce si ruba per bilongar, e ciò equivale a rubare la vita, raro è il caso di un negro che risponda ad una chiamata a mezzanotte, sempre timoroso della morubba di un possibile nemico ed insospettato che qualcuno possa appropriarsi della sua voce, imbottigliarla o chiuderla simbolicamente con un lucchetto preparato in precedenza.
Vicino la palma, il vecchio cacciò da un pacco nero un pollo nero, accese quattro candele ed, invocando a Nsasi e chiamando imperiosamente la donna, recitò le orazioni necessarie ed inchiodò il volatile al tronco, vivo e lasciandolo agonizzare lentamente; e seppellì la bottiglia, dove aveva imprigionato la voce, la vita e l’anima della donna.
La vittima di questo maleficio, secondo il vecchio, già il giorno dopo si cosparse d’alcol e si diede fuoco con una candela, mezzo che impiegano le donne per suicidarsi.

Altri brujos realizzano questo maleficio lasciando, non un pollo, ma un cane feroce legato al tronco della palma e destinato a morire di fame.

Come in alcune occasioni in cui con mambos ed orazioni si ritirano le ngángas e le mpangas, guide costruite con sostanze prese dalla nganga principale e che si sono tenute sotterrate vicino la palma o qualche altro albero forte del monte (ceiba, jagüey, cuaba, laurel, ecc.), lo spirito si oppone a che lo brujo se le porti via e costui, per calmarlo, gli lascia in regalo tre cani vivi, feroci e forti, in modo che si uccidano tra loro e lo spirito ne beva il sangue un po’ alla volta.

Diversamente si può uccidere un nemico tirandogli davanti i piedi, quando sta passando, un bilongo composto con la corteccia della palma polverizzata e mescolata con terra di sepoltura e con i muninfüisi (vermi, scorpioni, mille piedi) contenuti nella nganga, ugualmente ridotti a polvere.


·        La palma e gli omó-Changó

Un’affinità temperamentale con l’orisha Changó è l’indizio più eloquente della sua paternità. Non esiste donna volenterosa, risolta ed autoritaria, uomo valente o prepotente, arrogante, impulsivo, sperperatore, casinista, donnaiolo, amante dei tamburi e del ballo e la cui nascita coincida con un qualche avvenimento nel quale si possa discernere un’azione riflessa del dio, che non si consideri o vanti di essere omó Changó, o bakuyula moana Nkita Siete Rayos.

Questa paternità spirituale la rivelano, anticipatamente o al momento della nascita di una creatura, lo stesso santo montado, il diloggún o Ifá; però un figlio di Changó, violento ed altero, darà molto presto segnali inconfondibili che accreditano la sua provenienza (Anche se non sempre i figli di Santa Barbara sono litigiosi, come neanche tutte le figlie di Oshún sono svergognate).

Francisco, figlio di Changó, all’età di quattro anni, quando tuonava alzava al cielo le braccia e gridava con tutta la forza: “Santa Barbara llévame!”.

Il nipote di un mio amico, che da quel momento è propenso a fare le bizze ed arrabbiarsi senza motivo in ogni momento, e molto superbo, ha messo più volte la mano nel fuoco e solo la nonna, figlia di Oyá, riesce a dominarlo. Un vero figlio di Changó mette la mano nel fuoco e non si brucia. Come Má Dionisia Arará, che quando veniva montata da Jebioso, ballava con una pentola piena di brace sulla testa e senza sentire il minimo calore.

Cape nacque sotto una tormenta di tuoni e fulmini e per non avere neanche il minimo dubbio della sua provenienza, era gemello. Un medico racconta che lottarono senza speranza per salvare la madre; senza mezzi ed in piena campagna, speravano solo in un miracolo. In quel periodo nella casa della partoriente si trovava una parente, che avevano mandato in cucina a riscaldare l’acqua ed alla quale bajó Yansa. Fece vari giri come un vortice ed andò diritta nella stanza dove si trovava la gravida, ormai più morta che viva e sotto gli occhi di altre due donne. La santa mise la mano sulla pancia e nei fianchi della moribonda e niente più, per poi prendere il nascituro mezzo asfissiato, mentre nello stesso momento cadde un fulmine su una palma a cinquanta metri dalla casa ed entrò in casa un Santa Barbara montado in una nera che viveva li vicino.
Il medico e le donne si sedettero, imbambolati, a vedere lavorare i santi, Yansa e Changó, che subito rianimò il bimbo, nato mezzo morto. Changó disse a mio padre: “Io mi prendo carico di questo tuo figlio, tu crescerai l’altro”; l’altro era la sorella, che però non fu estratta a tempo dall’utero e morì.

I nascituri gemelli vengono simbolicamente legati, come precauzione per la sempre possibile morte prematura, legando ad una bambola o alla loro caviglia, una piccola catenina con una chiave, femmina per le bambine, vale a dire con un piccolo buco e maschile per i bambini, cioè senza buchetto.

Il fragore del tuono, la scarica elettrica, provoca fenomeni di possessione nei figli di Changó e di Oyá. La prima volta che Baró cajó con Changó, fu ai piedi di un jagüey gemello, nel momento in cui cadde un fulmine. Riprese conoscenza in casa di una iyalocha consacrata a questo orisha.

Pur essendo già molto conosciuto come mayombero, fu necessario immediatamente imporgli i collares come protezione. Comprò un montone per offrirlo all’orisha ed il giorno della cerimonia, dopo che mangiò audacemente la foglia di jobo che gli si presenta e dimostrando che Changó accetta il suo sacrificio, nel momento di unire la sua fronte con quella del montone, come da rituale, l’animale colpì la stessa con tale forza, che tutti crebbero che gliel’avesse spaccata. Quando il babalawo sgozzò la bestia, Baró crollò posseduto sulla tina piena di sangue. Dopo chiese che non gli facessero eyé sulla faccia, cioè i tagli tribali, i segno dell’asiento, oggi dipinti ma una volta incisi nella pelle con un coltello.

A fine ottocento ancora si praticava l’incisione della pelle a coloro che ricevevano un santo; si limavano i denti fino a lasciarli appuntiti.

Da quel giorno Baró, pur non frequentando le case dei santi, le ilé-orisha, quando può fa sacrificare un montone a Changó e versare il sangue sulla pietra, otán, di una sua amica santera ed indossa, sotto i vestiti, sempre una cinta o un bracciale rosso. Questa usanza d’indossare indumenti rossi è usuale tra i figli di Changó e di Aggayú. E’ costante anche l’utilizzo di fazzoletti rossi, o di un altro colore se figli di un altro orisha, ai quali si attribuisce potere purificante.

“La gente resta attratta dal colore del fazzoletto, che attrae la vista. Più luccica ed è di colore vistoso, più richiama l’attenzione e provoca commenti e parlando della persona che porta il fazzoletto, senza volerlo, si raccoglie tutto il male che tiene quella persona, che automaticamente si purifica”.

Quasi sempre i figli di Changó sono indovini dalla nascita, spontaneamente vedono le cose che succederanno e non c’è necessità che gli venga schiarita la vista con dei lavaggi specifici che sviluppano la chiaroveggenza.

Grande esempio, fisico e morale, di omó-Changó è Calazan, il migliore ballerino dei suoi tempi, promotore di tante guerre magiche; un negro buono, spezza cuori, casinero, prepotente e assassino. Ovunque andasse, la sua personalità ed il genio s’imponevano. Diede segni di quello che era da quando aprì gli occhi: “Quando mia madre mi partorì, sul pavimento, come era solito a quel tempo, appena misi la testa fuori mi succhiai le dita. La ghiottoneria di Changó è proverbiale e ad essa molti vecchi alludono in un ritornello, perder la corona por la comida, como Obákoso. Con il coccio di una bottiglia mia nonna, che era africana come mia madre, mi tagliò l’ombelico e mi fece i segni lucumí. I vecchi chiamavano l’ombelico yesca. E’ una parte insanguinata, la radice in cui si trova il segreto della vita. Quando si taglia non si getta, ma la si conserva per rafforzare il bambino quando cresce. Si cucina e la si da a mangiare al piccolo a pezzettini. Con l’ombelico del bambino stesso, gli si curano tutte le malattie dell’infanzia. Serve anche per l’ubriachezza, si mette un pezzetto nella bibita ed è, secondo me, meglio di qualsiasi altro rimedio per gli ubriachi, come il sudore di cavallo, il latte di maiala e del topolino appena nato e messo vivo nella bottiglia di aguardiente, che dicono che è molto buono. Quando il bambino è cresciuto, per non fargli fare le fatture, l’ombelico si sotterra nel monte ai piedi di un albero che appartenga al suo angel de la guardia (a Trinidad si getta nel fiume il giorno di San Giovanni).
Quando una donna stava per partorire si chiamava il suo santo in modo che l’aiutasse, o addirittura un suo familiare provocava che il santo lo possedesse in modo che esso stesso la aiutasse a partorire. Quindi, quando si doveva tagliare l’ombelico al bimbo, il santo glielo strappava con i denti, ma anche senza il santo, le negre africane lo tagliavano con i denti.
Quando iniziai ad andare a gattoni mio nonno disse che nessuno doveva toccarmi la testa (i sensitivi nascono con una croce sulla lingua). E per questa ragione fino ai sei anni non mi tagliarono i capelli. Qualche giorno prima, misi la mano nel fuoco e le fiamme non mi bruciarono. Zia Panchina Baribá, mia madre, mio padre e mia nonna, piansero: Bangoché, Bangoché, carai, cabeza grande, hijo legitimo de Alafi! Quando mi tagliarono i capelli fecero ebbó con le mie trecce e fu un altro figlio di Changó che mi tosò. Guai se mi avesse rapato una persona che non fosse stata figlio di Changó. Seppero che colui che incaricarono di portare l’ebbó al monte, si conservò una treccia per farsi un talismano, ma dopo tre giorni morì”.

Era una usanza molto frequente nelle due razze, ed ancora oggi la vediamo compiere tra i contadini del monte, fare la promessa che obbligava i figli maschi a non tagliarsi i capelli fino alla pubertà. Poco tempo fa in un ingenio, richiamò la mia attenzione l’agilità di una adolescente che lanciava pietre con notevole destrezza, capitanando un gruppo di ragazzini di ogni colore che la chiamavano Jorge; dopo mi spiegarono che si trattava di un ragazzo, turbolento e di soli tredici anni, che non doveva tagliarsi i capelli fino all’età di quindici anni, per una promessa alla Caridad del Cobre.

“Il primo lavoro che imparai fu quello di calzolaio, nell’officina di un arará. Un giorno il maestro mi strilla e mi colpì alla testa con l’appoggia piedi. Io lo guardai e non gli dissi niente. Allora rispettavamo le persone più grandi. Ed i grandi ci picchiavano. Quando dovevamo parlare seriamente bisognava abbassare la testa. A sei giorni da quell’avvenimento il mio maestro si ammalò. Tutti corremmo al suo capezzale, mia madre lo assisteva e gli disse che era stata un’imprudenza colpirlo sulla testa, perché in quel punto fece male al santo e non a lui. Il mio santo non abbassa la testa mai, saluta mettendo la mano sulla spalla o abbracciando; è molto orgoglioso.
Quando ero già un giovanotto, una mia fidanzatina mi chiese di vedere la parte superiore della bocca (altra cosa proibita per i figli di Changó). Sembra avesse sentito qualcosa sul fatto che io fossi sensitivo ed alla fine la vinse. Ci ammalammo tutti e due e per punizione quattro figli di Changó mi colpirono con quattro cucchiai bollenti. Però non imparai la lezione e dopo due anni feci vedere di nuovo la parte superiore della mia bocca. Mia nonna si arrabbiò molto, era corsa la voce tra le donne, ma non feci più questo errore.
Venne un tempo che andava di moda tagliarsi i capelli a zero e la donna che stava con me, desiderosa che io seguissi la moda, mi chiese di raparmi. Il barbiere, sapendo che io non potevo farlo, rifiutò categoricamente di radermi. Alla fine cedette, ma al primo taglio, come le forbici arrivano al centro della testa, persi la conoscenza. Preghiere un’altra volta.
Da giovane ero molto focoso, cambiavo sempre donna, fino a che non conobbi Clementina. Era già molto tempo che stavo con lei, quando mi chiese di lasciarmi crescere i capelli lunghi. I figli di Changó non possono portare i capelli neanche tanto lunghi, ma io innamorato come un pazzo la assecondai. Un giorno però mi svegliai e quando arrivai a lavoro avevo tutti i capelli intrecciati. Tutti ridevano, ma io non mi resi conto del motivo fino a quando non mi guardai allo specchio”.

Calazan aveva l’abitudine da giovane di picchiare le sue donne. Moniquín, una vecchia santera, sua contemporanea, che detestava i bianchi, non gli perdonò mai le tante botte che diede a sua sorella Clementina (quella del racconto di Calazan). Nonostante ciò lo rispettava. La vita dissipata, le sue avventure, il suo comportamento quasi sempre riprovevole con il gentil sesso, i lussi e gli sprechi, facevano di lui la replica umana dell’archetipo divino. E perché niente gli mancasse, con sangue reale nelle vene ed essendo il peggiore degli brujos, aveva il dono dell’eloquenza. In lui erano genuine e naturali tutte  le peculiarità di Changó, che molti altri suoi figli si sforzano nel simulare. Changó fu un santo che viveva difendendosi a forza dai suoi nemici, quando non poteva mantenere una donna, viveva di lei e la picchiava, quando poteva invece, non gli faceva mancare niente. Per questo non giudichiamo tanto male a Calazan.
Moniquín lo odia, ma oggettivamente lo ammira, perché in fondo, i suoi tremendi difetti sono sacri, di trasmissione divina. Calazan è un figlio che assomiglia molto a suo padrevano di lui la replica umana dell'il suo comportamento quasi sempre riprovevole con il gen, per questo lei odiava Calazan come uomo, mentre rispettava l’orisha che in lui si rifletteva e lo ispirava nelle cose della vita.

La palma reale esercita su tutti gli omó-Changó, e con maggior forza, sui figli più amati di Changó, un’attrazione speciale.

Dice Calazan che “quando al tempo della colonia, mi arrampicavo su una palma per tagliare le foglie per i maiali, mi sembrava come se mi spuntassero le ali”.

Baró invece sulla palma veniva sempre posseduto da Santa Barbara.

E’ noto che coloro che appartengono a questa divinità, congo, lucumí o arará che siano, lo ascoltano opprimendo la fronte contro il tronco. Changó gli lascia udire la sua voce dall’interno di questi alberi.

Quando monta un suo omó, per far capire che si tratta di lui, prende la candela accesa vicino alla pentola della nganga e se l’appoggia, spettacolarmente, sulle palpebre, senza che la fiamma gli bruci le ciglia; fa scivolare la fiamma sul petto e sul costato senza che gli esca neanche una bolla.

A volte è necessario proteggere i caballos (persone possedute) dalla violenza di Nsasi, che maltratta barbaramente i loro corpi durante il trance, con una furia tale, che supera i limiti dell’umanamente sopportabile.

Il mayombero si vede obbligato a far andare via il mpúngu assestando al posseduto dei colpi forti sulle spalle, e quando se ne va, dopo tremende convulsioni che lo lasciano estenuato, a rianimarlo con massaggi e frizioni.

Nei campi, i Kúna-Kuán-Kuna, cabildos, che hanno una palma reale nel terreno che occupano, nei giorni di festa in onore di Changó (in tutta Cuba si festeggia ufficialmente Santa Barbara il quattro dicembre), il babalocha o il mayombero si vede obbligato a vigilare strettamente devoti, figli e caballos senza distinzione di sesso. E’ frequente il caso che un aberikulá o un eleyo, uno sconosciuto tra i presenti, venga posseduto da Changó e salga fino al pennacchio dell’albero, negando poi di scendere, obbligando a sacrificare un montone e fare itá alla divinità.

Niente di più logico che Changó conduca i suoi figli alla sua dimora prediletta. Ciò accadde in un bembé ed i genitori di colui che si arrampicò, pur essendo posseduto, sulla palma, dovettero fare oro per convincerlo a scendere, accollandosi le alte spese necessarie a queste preghiere con gli annessi sacrifici.


·        Riti

Alcuni riti che determinano la caduta della pioggia, si praticano all’ombra di una palma. Li si prega, per far piovere, a Changó e Yemayá. Si porta la pentolina in cui si conserva la sua pietra, la si unge ben bene di miele, gli si da cocco e si chiama a Changó suonando l’acheré e cantando fino a quando, a forza di suonare la maraca e pregare, si oscura il cielo e piove. Avvolte piove cosi tanto che bisogna chiedere di far smettere, uccidendo un gallo a Changó ed un altro a Yemayá.

Accendendo due micce di cotone bagnate nell’olio di corojo e di oliva mescolati, si riesce a far tuonare e che inizi a piovere.

Il famoso brujo Lincheta, di cui avremo molto da parlare, fece piovere con una di queste nganga che ha come fundamento Nsasi, la quale era talmente potente, che appena la si mortificava un poco provocava un fulmine. Io ho visto quel vecchio dopo che aveva parlato con la sua prenda, ordinare alla defunta Patrona Pulido di versare un secchio d’acqua sulla terra secca; in meno che non si dica fece un lampo, poi un fulmine e dopo cinque minuti iniziò a diluviare.

“Ai piedi di una palma si traccia una croce nel terreno, e sulla croce si innalza un mucchietto di terra; sulla terra si mettono le offerte per Changó, con pitahaya e frutta per gli Ibeyi. Si accendono due candele, si ammazza un gallo e s’inizia a cantare. Prima che terminino i canti, risponde Changó e piove.”

Per chiamarlo ed affinché inizi a piovere bisogna andare ai piedi della palma, offrirgli un montone o delle quaglie e lui concederà quanto chiesto.

Canto e acheré

Chororó báki chororó
Vá llorobé llorobé
Mira hijo tuyo como tán
To lo labranza seca
Chororó, ….

Una delle mie vecchie amiche chiama la pioggia per mezzo di Changó ed Oké, il padrone delle montagne.

Ai piedi di una palma simula un monte con un mucchio di terra, la circonda di platano, colloca sulla cima quattro semi di obí kolá; ammazza un gallo e gli spruzza sopra il sangue. Balla e canta fino a che non inizia a piovere.

Il vecchio Barò racconta che in un periodo di grande siccità, suo nonno africano, che coltivava riso, per fare in modo che l’acqua dal cielo si decidesse a scendere, portava a matari Mámba, il suo santo ( una pietra che aveva portato con lui dall’Africa), alla palma reale (Mámba è la regina delle acque).

Vicino la palma cantava in coro con i suoi munángueyes (amici):

Mamba umbé yamambé
Omi nao omi mámbámba
Umbé yá Mambé

Mamba … ballava sola; (molti olochas, senza toccarle, fanno ballare le loro pietre sacre) la pietra di Mamba ballava quando gli cantavano”.

Barò si ferma a pensare un attimo ed aggiunge: “Ngulo, il maiale guarda a terra per mangiare perché non può guardare verso l’alto. E’ maledetto dalla donna di Nsambi. Lo ñame era il suo alimento; le palme, in cambio, erano l’alimento di Sao, l’elefante, che con la sua proboscide arriva a ciò che sta in alto, e si mangiava il fogliame delle giovani palme. Un giorno s’incontrarono e Ngulo disse a Sao che a lui gli piacevano le palme e Sao rispose che a lui invece piaceva lo ñame. Insieme decisero di fare uno scambio, il maiale fece una cerimonia, perché era brujo. Iniziò a dissotterrare yambuco (ñame) per darlo all’elefante, che si riempi come non mai. A questo punto l’elefante non fece lo stesso con il maiale, non dandogli le palme. Quindi Ngulo va ai piedi della palma con il suo Nkise, fa un incantesimo e manda un Tié-Tié (un uccello che vola molto alto) con un messaggio alla nube di riempire d’acqua la casa dell’elefante. E cadde lángo lángo ed inondò la casa a Sao. Quando l’elefante vide che l’acqua gli arrivava al collo, si ricordo di Ngulo e gli chiese perdono credendo che sarebbe affogato. Quando Ngulo si stancò di tenere Sao nell’acqua, tornò alla palma a fare la sua cerimonia e fini di piovere. Fu a quel punto che l’elefante gli portò le palme, ma lui rispose che non ne aveva bisogno, avrebbe aspettato quando si sarebbero seccate e cadute da sole a terra per raccoglierle”.

Con un matari (pietra) Cheche Wánga o Centella, o un Nsasi, altri fanno cadere la pioggia. Si può far piovere anche inchiodando nel tronco della palma un ago incantato nella prodigiosa pietra Imán.

Se nel preludio dell’acquazzone, quando si sente Changó tuonando dietro le nubi, e ad Oggún muovendo i ferri per litigare con lui, gli si dice: wo ti soro yo; e se si eccede, poiché Oyá che lo accompagna accende la miccia e si succedono fulmini spaventosi, bisogna fare quello che consiglia e pratica Má Francisquilla Ibáñez ed altre vecchie:

“Io gli presento la Mercedes (Obatalá, madre di Changó, per calmare suo figlio). Altri mettono in un vasetto pieno di latte la piedra de rayo, o l’ascia attributo dell’orisha. Se quando tuona gli si cantasse un canto di guerra, annichilerebbe l’universo intero con il suo fuoco. Il Changó degli scoppi e dei fulmini è quello di Ima o di Izu”.


·        Guano Benedetto

Il tákua Oggodó kulenke ayalá yi akatayeri jecua, è quello che più tuona. Nel caso che Changó si ribella (anche se lo stesso matari che libera la tormenta la fa finire) bianchi e negri bruciano un po’ di guano benedetto, il ramo della palma tenera della Domenica delle Palme, che la chiesa distribuisce tra i suoi fedeli. Un pugno della sua cenere protegge dai fulmini e molte persone, durante le tempeste, si disegnano con essa una croce sulla fronte. Oppure la spargono al vento pregando a Santa Barbara ed accendendo una candela, anch’essa benedetta. Per sviare il fulmine si fissa uno di questi rami nella rete di una finestra. O meglio, come qualcuno considera più sicuro, da una foglia si fa un collare che si lega stretto al collo.

La superstizione dei bianchi ha avuto sempre molte similitudini con quella dei neri, che adottò e riadattò ad i suoi criteri ed a sua convenienza tutte quelle dei suoi padroni, come l’utilizzo della palma benedetta a protezione o come deterrente contro i fulmini. Essa non manca nella casa di nessun santero. La si trova vicino la nganga e all’orisha. Figura in molte richieste ed ebbó dei malati. Chi ignora che con sette rami di palma benedetta, se nella casa è nascosta la morte, lo brujo la obbliga ad andarsene?

Era una scena molto curiosa quella che di solito si vedeva nei giorni di tormenta nelle vecchie case cubane, di ogni categoria sociale. Le stesse precauzioni erano prese nelle grandi case come nelle più modeste e povere stanze delle periferie. E non è una cosa appartenente al passato allontanare il pericolo della scarica elettrica, bruciando guano benedetto e coprendo gli specchi.

“Mia madre”, ricorda il mio amico il dottore Ernesto, “conservava in una di quelle enormi vetrine di prima degli stivali di seta, fatti specificamente per vestire i suoi figli nei giorni di tempesta. Appena iniziava a troneggiare ci vestiva tutti con quegli abiti. Lei si scioglieva i capelli per liberarsi del pericolo dei ganci metallici; le donne della casa la imitavano, i negri accudivano con circospezione ed anche loro vestiti nello stesso modo. Noi morivamo dal caldo, perché la casa veniva chiusa ermeticamente. In particolare venivano coperti con particolare cura tutti gli specchi; ganci, aghi, forbici e specchietti venivano messi in qualche cassetto. Circondata da tutti i negri che gli prestavano servizio, per categoria, i più vecchi molto cerimoniosi, pieni d’importanza, al suo fianco, i bambini molto tranquilli, mia madre accendeva delle candele, bruciava il guano benedetto ed iniziava a voce alta le sue orazioni, a cui i negri rispondevano in coro ai ritornelli. Solo mio padre e mio nonno, si prendevano gioco di lei, non partecipando ne assistendo a questo spettacolo. Se la tempesta coincideva con l’ora di mangiare, nessuno si sedeva a tavola fino a quando non passava il pericolo. Tutte le attività della casa erano sospese”.

Il guano benedetto, mariwó, era l’articolo miracoloso di prima necessità nelle case, senza distinzione di razza, e tutt’ora il popolo continua a bruciarlo.

Nelle campagne della provincia di Villa Clara, per morigerate la rabbia di Santa Barbara, proteggersi da essa ed allontanare la tempesta, si brucia invece del guano, un corno di bue. La notte in cui minaccia pioggia o tormenta, si brucia il corno prima di andare a dormire come mezzo di difesa, e se il tempo è brutto non bisogna mentire a Changó per non farlo peggiorare ulteriormente. Pronunciare il suo nome attira il fulmine. E’ una precauzione, ed un dovere di cortesia, quando si sente il tuono, alzarsi dalla sedia se si è seduti, appoggiare a terra la palma che si ha in mano, baciarsi le dita e salutarlo con la formula Jécua, Babá, Kawo Kabíe sí, o meglio O bakoso Kisieko, Aladdó Olúfino, Nikoke o olúweko asásain. Questa riverenza deve farsi ogni volta che si menziona un santo.

“Quando c’è Rabo de Nube, Oyá (tromba di vento) ed è lontana, coloro che hanno potere prendono un pezzo di carta ed una forbice, fissano lo sguardo verso la tromba recitando, e di fronte ad essa tagliuzzano il foglio oppure simulano di tagliarlo con la forbice, e la nube scompare”. Si tenga presente che solo le figlie di Oyá che possono allontanare la tromba. Se hanno potere magico la tagliano con un machete trabajado (preparato, incantato) e dopo aver disegnato tre croci sul pavimento. Molti cacciano la tromba dalla terrazza o dal patio, tracciando una croce di cenere sulla lama di un machete e appendendogli sopra un rosario. In quanto agli specchi, per la loro eccessiva vitalità e mobilità, il loro brillare, irrita Oyá, che non permette a nessun altro di brillare come lei. Per evitare la catastrofe che si scaturirebbe dall’incontro della scintilla e del brillo degli specchi, come faceva la signora di cui si è parlato prima, questi ultimi si coprono prudentemente. Le donne, nei giorni di tormenta, devono avere l’accortezza di non pettinarsi davanti uno specchio, solo Yemayá ed Oshún in persona, grandi amanti degli specchi, potrebbero farlo.

“Da qui scaturisce il fatto che mai nelle stanze dei santi si deve appendere un solo specchio, e che i suoi figli non devono permettersi di portare sulla testa niente che brilli più dei santi e che possa provocare il loro offuscamento”.

Casimira, ricordano i suoi contemporanei, poco prima dell’indipendenza, fu regina di una comparsa di cinesi. Adornava la sua testa con una corona che splendeva di inquieti pezzetti di specchio. Sfilando maestosamente sulla sua carrozza, seduta su di un trono non meno luccicante, tra dame d’onore e dragoni di cartone, crollò in un attimo. Rimase settantadue ore priva di conoscenza ed incapace il dottore di farla tornare in sé, si dovettero riunire tutti i babalawos. Determinarono kari Ocha: fargli il santo. Riprese conoscenza solo durante l’asiento, quando Oyá prese possesso della sua testa.
Qualcosa di simile successe anche alla Pastoriza, presidente del Bando Azul de la Union Fraternal, che per essere troppo ingioiellata e scintillante, durante un atto di quella degna società, Oyá la buttò giù dal palco davanti tutti i presenti.


·        La cenere

Se per una di queste disattenzioni involontarie ed imprudenti, mancasse il guano benedetto per proteggere la casa e la vita contro le ire di Changó e di Yansa, non si dimentichi che la cenere di carbone o di legna, della cucina, hanno gli stessi poteri del guano e del corno.

Ignacio Vergada di Trinidad ed il vecchio Barò, fanno tacere i tuoni soffiando le ceneri e cantando questo mambo:

In cielo tronando
i po qué?
In cielo tronando…

Molti spaventano la pioggia tracciando solo una croce con la cenere, ma non è consigliabile farlo, perché significa mettere a combattere gli elementi che alla fine si rivoltano contro colui che li ha legati.

La cenere quotidiana della casa, che si raccoglie dalla cucina, è per le sue molteplici virtù ed applicazioni magiche, una sostanza preziosa per lo ngangulero e l’alasé.

Lo ngangulero si purifica prima di manipolare il suo ikiso e se prima ha avuto un rapporto sessuale, si purificherà sempre con la cenere, che toglie le peggiori macchie.

Quando in un juego de palo, una donna che ha il ciclo mestruale entra temerariamente nel recinto della nganga, lo Yimbi non tarda ad intonare un mambo che avverte lo ngangulero della presenza impura e pericolosa di quella donna, che deve andarsene quanto prima: “Ié mi casa oler mancaperro, sie, sié”.

Lo mfumo si appresta quindi a spargere cenere per purificare l’ambiente ed il suolo del suo tempio profanato. Esattamente la stessa cosa farà lo olúo ed il babalocha. La mestruazione è un tabù in tutte le religioni e le donne, durante questo periodo, non possono avvicinarsi a niente che sia sacro, ne tanto meno entrare nel igbodú o nso nganga.

Con cenere (mpolo banso menfuru) si traccia il segno di fermezza sul quale si rafforza magicamente lo nkiso o la súngu, in modo che non cada nessuna delle opere fatte dallo brujo. E con cenere si sciolgono le brujorie che altri lanciano sul nostro cammino.

La cenere rubata della cucina, è l’elemento principale di quei malefici che hanno per oggetto far morire di fame una persona. Chi sospetta della buona volontà di un vicino, non deve mai smettere di vigilarlo, che sicuramente si recherà in cucina. Nessuno ignora che la cenere si ruba per far andare a male il cibo della casa da dove è sottratta, e che il suo potere distruttivo è talmente forte che nessuno osa calpestarla.

Calpestare la cenere o tornare indietro, girarsi quando si sta facendo qualcosa d’importante, interrompe la fortuna. Da ciò la contrarietà dei santeros di tornare indietro quando per strada vengono chiamati e la ragione per la quale molti non rispondono e proseguono facendo finta di niente, non dando opportunità, malgradonta di niente, non dando opportunità, malgrado la cortesiae la ragione per la quale molti non ripena la cortesia, di farsi fermare.

Il peccato che commette un iyawó, un babá o una iyalocha, nel trasgredire un qualche euó, proibizione di mangiare un alimento dal quale devono astenersi, per il loro bene, dalla loro nascita nella religione degli orishas fino alla morte, si elimina facendosi una croce di cenere sulla lingua.

Quando succede in una qualche festa di Santo, i presenti hanno l’accortezza di non pronunciare davanti la iyalocha o il babá, il nome dell’alimento tabù che sta mangiando, così da non farlo incorrere in quella mancanza gravissima. Come si vede, ci sono infiniti modi per ingannare i Santi e di raggirare le barriere di un Iré o un Euó.

La cenere è usata dal mayombero per produrre ogni genere di calamità. Quella del tabacco è la peggiore. Nella città di Trinidad e nei suoi dintorni, le streghe ( non le farfalle nere che annunciano la morte ed hanno scritto sulle ali il numero che uscirà alla lotteria) di carne ed ossa, che volano la notte, si acchiappano con la cenere.

“Rosita volava e zio Lión la acchiappò su un albero di mamoncillo (una frutta estiva cubana). Facendo una croce al rovescio, con la cenere, recitando l’orazione della Santa Cruzada e versando senape intorno l’albero. La strega supplicò a Lión di lasciarla andare prima che sorgesse il sole, per non fare scandalo e gli diede molte monete d’oro. Il vecchio conservò l’oro ed il segreto di quella cattura, fino a che la strega volò lontano per sempre, al paese da cui non si torna.
Non ebbe invece, la fortuna di zio Lión, un altro negro della stessa città che una volta camminava in una zona isolata con un tamburino ed a mezzanotte in punto incontrò due streghe. Gli chiesero se gli piaceva volare e lui rispose di si, ed essendo risaputo che gli uomini non possono volare da soli, le due streghe mantenendolo lo fecero volare per le alture della zona. Il negro suonava il suo tamburo contento di volare, ma le streghe, per fargli una cattiveria, lo lasciarono cadere in un rovo ed al poveretto gli si conficcarono spine in tutto il corpo”.

Ciò succedeva in altri tempi, quando tutto era possibile, però ancora oggi, nei monti azzurri e solitari di Trinidad, c’è chi vola. L’orazione della Santa Cruzada non ha fatto effetto con tutte le streghe.

Un altro mezzo efficace per catturare lo ndoki (lo brujo che vola per fare le malvagità) ed impedire che continui a volare è il seguente:

“Procurarsi una camicia che lo brujo abbia usato di recente, dove sia viva in essa la sua emanazione e si porta al monte, in un luogo appartato. Si stende la camicia e si fa una croce di cenere sulla parte che copre le spalle, e nel centro della croce, si conficca un coltello. Lo brujo muore insieme alla sua camicia, perché la sua stessa emanazione lo attrae. Cosi come il morto è attratto dalla terra della sua fossa o qualsiasi cosa appartenutagli, capelli, unghie, ossa, qualsiasi cosa che conservi bene il suo odore”.

La cenere delle canne fumarie hanno proprietà benefiche e curative e se applicata sulle infezioni della pelle, tiepida, le cura quasi immediatamente, senza ricorrere alle cure di un gángatáre o di una mamálocha.

Si avvolge in un panno bianco la cenere calda e si fa una bambola, a cui si recita, fa stendere il paziente e gli fa sette croci con la bambola sulla parte infettata, ripetendo: Que te corto? La seca (Che ti taglio? L’infezione). Lo stesso risultato si ottiene con le stelle.

Si guarda fisso una stella  e gli si dice:

Estrellita reluciente
Tengo una seca.
Que se seque ella
Para que brilles tu.

Oppure:

Estrellita reluciente                                               Amen, Jesus.
Yo tengo una seca                                      La seca dice que brilla
La seca dice que se seca                           Mas que tu, estrella.
Y tu relumbres para siempre.                   Estrella, seca la seca,
                                   y brilla tu mas que ella.

Come non possono curare gli occhi di Olofi!?


·        La palma nella medicina

La palma fornisce all’uomo una casa ed un tetto (le case dei contadini), il copricapo (sombrero), fino ad arrivare alla medicina (ogúnggú o egbboyí).

La radice cotta (l’acqua della radice della palma ha molte virtù) cura i reni. La stessa bollita con zucchero di latte purifica i reni e li rimette in funzione. I vecchi preparano un beveraggio, chiamato amedoal, che considerano eccellente per l’asma e la bronchite: aggiungendo alla radice di palma bollita, un marpacifico (un fiore), zucchero grezzo e miele d’api, con l’aggiunta a seconda se è donna o uomo, di un po’ urina di bambino o di bambina.

In quanto al frutto di quest’utilissimo albero, il palmiche (in lucumí, mekeye; in congo, yonyo kuamo o karondo), che rappresenta un ottimo alimento per il maiale, esso possiede grandi virtù magiche. I chicchi rotondi, della grandezza di un cece, sostituivano come il mais al denaro, nelle case dei santeros e dei brujos, quando un consultante molto povero, non aveva con che pagarli.

Entrambi si servono del frutto della palma secondo le circostanze. Il brujo lo sparge tritato finemente e mescolato con alcune materie animali e terra di füiri, morto, per favorire discordie e litigi. Per obbligare un soggetto, o tutta la sua famiglia, a trasferirsi d’abitazione, si brucia il palmiche e la cenere si mette nella nganga, si aggiunge un uovo con pezzetti di kiyumba, sale ed aceto e si getta nella porta della casa a mezzanotte di un lunedì o un venerdì. Non insisteremo su tutti preparati malefici che si possono fare con il palmiche, che avvolte si utilizza per curare, quando fiorisce, con la radice e la spiga. Il brujo imbottiglia il succo, lo espone per quaranta giorni al sole e al sereno e lo destina, benevolmente, ai reumatici, che guariscono o alleviano i loro dolori, spalmandosi questo liquido, che calma anche le crisi epatiche, il bruciore delle punture d’insetto e fortifica i convalescenti di malattie infettive.

Dal palmiche tenero, inoltre, si estrae un olio miracoloso per la cura dei capelli, in quanto pulisce il cuoio capelluto, rinfresca ed alimenta la radice. Stimola notevolmente la crescita dei capelli, lo rende morbido e lucido.

Quando il palmiche è secco, vecchio e scuro ed i rami dell’albero si staccano e cadono, il brujo si costruisce una scopa (bale, nmónsi, moana kamba) che possiede grandi virtù. Preparata con aglio diventa la scopa che le streghe isleñas (delle Canarie) cavalcano nell’aria.

Con questa moana kamba karondo, si frusta la prenda ed il Yimbi, quando si manifestano rissosi. Molti la impiegano per picchiare gli Abikús, gli spiriti che s’incarnano nei bambini, ma è più corrente l’uso della escoba amarga (un’erba)

Anche se si utilizza prevalentemente un bastone, con le scope di palmiche si possono frustare quegli alberi che si ostinano a non dare frutti.

In compagnia di un’altra persona, il padrone dell’albero, armato con un ramo di palmiche, inizia a percuotere il tronco con tutta la sua forza. L’accompagnatore, il cui compito si riduce ad assistere e domandare, interviene chiedendo perché picchia l’albero. Il padrone risponderà maledicendo la pianta e continuando a colpirla, mostrandosi furioso. L’albero umiliato davanti un testimone non tarderà a rilasciare frutta in abbondanza.

In fine con il ramo verde della palma reale, si figura un monte nel tempio o casa del santo, e la capanna di rami in cui l’iyawó di Oggún riceve congratulazioni ed omaggi dopo la sua consacrazione. Oggún, Ochosi ed Elegguá, devono asentarse obbligatoriamente a cielo aperto, nella foresta. Rami e fronde di altri alberi che gli appartengono, creano in un qualsiasi cortile, o in un angolo del igbodú, l’atmosfera mistica di una selva sacra.

Con i rami secchi le santeras confezionano le gonne che indossano le figlie di Oyá nel giorno della loro nascita nella Ocha e fanno le frange (malipó) con le quali adornano i loro altari ed i contorni della porta del igbodú. Viene utilizzato anche nell’abbigliamento rituale di Oggún.


·        Il desmochador (tagliatore di palme)

Non vorremmo lasciare indietro i palmari silenziosi abitualmente pieni di misteri come quello de los Angeles, che nasconde un tesoro custodito da un piccolo negro senza testa che scende dalla cima di una palma per lasciare incosciente a colui che lo vede, e dove a Juan Montero gli ha parlato con voce umana un torello giallo, senza segnalare l’interesse, la personalità, a volte non meno misteriosa, del desmochador, l’uomo che si arrampica sulla cima di questi alberi, taglia i rami e le fronde, è avvolto dalla loro magia e resta solo e circondato da divinità e spiriti che spadroneggiano su queste piante. Il desmochador è inevitabilmente, figlio di Changó. L’orisha stesso lo fu ed uno dei suoi attributi, oltre a machete, spada, mazza e la scimitarra, è lascia: una semplice e l’altra doppia, come quella del culto di Creta.

Del machetero come del tagliatore di canna da zucchero (frutto appartenente a Changó) si raccontano nelle nostre campagne innumerevoli storie, nelle quali un desmochador realizza in poche ore il lavoro di più giorni.

Antonio Diaz, per citare un caso concreto e storico, accorciava un intero palmare in un girono; i suoi compagni di lavoro lo vedevano in cima a queste piante parlare e ridere senza tregua.

Remolino, altro negro cresciuto tra le palme e dal carattere scontroso, faceva lo stesso; lo si vedeva cucinare nella sua capanna grandi quantità di riso, tasajo e farina, che da solo non avrebbe potuto mangiare, come da solo non poteva tagliare tante palme. Mai nessuno vide Remolino a chi dava tutto quel cibo. Egli aveva potere e sapeva cose grandi, s’intratteneva con gli spiriti e questi lo aiutavano. Questo Remolino fece molto parlare di lui.

Parlando nel gergo del brujo: il adá (machete) lavorava da solo o gli égúngún (spiriti) lavoravano per lui. Saliva sulle palme che sembrava una scimmia, un secondo e già era in cima. Non c’è la necessità di smentire i nostri informanti che ci assicurano che colui che frequenta i palmari, impara molti misteri senza maestro, ne lo dubiterebbe chi ricorda l’incanto vivente ed affascinante di un palmare; la sensazione di presenza sensibile che è capace di produrre una palma reale.


UKANO MAMBRE

·        La Palma Reale e gli Abakuás

Ai piedi della palma, sulle sponde di un fiume del Calabazar, si manifestò per la prima volta lo spirito che adorano gli ñañigos o abakuás.

“La nostra religione fu organizzata ai piedi della palma, per questo la adoriamo. Per questo è il nostro emblema. Vicino la palma avvenne l’apparizione. La palma fu testimone dell’apparizione del mistero. Sotto la palma fu sepolta Sikán…”

E del miracolo furono anche testimoni e depositari del suo segreto, come abbiamo già detto anteriormente, la tribù eletta degli Appapas, primi padroni di Ekue, e coloro che portarono a Cuba questi misteri.

Sikán, in relazione alla rivelazione di cui fu oggetto, viene chiamata anche Sikuanekua; Don Rafael Salillas annotò Sikuanekua Jémbe Appapa, mentre un abakuá mi dice che il suo vero nome è Acanabionké. Era la figlia di un re di Efó, del Iyamba Suwo Manantieroró; anche se abbiamo riscontrato che in alcuni manoscritti dei ñañigos, il padre di Sikán compare con il nome di Eroco Sisi, mentre in altri Eroco Sisi viene descritto come il successore di Suwo Manantieroró. Un Isué invece, mi assicura che Eroco Sisi prese il nome di Iyamba Suwo Manantieroró dopo il miracolo.

Rafael Salillas, in una veloce intervista con i ñañigos deportati che incontra nel carcere di Ceuta, annota il nome di Accaureña Appapa, nome in apparenza sconosciuto adre di Sikcontrato che in alcuni manoscritti dei i nnotò primi padroni di Ekue, che portarono a Cuba questi misteri. ai ñañigos da me consultati.

La madre di Sikán invece, era Isunbenké; suo fratello, Ebión Benké. Suo marito, Efiméremo, un capo della vicina terra Efí, era Mocongo, figlio di Chabiaca. Tutta questa confusione nella genealogia di Sikán sarebbe superata facilmente ritenendo che nessun altro oltre a Iyamba (re di Efó) fu suo padre e Mocongo, Efiméremo di Efí, suo marito.

Sikán (che un abakuá identifica con una nasakola vergine e strega di Ntachi, Curinamacuá, che prediceva le guerre e le malattie ed aveva sotto la sua protezione tutte le tribù di Efó) si recava quotidianamente a riempire una tinozza d’acqua al fiume che separa la terra Efó dalla terra Efí, poiché gli abitanti di Efó e quelli di Efí si guardano dalle rispettive sponde e devono la stessa acqua.

Questo fiume, sacro per gli abakuás, chiamato Afocando Oddane Efí oppure Oddane Efó Yenemumio, alimentato dall’acqua del mare, attraversa, in base a quanto dice la geografia abakuá, tutto il territorio carabalí.

“Bagna circa trentaquattro terre” e tra queste: Osamangá, Omariogó, Orómeke Goyuma Iyán Obbamaón, Ocomomá, Ibuguame, ecc..

Otán Otara fiana Ubane (o Obane), è il luogo in cui il fiume divide la terra Efí da quella Efó (In quel punto viene chiamato fiume della Croce, perché forma con i suoi affluenti una croce).

Sikán riempì la sua tinozza e camminava con essa sulla testa, quando sentì come un bollore nel ventre della bacinella, ed a poco a poco il suono di una voce terribile che disse esattamente Ekue!

Sikán si trovava vicino una palma che cresceva sulla sponda del fiume e proprio ai piedi di questa pianta, terrorizzata dalla misteriosa voce dell’altro mondo che risuonò da dentro la tinozza, lasciò cadere la stessa, gridando “Dibo macará mofé”, il pesce saltò e cadde ai piedi della palma, al riparo della sua ombra.

Simultaneamente uno spirito, lo Ireme Eribangandó, che già conosciamo, purificava il cammino e diede morte ad un coccodrillo. Nell’istante in cui risuonava l’ente misterioso, un enorme serpente, Erúkurubén Ñangobio (il serpente, altro simbolo sacro della società ñañiga e simbolo adorato in tutte le Reglas), si aggrovigliò tra i piedi di Sikán.

Lo Ireme Eribangandó, la liberò prontamente dal rettile e la figlia del Iyamba pronunciò queste parole: “Abasí Bomi Eribangandó mutu Chekéndéke” (Dio mio, Eribangandó è grande).

Iyamba seppe immediatamente del ritrovamento miracoloso di sua figlia e disse, “vado a parlare con esso”, ed andò al fiume, vicino la palma e s’impossessò della tinozza. Ciò che essa conteneva era un pesce. Un pesce soprannaturale, Tanze, un pesce che era l’incarnazione di Abasí (Dio).

Nascose la tinozza in una grotta nascosta dietro un macigno, non lontano dalla palma, la mise su tre pietre ed ordinò a Sikán di mantenere il più stretto riserbo su quanto accaduto.

Iyámba Manantieroró, padre di Sikán, con il legno della palma e la voce di Tanze (vale a dire con la pelle del pesce) fece il primo fundamento o segreto; un tamburo, un piccolo bongò, chiamato ekue (oggi viene costruito con mogano o cedro).

Iyamba, in base alla versione di alcuni manoscritti e secondo alcuni miei informanti, udì strillare Tanze nella tinozza, ricevette le sue istruzioni direttamente e si consacrò lui stesso. Si mise nel fiume, solo, in presenza della palma, Iyamba si mise la tinozza sulla testa. Più tardi riunì gli anziani della sua tribù e gli comunicò il segreto, dietro il solenne giuramento di restare indissolubilmente uniti per sempre, e creò il primo partito o potenza (partido o potencia) Efó.

“Il capo degli Efó esigette che i suoi uomini conservassero nel profondo delle loro menti quel segreto così sublime e giurò che avrebbe castigato con la morte colui che avesse divulgato la benché minima informazione”. La potenza Efor degli Appapas s’ingrandì velocemente. “Il capo degli Efor fu il più rispettato tra tutte le tribù”.

Ma proprio sua figlia, Sikán, fu la prima a disobbedire al giuramento, rivelando a suo marito, Efiméremo, capo della vicina terra Efí, il segreto di Efó, e costui lo rivelò a suo padre Chabiaca

“Poco tempo dopo Sikán andò dalla tribù degli Efikes e si sposò con il figlio di Chabiaca: Mocongo Efiméremo. Disse a suo marito di aver ascoltato la voce di Abasí, e che suo padre Iyamba era il più grande degli uomini, perché possedeva il segreto di Dio. E Chabiaca, iniziò ad essere invidioso del potere di Iyamba”.

Mocongo e suo padre Chabiaca, dopo molte riunioni con i grandi della loro tribù, decisero di attraversare il fiume ed esigere agli Efó, di permettere anche a loro di partecipare ai loro misteri”. Con il favore di Ekue, pur non avendo vestiti, ne musica, ne denaro, quelli di Efó stavano prosperando. Avevano Dio ed era evidente che Dio li proteggeva. Sikán anche se aveva giurato di tacere, aveva parlato davanti i grandi di Efí, rivelando il mistero che aveva in potere Iyamba.

Gli uomini di Efik, alcuni in canoa, altri via terra, risalirono il fiume facendo molto rumore con voci e tamburi, e all’apparenza, disposti a combattere per ottenere il segreto.

In alcuni testi, quasi indecifrabili per la cattiva scrittura e la pessima ortografia degli scrittori, e secondo alcuni abanékues che mi hanno informato personalmente spiegandomi i passaggi più complicati di questi testi, si parla di una guerra che sostennero gli Efí contro gli Efó, causata dal fatto che quest’ultimi negarono ad ammetterli nella loro società e molto meno a concedergli Ekue; tuttavia, sembra che le due tribù o nazioni stabilirono prima d’iniziare la battaglia: “Efí diede ad Efó in cambio del segreto, musica, abiti e condimenti”.

Quando gli uomini di Efó ricevettero la notizia che gli Efí avanzavano dall’altra sponda del fiume, arrestarono Sikán. O prima di ciò, sospettosi che i vicini ambivano al mistero, sequestrarono Sikán dalla terra Efí.

Sikán andò verso il lato dove le due terre erano confinanti e fu sequestrata dagli Efik. Solo dopo si armò la spedizione, aiutata dalla stessa Sikán, la quale diede tutti i dettagli necessari per riconoscere facilmente il potere. Gli Efik si piazzarono davanti gli Efó, all’altezza del fiume Afókando, ai piedi della palma. Gli Efó stavano in una barchetta e dissero che erano propensi a dargli il segreto. Gli Efí quindi s’inginocchiarono nel fiume e gli Efó li battettarono. Finì la guerra e firmarono l’alleanza in una pelle di tigre; con la pelle fecero uno stendardo e le due tribù insieme sfilarono in processione, dopo aver reso omaggio a Ekue”. La transazione avviene alla presenza della palma.

“Ma non tutti gli Efó erano d’accordo nel concedere il segreto agli Efí; quando già questi avevano Ekue, un principe di Efó andò ad Obane a rubarlo, ma i guardiani non lo lasciarono passare. Il principe Coifán non si arrese e rubò il fundamento a Itanga, lo portò ad un fiume sacro (Oddane Nery) e lo lavò in presenza di uno spirito, Ireme Tencamá.

Coifán disse: Umón Neri mi acanará acuarámina (Madre mia ti bagno nelle sacre acque di questo fiume Neri per liberarti dagli spiriti maligni). Quindi sacrificò un gallo e nel grande silenzio della notte, spruzzò il sangue sul fundamento, ai piedi di una palma.

Coifán disse: Embara enkiko Ireme Tencamá efión sarori; prese il corpo del gallo sanguinante e lo consegnò al Ireme per far scorrere il sangue anche sul fiume”.

In questi libri sacri di Ñaitúa viene riportato anche che, quando la gente di Efí suonava lungo il fiume la musica di guerra “Nasacó mandò ad Ekueñón a nascondere il segreto in una grotta che si chiama Acuaberoñe, e di chiudere l’entrata con una pietra chiamata Asoga Itiaba. Vicino la grotta c’era una palma che si chiamava Iguároñe. Nasacó si sedette all’entrata della grotta e disse: Enebión efiana camaroró itamo bafende”.

Un guardiano custodiva il segreto, ma le due tribù non si fecero guerra. Gli Efí non attaccarono perché gli Efó avevano Ekue e questi ultimi non attaccarono gli Efí perché più forti e numerosi. Pur con gli eserciti schierati iniziarono così a discutere, ognuno sulla rispettiva sponda, facendosi una sfilza di domande l’uno all’altro e viceversa (che ogni dotto abakuá conosce a memoria e recita nella cerimonia del plante) e risolvendo, alla fine, il problema con  esemplare religiosità, rispondendo gli Efik alla domanda di Iyamba:

Efí focandó agoropá?” (Siete d’accordo?)
Mo mi afocandó agoropá” (Siamo d’accordo)

Efí Efó abakuá abomiga!

Ed Iyamba parlò ai piedi della palma ed alla presenza di sette capi Efó (Iyamba, Insunekue, Isué, Enkrícamo, Nasacó, Empegó ed Abasonga) e sette capi Efí (Efiméremo, Chabiaca, Moní-Boncó, Ekueñón, Moruá-Yansa, Mosongo, Mocongo, Encandemo), adorarono la bacinella di terracotta che Eforí Condó Iyamba Appapa presentò solennemente. Iyamba s’inginocchiò alla sponda del fiume, acchiappò un pesce con la tinozza e la portò alla pietra vicino la palma.

Subito dopo i capi si lavarono la faccia ed i piedi nel fiume (ed ancora oggi quando si consacrano gli obones, gli si lava la faccia ed i piedi con acqua di fiume).

Iyamba lavò la tinozza sacra e disse sette volte Dibo Baracandibó; quindi ai piedi della palma e sulla sponda del fiume, riuniti i capi delle due tribù, vennero presi i grandi accordi Abakuá che fondarono gli Efó-Appapa.

Dopo l’unione di Efí e di Efó, Acanabionké Sikán Eforí, fu condannata a morte, per offrire il suo sangue al fundamento. Non si capisce, sia chiaro, dai difficili manoscritti che ho consultato e dalle storie che mia hanno raccontato, se la donna fu condannata esclusivamente per il delitto di tradimento verso la sua tribù, o per aver rivelato il segreto dell’apparizione di Tanze.

Tanze, il pesce meraviglioso, era morto ed era un mistero che la sua voce si sarebbe potuta ascoltare di nuovo. Bisognava portare al fundamento la voce di Tanze, vale a dire al tamburo. Non dimentichiamo che quando si dice segreto, mistero, fundamento, stiamo sempre parlando del tamburo o bongò costruito da Iyamba con la pelle del pesce e con il legno della palma, in cui risiede tale mistero, il quale suono si ottiene fragayando yin, cioè frizionando con le dita inumidite nel sangue, una canna di castilla (un tipo di canna più morbida di quella da zucchero) appoggiata sulla membrana dello stesso: la voce dello spirito si sente attraverso il tamburo.

Tanze, che appena saltò dalla tinozza fu rayado da Empegó, duro molto poco”.

“Quando muore nella tinozza il pesce che Iyamba aveva nascosto nella grotta, Iyamba chiamò a Ña Nasacó, un congo guercio (come Enkrícamo che perse un occhio in terra Efí) che restò in terra Efó in qualità di stregone”.

La prenda di Nasacó si chiama Mañóngo-Empabia; Nasacó conservava la sua magia in un güiro ed il suo guardiano era il serpente Amiñangué, suo messaggero ed aiutante; il maggiordomo-nganga era Acoúmbre.

Nasacó registraba (prediceva) con sette semi di mate (erba mate), dopo aver pronunciato queste parole: “Acaibeto enirome acaibetó”; e curava e trabajaba (faceva le magie) con sette erbe.

Nel suo sforzo di far rivivere Tanze, Nasacó chiese il sangue di Sikán, credendo che con esso avrebbe potuto resuscitarlo. Condannata Sikán a morte, “a morire per resuscitare il tamburo”, Embákara la sentenzia ai piedi della ceiba.

L’esecuzione viene effettuata invece, vicino la palma. “Ai piedi della palma fecero la stregoneria ad Ekue e poi la uccisero, in modo che la voce, lo spirito, passasse al tamburo con il suo sangue”.

Ekueñón, presente alla prima consacrazione, quando Nasacó riconobbe l’Ekue, la decapita su ordine di Mocongo con un coltello.

Da allora è vietato uccidere con il coltello e sarà sempre Ekueñón a disimpegnare nell’Ordine il compito di boia; colui che prende la testa del gallo, uccide il capretto e lo squarta. Il sangue di Embori (il capretto) si offre al Ekue; le zampe, che simboleggiano le quattro teste, i quattro capi della confraternita: quella in alto a destra ad Iyamba, in alto a sinistra ad Isué, quella in basso a destra a Mocongo e quella in basso a sinistra a Mosongo; viene offerto ai Cuatro Vientos (i quattro venti); le viscere alla Aura Tiñosa. Il Moropo (la testa), in ricordo del primo baroco (società, partito, gioco), poiché così si fece allora, quando Iyamba giurò ad Ekue fino alla morte ed alla presenza di Isué, Mocongo ed Isunekue, viene consegnata ad Embákara, ireme (carica) che conserva tutte le pelli dei tamburi attraverso è stata trasmessa la voce, per poi presentarla ad Iyamba.

Ekueñón decapita Sikán e dopo la squarta. Il suo intestino lo prende Mocongo per adornare il suo bastone. Le ossa sono ridotte a polvere e poi bruciate come incenso; della testa se ne impossessa Nasacó, mentre gli occhi si stampano sull’Ekue. Al martirio di Sikán all’ombra della palma, assistette l’uccello Enkerepe Endobio, il quale parlò alla morte della donna, ed una donna, Najebia, che raccolse nel suo abito il sangue e la testa, il quale fu utilizzato in seguito come stendardo. Si dice che anche un uomo, Obón Acanapó, vide morire Sikán.

Però il sangue del sacrificio di Sikuanekua non fece rivivere a Tanze

Negli annali abakuás, complicati, frammentari e sconcertanti per i profani, si dice che alla morte di Tanze, Nasacó utilizzò la pelle di questo pesce soprannaturale per fare la membrana del tamburo, affinché parlasse Ekue. Ma la pelle del pesce non aveva consistenza naturalmente, la voce tendeva a spegnersi e con essa la voce di Moruá (1), il cantante incantatore che chiama gli spiriti nel baroco. Così, anche se Ña Nasacó diede il sangue di Sikán, lo adornò con gli occhi e per dargli più forza lo coprì con le viscere ancora calde della vittima, Tanze emise solo un debole suono. La completa trasmissione della voce dello spirito al tamburo non riuscì.

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(1)           Quando Moruá, che disimpegna nelle Potencias lo stesso compito della Appwón nei riti della Ocha, comincia il canto con voce fresca e sonora, prende il nome di Moruá Yanza. MoruáTindé quando la voce diventa roca e Moruá Erikundi quando perde del tutto la voce ed è obbligato a suonare le marugas.
Moruá Yanza canta in tutte le cerimonie e la sua voce incanta i morti e li attrae al baroco.
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Non si spiega, ne gli abanékues se lo spiegano chiaramente, se è lo spirito di Sikán che s’intendeva trasmettere al Ekue, o se era lo spirito di Tanze, o meglio i due spiriti insieme.

A questo primo tamburo, fatto con la pelle del pesce, si diede il nome di Ekue-muna-tánza, anche se la trasmissione dello spirito fu un fallimento. Nel tentativo di riuscire in quella trasmissione magica, s’incamminarono verso la terra Erón Entá, di un re pastore di montoni), dove sacrificarono uno di questi animali, eron e presero la sua pelle per ricoprire il fundamento. Ma neanche questa pelle funzionò, in quanto troppo grassa. Nasacó provò a “guardare” di nuovo e disse che bisognava sacrificare un congo (secondo altre fonti, un carabalí bricamo o un bibí).

Un congo che stava scappando, e che nell’ascoltare in lontananza, dalla terra Enchemillá, il rumore del ecón (in terra Enchemillá esistevano molti fabbricanti di tamburi, era una terra di percussionisti), s’incamminò, guidato dal suono, nel luogo dove si trovavano Moruá Engomo e Aberiñán, i quali lo catturarono e lo portarono da Nasacó: Moruá Engomo lo rayó ed Aberiñán lo uccise.

“E qui all’Avana, un volta, fu dato all’Ekue il sangue di un congo”, affermano sottovoce molti ñañigos.

Lo spirito di quel congo, sacrificato da Moruá ed Aberiñan, lasciò la sua immagine impressa su una pietra e si convertì nell’Ireme Anamanguí.

Questo Ireme Anamanguí, “che comparve quando morì il primo abakuá”, dopo la costituzione dell’ordine, è colui che officia negli ñampes o cerimonie funebri, e la sua missione è quella di cercare lo spirito dell’abakuá defunto (Anamanguí besuá sanga buke) e condurla al fundamento.

Però nella pelle umana, come in quella del pesce e del montone, la voce si spegneva. L’ultima trasmissione si fece con la pelle di un capretto e “Nasacó udì la voce di Ekue”, la voce dello spirito incarnato nel fundamento.

Quindi Nasacó disse: Efori meta eremí nello Ekue Sangari Tongo; e chiese un gallo a Iyamba per sacrificarlo e versarne il sangue su Ekue.

“Lo spirito di Sikán disse a Nasacó che i quattro obones (re) dovevano portare un’offerta al fiume; che dovevano preparare una mocuba e metterla nel fiume per attrarre lo spirito di Tanze”.

In fine, Nasacó era riuscito con la sua magia a portare lo spirito nel fundamento, il bongó e disse ad Iyamba: “Abasi un keno yambumbé Ekue efó bongó mofé Abasí efori Sísi Iyamba”. Prima, la membrana stessa del pesce aveva rivelato a Nasacó che il tamburo di Empegó, Cáncomo Abasí, poteva sostituirlo e che era sacro quanto il suo. Per questo, nella consacrazione di Guanabecuramendó, il suo padrone ricevette il titolo di “Munarosá embabia itacuá yumba Kufón endabo añéneru”.

Di queste prime consacrazioni di fondamento si parla nei testi ñañigos con una profusione molto complicata quanto minuziosa.

“Nella prima consacrazione gli Obones misero il fundamento sulla testa di Iyamba”. Ricordiamo che già al fiume Iyamba s’era messo la tinozza sulla testa. “Si diede sangue al fundamento e consegnarono ad Iyamba la piuma di un pavone reale ed una del gallo che fu sacrificato, ed a sua volta le consegnò ad Abasonga e dopo che Ekueñón lo giurò, chiese grazie a Dio in presenza degli altri obones”.

“A Sagrimoto, luogo di Usagaré dove si fece la prima consacrazione, il re della terra Mutanga presenziò alla consacrazione del fundamento e disse che i capi dovevano unire le loro quattro teste sul fundamento. Nasacó guardò e disse che bisognava uccidere un capretto ed una jutia e pagare il tributò al fiume, per far venire la voce divina al fundamento”.

“A Guanabecura Mendó, un vecchio re della terra Efó, dopo che riuscì la trasmissione dello spirito di Sikán ad Ekue, disse alle altre tre teste unite (i tre Abakuás) che nessuno sarebbe dovuto essere superiore all’altro, poiché erano un unico pensiero. Ed al re Eforí Isún gli diede il titolo di Isún Efó; al baroco, Situ Guanabacocó; a quello di Usagaré, Ibondá Usagaré. Fu a Guanabecura, sponda del fiume e della palma, dove Nasacó fece la prima trasmissione. Pulì gli attributi sacri con erbe e l’Ireme Encóboro assistette alla cerimonia. Guanabecura fu il primordiale teatro di tutte le grandi celebrazioni che celebra la società”.

Precedenti storici sacri della confraternità; preghiere, discorsi in lingua (africana), enkames che il ñañigo deve imparare a memoria per poi recitarli, quando completamente immedesimato nel suo personaggio, partecipa ai plantes o juegos della sua potenzia, e che descrivono gli avvenimenti originali di Abakuá, compaiono in modo disordinato in questi libri sporchi, i manuali degli ocobios, consumati dall’uso, redatti senza la minima preoccupazione per la sintassi e scritti avvolte con tinta a due colori, che vari ñaitos hanno messo nelle mie mani come chiavi luminose che mi hanno condotto attraverso l’oscuro labirinto delle loro tradizioni.

Gli attuali Iyamba, Isunekue, Mocongo, cosi come tutti gli altri dignitari ed ocobios Abakuá, devono studiare molto per disimpegnare nel giusto modo i rispettivi incarichi.

Condizione indispensabile è una buona memoria: il juego ñañigo è imitazione, ripetizione di situazioni, riassunto degli atti che ebbero luogo alle origini della società, e non si fa niente che non sia basato sulla conoscenza di ciò che si fece in principio.

Quando abakuá juega, tutto si ambienta al tempo antico. Quando l’Ireme Aberiñán mantiene la zampa al capretto sacro del sacrificio, sta realizzando lo stesso atto del primo Aberiñán che accompagnò al primo Mocongo alla prima consacrazione; se Eribangandó porta una offerta al fiume quando sorge il sole, è perché la portò inizialmente a Pete Yegasí Gabón; e lo stesso quando va a cercare l’acqua al fiume in una caraffa, che poi presenta a Nasacó per la preparazione delle sue magie; o Isué di Usagaré al ricevere il suo attributo, il Sese Eribó, esclama: “Efiméremo Ñongo Abasí Kiñongo nairán Sese Abasí”, e lo presentò alla luna, a Embarán, in presenza dei re; e così via si potrebbe proseguire all’infinito.

“Se un Iyamba non sa parlare ogni volta che deve farlo, come fece Iyamba, se non domina la lingua (africana), non può essere Iyamba, il quale deve essere un grande uomo ovunque vada”.

Gli avvenimenti fondamentali della sacra storia abakuá si svolgono sempre nelle vicinanze di una palma, testimone dei loro misteri, vicina ad un fiume e ad una collina.

Abasonga (Otoguañé), re della terra Orú, ebbe paura e fugge al monte quando scoppia una guerra tra le tribù Efí ed Efó, perdendosi nel bosco al tramonto. Moruá lo cercava scuotendo le marugas e solo dopo molto tempo, sette anni, Biabángá lo chiamò con un fischio ed Abasonga finalmente riapparve, impugnando il bastone conosciuto con il suo nome ed avendo con se le piume per Iyamba. Passò per un sentiero alla sponda del fiume e trovò sotto una palma tutti i diritti del suo giuramento.

Abasonga viene consacrato ed Iyamba e Isué, alla presenza di Mocongo, gli consegnarono Ekue ed Eribó in modo che li conservasse. “Abasonga restò vicino ad una vecchia palma, uccise un gallo giallo e diede da mangiare alle radici”…

Abasonga fu testimone in terra Efí di aver foderato un güiro con la pelle di un pesce e che poi fecero suonare con una canapa: udì i bongó e seppe che a Cuna Maribá il bongó veniva chiamato Nglón, e fu testimone di altre grandi cose: vide la cerimonia che si celebrò nella collina più antica, sulla quale si consacrò il primo bongó. Abasonga giurò davanti l’altare, Abasí cancubio, a lato della palma. Uccise un gallo ed un capretto ed il sangue e la testa di quest’ultimo li diede al segreto, mentre le zampe ed i testicoli li sotterrò; la pelle la conservò per il tamburo di Enkrícamo e di Ekueñón, il cui dovere è di andare al monte a cacciare le tigri. “Ekueñón sanga abakuá akuá yé bengo”.

Ukano Mambré eleva il suo tronco dalla snellezza incomparabile, dondola il suo languido pennacchio nel cielo abakuá, fisso in un eterno presente mitico, evocando all’abanekue i fatti principali delle sua storia: la rivelazione di Ekue che salta dalla tinozza e cade ai piedi della palma; il sacrificio di Sikán, eroina e vittima del dramma abakuá, la Sikanekua che muore, okwá moropo, sacrificata nelle palma e con il suo sangue umidificando e santificando le radici; e la nascita di Abakuá, poiché intorno all’albero venerato si riunirono i primi re che organizzarono la società.

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